La revisione del racconto breve La lista

Procede lentamente la revisione e riscrittura di alcuni dei miei racconti brevi; stavolta è stato il turno de “La lista”.
Non si tratta di un procedimento che riguarda tutti i racconti che ho pubblicato tra gennaio e marzo, ma solo alcuni. Quelli che a parer mio, hanno qualche pregio, una specie di ambizione.

Naturalmente, conservo la versione precedente. Prima di tutto non ho voglia e tempo di cancellarla (e dovrei anche eliminare il PDF e l’epub che ho prodotto, e sostituirli con quella nuova); no, decisamente no.
Inoltre mi serve: è una specie di aiuto per confrontare i progressi, o meno, della mia scrittura.

Basta chiacchiere ora.
Buona lettura.

La lista

 

Sono uno di fronte all’altro, separati da una scrivania trasparente; sul ripiano telefono, computer, pratiche varie, portapenne, e penne sparpagliate.

– Questa è una conversazione confidenziale -. Dice l’uomo dietro la scrivania. Un cellulare spento, una cornice d’argento che racchiude la foto di una donna bionda tra due bambini di pochi anni, e dietro costoro uno scivolo, dei giochi; forse è un parco pubblico, forse si tratta del giardino di una villa.

– Di quello che diremo, non deve uscire nulla da qui. Nemmeno tua moglie deve esserne a conoscenza -. Sorride:
– Nemmeno la mia -. Aggiunge dopo una pausa. Attende che sul volto lungo del suo interlocutore, appaia qualcosa di simile. Questi sospira, strizza un po’ gli occhi per via della luce che entra dall’alta finestra, davanti a lui.

Si apre sul parcheggio interno dell’azienda, occupato dalle autovetture dei dipendenti, una quarantina.

– Sì -. Dice infine, e accavalla le gambe; la sedia in plastica scricchiola.

Sulla strada, oltre il muro e la bassa recinzione di metallo, la motrice di un camion ha una specie di sussulto, dopo la frenata. L’autista apre la portiera, scende, indossa i guanti, chiude a chiave l’abitacolo, e si sposta quasi di corsa verso il fondo della bisarca, per le operazioni di discesa delle automobili.

Il capo si rimbocca le maniche della camicia, braccia abbronzate, forti, e dice:

– Ho bisogno che tu mi faccia una lista delle persone da licenziare. Quelli che cercano di scansare il lavoro, e devi stargli addosso. Poi, gli scapoli, e quelli sposati ma senza figli.

Chi ascolta piega in avanti il busto, è sui trent’anni, capelli lunghi, scuri, indossa un camice bianco, immacolato; forse perché è lunedì, il ticchettio dell’orologio a muro indica le dieci e trenta, oppure le sue mansioni gli permettono di non sporcarsi.

– Non capisco -. Mormora; sgrana gli occhi, li punta sul volto che gli sta dinanzi. Il capo non si cura di quella frase, lo osserva, un po’ divertito, serrando le labbra sottili.

– Perché io? -. Gli chiede; deglutisce.

– Francesco, tu sei il responsabile del personale.

– Queste cose non competono a me.

– Come no? -. E ride. Poggia le mani sul piano della scrivania:

– Sei tu che segui da vicino i lavoratori, che li osservi, pianifichi ferie e permessi. Sei al loro fianco ogni giorno. Chi meglio di te può sapere certi dettagli?

– E che vuol dire?

Ha un gesto di stizza, poi sposta lo sguardo attorno, sulle pareti dell’ufficio di un tenue azzurro. Gli immancabili vasi di ficus agli angoli.

– Non puoi chiedermi di partecipare a questa faccenda -. Insiste.

– E tu non puoi offendere la mia, e la tua intelligenza. Il responsabile del personale sa chi brilla di luce propria, e chi vive di luce riflessa. Sia chiaro, di molti so come si comportano. Però ho bisogno del tuo contributo.

– Cosa sta succedendo? Volete chiudere? Delocalizzare?

– No -. Risponde sicuro; abbassa il capo, lo rialza, si morde il labbro inferiore, e aggiunge:

– Alla tua prima domanda rispondo no. Alla seconda: non nell’immediato. Se accadrà, sarà per le produzioni più semplici. Se vogliamo essere qui tra due anni, dobbiamo liberarci dei pesi morti. In un secondo momento, sarà forse necessario scegliere tra quelli capaci chi è intoccabile, e chi a causa delle sue condizioni familiari, può essere toccato. Benché capace.

– Tutti in Albania.

– Come ti ho detto, non è un processo che si metterà in moto nell’immediato, e non riguarderà tutta l’azienda.

Francesco si fa serio, il capo continua a parlare:

– Inoltre, non è detto che si arriverà al licenziamento.

– Nessuno merita di essere licenziato -. Dichiara d’un tratto Francesco.

– Stai dicendo delle cazzate -. Sbotta. D’un tratto, la porta si apre con un suono metallico, entra una giovane bionda, capelli corti, occhiali dalla montatura rossa:

– Dottore, ci sono delle pratiche che…

– Signorina, ma bussare non è più previsto?

La ragazza impallidisce, si ferma di botto a poca distanza dalla scrivania.

– Mi scusi -. Indietreggia, con una mano pare cercare la porta, dietro di sé, per ritirarsi.

– Senta, mi dia queste cazzo di pratiche -. Si alza di scatto spingendo indietro la poltrona, lei si avvicina alla scrivania di un passo, mormora: “Scusi, scusi”; gliele strappa di mano, e la congeda senza nemmeno guardarla.

Prima che la porta si richiuda, la voce rabbiosa di una donna chiama il nome della ragazza.

– Torniamo a noi -. Annuncia il capo, con ancora un’ombra di irritazione nella voce. Sistema le pratiche alla sua sinistra; poggia le braccia sulla scrivania, chiude le mani a pugno. Lascia trascorrere qualche secondo, sfiamma l’ira innescata dall’interruzione.

– Se non ti è chiaro, qui si sta cercando di salvare il culo a quelli che se lo meritano. Se hai la responsabilità di un’azienda, cosa è meglio: liberarsi dei pesi morti, o restare tutti assieme, per un senso di giustizia da idioti, e colare a picco?

– Non è questo il punto -. Afferma Francesco con un fil di voce.

– Dimmi tu qual è il punto, allora -. Colpisce il piano con entrambe le mani; la fede all’anulare produce un suono secco, da indurlo a osservare la superficie, verificare che non sia scheggiata.

Francesco si passa la lingua sulle labbra:

– Tanto per cominciare, per lo stato civile e cose così, l’azienda ha i documenti per sapere chi è sposato, e chi no.

– L’azienda non sa se la moglie di qualcuno è incinta, o è stata licenziata. Tu sì. Si parla, si chiacchiera in mensa.

Francesco si sfrega le tempie con energia; chiude gli occhi, crolla il capo, li riapre.

– Non è detto. E poi, nessuno merita il licenziamento -. Ribadisce, e fissa gli occhi sul volto del suo capo.

– Questo lo hai già detto, e sai che non è vero. Devi fare il lavoro per cui sei pagato ogni mese. Per cui sei stato assunto. Oneri, e onori. Per una volta che ti si chiede un onere, non puoi tirarti indietro.

– Mi stai chiedendo di puntare una pistola alla nuca di gente che conosco.

– No. È a titolo puramente teorico. Informazioni che potremo utilizzare in futuro, oppure no. Alla fine, la responsabilità sarà mia. La faccia, la firma in fondo a ogni provvedimento sarà la mia. Tu non sarai mai coinvolto.

– Se è tutto campato in aria come dici, non c’è ragione di discutere.
Il capo prende il telefonino in mano, lo stringe sino a far scricchiolare la plastica; lo posa. Sbuffa, si sfrega la nuca, il collo tozzo, su cui riluce una collanina d’oro:

– Nessuno può prevedere cosa accadrà tra sei mesi. Si naviga a vista. Se salta fuori un imprevisto, dobbiamo essere rapidi a reagire per evitare il naufragio. Ma li leggi i giornali, ogni tanto? -. Chiede; gira la poltrona per vedere la strada, alle sue spalle. La bisarca ha scaricato un paio di autovetture tedesche, e una terza, viene messa in moto in quel momento.

– Irlanda, poi Portogallo, di nuovo Irlanda. Non ci si capisce un cazzo. Non dico che chi fa l’operaio sia fortunato. Ogni tanto voi che prendete lo stipendio, dovreste capire che chi gestisce un’azienda, deve prevedere l’evoluzione della situazione. Prendere dei provvedimenti dolorosi. Come licenziare -. Torna a voltarsi verso il suo interlocutore.

– Parliamoci chiaro -. Prosegue. – Credi che non sappia che alcuni fanno i furbi, rubacchiano, si fanno i cazzi loro? In un’azienda, è fisiologico assumere degli stronzi. Non sei infallibile. Anche loro devono vivere. Però quando gira male, te ne devi liberare. Per questo, – abbassa la voce, – ho bisogno di confrontare idee e sospetti, con te.

Appoggia la schiena alla poltrona, le mani pelose sui braccioli, si dondola per qualche istante; e prosegue:

– Se tu mi dici che nessuno merita di essere licenziato, che sono tutti bravi, non sei un bravo responsabile del personale. Mi seccherebbe assai.

Francesco impallidisce, si schiarisce la voce, fruga nelle tasche del camice:

– Avete intenzione di chiudere, o no?

– No. Di riorganizzare il lavoro, sì. Per questo avremo bisogno di meno personale. Come vedi, – le braccia di nuovo sulla scrivania, – ti svelo iniziative che saranno attuate tra qualche mese, forse.

– Forse -. Ripete Francesco. Abbassa il capo, per riflettere. Infine dice:

– E i sindacati.

– Ma sì certo -. Alza le mani, sbuffa:

– Se agiremo, faremo tutto a norma di legge. In Italia ormai, anche per scopare tua moglie devi prima darle un preavviso di otto ore, o i sindacati si incazzano.

Bussano alla porta, ma a varcare la soglia dopo il consueto “Avanti”, non è la ragazza di prima, ma la segretaria personale del capo; bionda, con gli zigomi sporgenti, occhi chiari, la carnagione soda e colorita. Si avvicina, si china, parla sottovoce, indica qualcosa su una serie di fogli, a cui il capo, cinquantenne, il volto largo e liscio, risponde annuendo. La congeda con un sorriso frettoloso, e lei esce dall’ufficio, a passi lenti, su tacchi che percuotono il pavimento con un tono imperioso. Lascia un profumo tenue, che Francesco, senza badarci troppo, aspira.

– Entro quanto tempo devo preparare questa lista? -. Domanda, fissando il pavimento.

– Deve essere redatta con cura.

– Una settimana? -. Propone Francesco, sollevando lo sguardo.

– No, dieci giorni. La fretta è una cattiva consigliera.

– E io non sarò in alcun modo coinvolto. Ne siamo certi? Se salta fuori che ho fatto la spia?

– Francesco, quale spia? Chi ha la responsabilità del personale non si limita a indicare chi merita i premi di produzione. Ma deve segnalare le pecore nere. È il tuo lavoro. Mi rendo conto, – prosegue, e allarga le braccia, – che non è facile. Con alcuni si creano dei rapporti che vanno al di là del lavoro.

– Inizierete con i furbi?

– Per come la vedo io, ci fermeremo a quelli. Potremmo farcela senza andare oltre. Tuttavia, se il motore non si rimette in moto, se gli Stati Uniti non ricominciano a correre, saremo costretti a licenziare qualcun altro. Quello sì.

Francesco annuisce, mormora:

– D’accordo.

Il capo gli porge la mano, il responsabile del personale trasecola, non si aspettava quella mossa; un po’ impacciato mette la propria nella sua.

Il capo dice:

– Questa fedeltà non sarà dimenticata. Nel momento del bisogno, sarà tenuta nella giusta considerazione.

Dopo dieci giorni, in quell’ufficio c’è una pratica, di tre fogli, coi nomi richiesti; il capo, da solo, legge, di tanto in tanto annuisce, aggiunge una croce accanto ad alcuni di essi. Infine posa la penna, si stira le braccia, volta la poltrona per gettare uno sguardo fuori, dove non accade niente di particolare. Qualche autovettura transita. Un furgone varca la soglia del magazzino dove scaricherà il materiale ordinato. Un paio di altri mezzi, refrigerati, lasciano il deposito che consegna i farmaci, e si spostano a tutta velocità in direzione del centro città. Li osserva finché non escono dal suo campo visivo; annuisce.

Si volta verso la scrivania, prende la penna, e aggiunge un nome e un cognome: quelli del responsabile del personale. È sposato, senza figli: accanto mette una croce. E un punto interrogativo.

 

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