Perché “On writing” di Stephen King è meglio della cioccolata


Se intendete scrivere in totale onestà, i vostri giorni come membro della buona società sono comunque contati.

Non appena questo libro è tornato disponibile, l’ho acquistato. Di King in passato avevo letto “Misery” e “Dolores Clairbone” (niente titoli davvero truculenti quindi), e mi erano piaciuti. C’è mestiere, capacità di prendere per mano il lettore e condurlo lontano lontano (in realtà vicino vicino, a tu per tu con le paure più terribili).

Adesso questo sul mestiere di scrivere. Ma perché “On writing” di Stephen King è meglio della cioccolata? Prima però un’altra domanda.

Talento e duro lavoro

Perché acquistare libri del genere? Per vedere il dietro le quinte. Ci si può sedere al buio di un cinema e gustarsi la pellicola. Oltre a questo, si può decidere di saperne di più, e recarsi su un teatro di posa, per conoscere il lavoro dei fonici, dei truccatori, degli operatori delle luci, eccetera.

In questo libro King fa qualcosa del genere, compresa una parte dedicata all’incidente che quasi lo ammazzò, e una dedicata all’infanzia, al “come sono arrivato qui”. Il risultato che si ottiene (se si legge davvero), è la consapevolezza della fatica che occorre, e di come non esiste pianificazione, marketing, strategia alcuna per arrivare a ottenere certi risultati. Talento, e duro lavoro, nient’altro. È come scalare il Monte Bianco a mani nude: se qualcuno cammin facendo, si avvicinerà (non chiedetemi come), e ci fornirà corde, ganci, piccozze, zaino eccetera eccetera, probabilmente arriveremo in cima. Non è detto che accada.

Da King ci si aspetta, per esempio, che abbia scientificamente deciso di diventare lo scrittore che sappiamo. A parte che nemmeno si ricorda di aver scritto “Cujo” (era strafatto di droghe). Niente di tutto questo. Talento e duro lavoro. Basta.

Questo è un elemento interessante, che tanti “guru” evitano con cura di indicare. Non c’è stato nulla di pianificato. Lui non si è mai messo a pensare, agli inizi: “Cosa vuole il lettore? Che cosa desidera leggere? C’è pubblico per queste mie storie?”.
Niente del genere. Magari dopo. Ma nulla del genere prima. A lui piaceva scrivere, e scrivere quelle storie. Non sapeva se quel genere era popolare, o se lo avrebbe reso smisuratamente ricco e celebre. Quando ha iniziato a incassare un po’ di soldi: era felice. Ma anche in quella circostanza, probabilmente, ha continuato a seguire un suo percorso. Non lo interessava “profilare i lettori” (come tanti esperti chiedono di fare).

Potresti dire: i tempi sono cambiati. Adesso… I tempi sono cambiati e per questa ragione tu leggi questo blog e io cerco di aggiornarlo con contenuti interessanti. Ma un autore che sceglie sempre di andare a rimorchio dei consigli di certi esperti mi lascia perplesso assai.
Propongono la medesima strategia per tutti. Perché tutti devono scrivere in quel modo (altrimenti la strategia non funziona). Una specie di catena di montaggio che non può che funzionare; ma l’editoria non funziona già così? Allora, a che cosa serve l’auto-pubblicazione se fa il verso all’editoria? Se ne applica, ma democraticamente, le politiche e le strategie? Non dovrebbe liberare, anzi scatenare le energie “represse” dall’editoria brutta, sporca e cattiva?
Scatena solo la voglia di omologazione, in realtà.

La scrittura è sempre un apprendistato

Quello che balza agli occhi è l’onestà che costui dimostra. Al di là dei consigli pratici (niente forme passive, l’avverbio è uno dei nemici di chi scrive), King preferisce indicare quali sono le motivazioni che ogni giorno lo spingono a sedersi davanti a un Mac, e scrivere ancora.

Non è detto che debbano essere le medesime anche per gli altri che si cimentano con la scrittura. Lo scopo è indurre l’aspirante scrittore a interrogarsi sul perché lo fa. In fondo, là fuori ci sono un milione di buone ragioni per NON scrivere. Una giornata di sole per esempio, ne contiene almeno 752.000.

Non solo sul perché. Anche sul metodo di lavoro, che come ciascuno sa, non è mai uguale per tutti. Si tratta di indicazioni che hanno il vantaggio di indicare, in un’epoca dove con un clic si pubblica tutto con facilità, la fatica della scrittura.

La figura di scrittore che ne esce è un po’ diversa da quella che siamo abituati a conoscere: che crediamo di conoscere. King viene considerato un caterpillar, uno che sforna capolavori a getto continuo.

La verità? Lui stesso giudica severamente alcuni suoi libri. Si intravede un uomo pervaso da dubbi, perplessità, che ha bisogno di lettori esterni (la moglie prima di tutto), di un editor (all’inizio ringrazia il suo, Chuck Verrill: quanti scrittori italiani lo fanno? Quanti sono disposti ad ammettere pubblicamente di aver bisogno di questa figura?).

Stephen King di oggi non è molto diverso dallo Stephen King degli esordi. Non è meraviglioso? La scrittura resta sempre un apprendistato, e anche se hai venduto milioni di copie e hai nella sede della casa editrice un paio di uffici a te dedicati (sto fantasticando, ma non credo nemmeno troppo), ogni volta che ricominci, sei un esordiente che devi re-imparare tutto.

Il giusto posto di “On writing”

“On writing” merita il posto accanto a “Nel territorio del diavolo” di Flannery O’Connor, oppure “Il mestiere di scrivere” di Raymond Carver. Non perché racchiudano segreti e strategie di marketing per il successo garantito. Al contrario, indicano come talento e fortuna siano spesso due compagni che non amano frequentarsi troppo. È terribile, ma è tutta la verità di cui uno scrittore esordiente ha bisogno.

Infine: questo libro lo puoi leggere e rileggere quante volte desideri, e non ingrasserai mai. La cioccolata invece…

On Writing. Traduzione di Tullio Dobner.

10 pensieri su “Perché “On writing” di Stephen King è meglio della cioccolata

    • Grazie. Di King dovrei riprendere a leggere qualcosa: l’ultimo appena uscito. Oppure “Il miglio verde”. Adesso che ci penso, mi manca la sua prosa stradaiola, sporca, cattiva.

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    • Molti lo considerano un furbo autore, che si dedica a un genere “facile”. In realtà si è dedicato anche a temi un po’ diversi, ma questo libro mostra il lato artigianale, umile di King. Non si reputa affatto un nuovo Shakespeare, ma odia la superficialità, crede nel merito. Una lettura sorprendente, soprattutto se si parte dall’idea che ci si è fatti su questo scrittore: un autore di “cassetta”.

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  1. Quando ho letto “On Writing” la mia impressione è stata che King avesse avuto paura di scrivere un’autobiografia e l’avesse quindi mascherata da libro sulla scrittura. La parte sulla sua vita l’ho trovata piuttosto inutile ai fini del discorso generale, e abbastanza autocelebrativa. Ovviamente qualche accenno era bene che ci fosse, visto il senso dell’opera (non si può parlare di disciplina solo astrattamente), ma forse molti dettagli ce li poteva risparmiare. Ma del resto King ama molto se stesso, non è un mistero.
    Però con il messaggio complessivo del libro – e del post – non posso che essere d’accordo, e in fondo King si legge facilmente, anche quando non è narrativa; gran parte della sua bravura sta proprio in questo.

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    • L’auto-celebrazione credo faccia parte del loro essere americani: quando raggiungi un livello planetario di popolarità, e fai parte della superpotenza globale, “ci marci” come si dice. Quando parla invece della scrittura, e svela la sua passione, i suoi dubbi, capisci che è molto più genuino e serio di certi scrittori italiani che si credono chissà chi, solo per essere finiti in televisione.

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      • Già il porsi dei dubbi quando si è autori di best-seller sembra incredibile, visti certi esempi nostrani e non. Concordo quando scrivi che King è genuino e serio, di sicuro ha molta dedizione nei confronti di quello che fa, e non ha paura di fare fatica. Lo stesso non si può dire di molti scrittori che invece si crogiolano nella propria fama e che dopo i primi lavori, o neanche dopo quelli, si mettono a scrivere robaccia perché tanto l’editor pubblica loro tutto quello che gli viene messo sotto il naso.

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      • Sugli autori italiani se ne sentono delle belle, non so se sia vero e purtroppo non ho i nomi. Pare che siano i più difficili da intervistare, quelli che vivono nella torre d’avorio, probabilmente. Secondo me, uno dei (tanti) ostacoli alla lettura è la presunzione di molti scrittori. Per dirla tutta. e forzando la mano: nessuno è disposto a comprare da un macellaio che si crede chissà chi. Idem per i libri. Non che lo scrittore debba essere un compagnone di mangiate e bevute: però salire sul piedistallo da vivi, è da fessi. Secondo me.

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  2. Comunque io adoro quest’uomo (King). Lo trovo dolce e insicuro e mi pare anche sincero. A me la prima parte è piaciuta assai. Io credo sia un uomo vero e questo per uno scrittore è importante.
    Senza verità non si scrive.

    … e ora che guardo bene, in questa foto, Marco, un po’ assomigli a Stephen.
    Di lui ho il ricordo di una quarta di copertina tremenda: una foto in cui lui punta una luce sul suo viso dal basso e lo fa sembrare uno dei suoi personaggi paurosi. (non assomigli a quella foto. era per dire)
    Saranno gli occhiali. King ne aveva un paio simili…

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    • Anche io credo sia sincero. Anzi: arrivare a quei livelli (denaro, successo, lusinghe, eccetera eccetera), senza perdere la testa non è da tutti. Trovo per esempio insopportabile Ken Follett, troppo pieno di sé (ho letto “Mondo senza fine”, un po’ frettoloso da un certo punto in avanti, ma discreto). King mi pare conservare una buona dose di umiltà, nonostante tutto. Però è pur sempre dentro una macchina editoriale colossale, a cui qualcosa deve concedere. Ma lunga vita al Re 😉

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