Lo scrittore e il lettore medio


Nella lettura de “Nel territorio del diavolo” di Flannery O’Connor, sono incappato nel più controverso (beh, diciamo uno dei più controversi), argomenti per chi scrive: il rapporto col lettore.

Se si scrivono recensioni di software, libri elettronici per la piattaforma Mac (come fa il sottoscritto), guide, si devono imparare al volo alcune regole semplici. Offrire al lettore quello che vuole. Costruire frasi semplici, evitare paroloni. Usare titoli appropriati affinché i motori di ricerca possano rapidamente condurre sul sito più traffico possibile. Contenuti di qualità. Eccetera, eccetera.

Forse buona parte di queste dritte possono servire anche in altri ambiti di scrittura: però.

Nel libro in questione, Flannery O’Connor racconta di aver scritto un breve racconto su un vagabondo. Costui vuole impossessarsi della macchina di una vecchia, e per riuscire nell’intento, ne sposa la figlia ritardata. Partono in viaggio di nozze con l’automobile tanto agognata, e giunto a una trattoria, l’uomo abbandona la moglie, e riparte da solo.

Fine della storia.

La zia della O’Connor dopo averlo letto, si lamenta con la nipote. Probabilmente, le dice qualcosa come: “Ma che razza di storia è?”. Voleva conoscere il destino di quella povera donna abbandonata.
Dopo qualche tempo, dal racconto viene tratto un film per la televisione (siamo negli anni ’50/’60, U.S.A.). Lo sceneggiatore sa il fatto suo, e cambia il finale: l’uomo fa inversione di marcia, torna a prendere la moglie alla trattoria, e ripartono assieme.

Fine della storia.

La zia della O’Connor torna alla carica, e dopo aver visto il film, le dice: “Ecco, ci siamo, questa è una storia come si deve”, o qualcosa del genere. Non sarà stato proprio così, però il senso poteva essere quello.
Due considerazioni.

La prima, molto banale, a proposito della televisione. Si tratta di un mezzo che deve rassicurare, tranquillizzare, semplificare. Non era possibile che in un film una donna, per di più ritardata, venisse abbandonata da un mascalzone di marito. Doveva esserci un finale diverso, colmo di speranza e fiducia. Qualcosa del tipo: l’amore vince, trionfa, e questo è un grande Paese (gli Stati Uniti, certo). Lo spettatore è un consumatore e una simile storia poteva essere sgradita; meglio modificarla. Non importa che poi la realtà sia esattamente quella: composta di tradimenti, fregature, mascalzoni e farabutti.

Nel reame della televisione queste brutte cose non accadono quasi mai. Al libro, sono invece concesse libertà, e brutalità, altrove negate: ecco perché si DEVE leggere il meno possibile.

La seconda considerazione. Ci saranno sempre dei lettori che non capiranno. Si lamenteranno perché chi scrive tradisce le aspettative. Chi legge, pretende chiarezza, una certa logicità negli eventi (una donna abbandonata è invece una follia), un finale capace di confermare nell’individuo i pregiudizi della società: va tutto bene, tutto andrà sempre meglio.

Sempre in questo libro, la O’Connor riferisce delle lettere inviatele da lettori delusi. Costoro protestavano con la scrittrice perché nei suoi libri c’erano matti o assassini che facevano scempio di famigliole in viaggio verso la Florida.
Esatto: tutta corrispondenza di quel “lettore medio” con cui bisogna fare i conti.

Lei non ha una risposta per uscirne; però nota come le persone non siano disposte a “pagare il prezzo”. Se la società suggerisce (o impone?) attraverso i mass media, soluzioni semplici, facili, è arduo proporre un cammino che vada oltre l’ovvio, e che ricorrendo alle apparenze, ai fatti, scenda in profondità.

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