Il rispetto per il lettore crea lo scrittore


Le nostre parole sono davvero per il lettore?
A prima vista, sembra una questione risibile; non lo credo affatto.
Certe scritture sembrano perfette per tener lontano il lettore. Non mi riferisco agli errori di grammatica, alla sostanziale indifferenza con cui si assemblano le frasi. Anche se questo è indice di nessuna attenzione per chi legge.

Come sanno anche i sassi (ma ribadirlo non è male): un testo con errori distoglie l’attenzione di chi legge dalla storia. Alla fine smetterà di leggere per considerare solo gli errori, per giudicare l’incompetenza dello scrittore. E abbandonerà la lettura.
“Rispetto” non significa solo confezionare una scrittura priva di strafalcioni: quello è il minimo sindacale.

Hai mai riflettuto su chi sia davvero il lettore?
Un uomo, una donna, che ogni giorno ha a che fare con crisi, recessione, prezzi che salgono, figli che si ammalano, colleghi di lavoro leggermente idioti, traffico, ciclisti che non procedono in fila indiana ma occupano l’intera carreggiata. E poi vicini di casa che litigano, suoceri che criticano, bollette da pagare, connessione a Internet che non funziona, mutuo, e rate da pagare.

Questa è la persona con cui chi scribacchia ha a che fare; o almeno dovrebbe. Non è affatto un lord inglese che vive tra agi e lussi: si alza alle nove, alle dieci fa la colazione, alle undici chiede al maggiordomo notizie sul tempo e questi gli risponde:
– Nebbia sul canale, sir”.
– Allora il Continente è isolato”.

Non è detto che sia una persona perbene, il lettore. Può essere maleducato, cafone, non capire niente, eppure essere felice; anche se spero che NON sia affatto così, o che lo sia, ma in percentuali irrisorie.
Chi scrive storie deve pensare a lui, e dopo alla storia. Soprattutto, deve “vedere” questa persona e offrirle un testo in grado di trasformare la lettura, in un investimento. E il tempo impiegato, in un vantaggio tangibile.

Lo scrittore è quello che fa spazio al lettore; ha una storia certo, la sua; e la racconta badando alla fatica che c’è dietro quello sguardo che forse, un giorno sfiorerà le sue frasi. E magari, si fermerà a leggerle: a lungo.

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