Il bosco delle volpi – Romanzo di Arto Paasilinna

Il cielo della Lapponia vede tutto, ma tace.

 

 

Il gangster Oiva Juntunen, finlandese, assolda un paio di banditi per rubare a Oslo un carico di lingotti d’oro in arrivo dall’Australia. Il colpo riesce, i suoi complici arrestati, quattro lingotti finiscono comunque nella mani di Oiva.
I problemi sorgono quando i complici sono rilasciati dopo qualche anno di prigione, e reclamano la loro parte di bottino. Se il primo viene rispedito dietro le sbarre senza colpo ferire, il secondo, un omicida, è un altro paio di maniche.

Oiva abbandona Stoccolma dove vive tra lusso e perquisizioni da parte della polizia, e torna in Finlandia. Nei boschi di Lapponia.
Qui incontra un ufficiale dell’esercito mezzo alcolizzato, una vecchia lappone, un cucciolo di volpe, un guardiarenne, eccetera eccetera.

Nei romanzi di Paasilinna ci sono delle costanti: la prima, l’alcol. Poi, il desiderio di lasciarsi alle spalle una vita troppo ordinata, e di tornare nella potente natura finlandese. La sgangherata anarchia dei personaggi che popolano i suoi libri. La leggerezza con cui affrontano sfide e difficoltà. La tristezza che li accompagna sempre, anche quando ogni cosa marcia a dovere.

L’ironia soprattutto. Ma a volte qualcosa si inceppa, o non funziona come dovrebbe. “Il bosco delle volpi” fa parte di questa categoria, a mio parere.

In parte ne ho già scritto in un post passato, e non ci tornerò sopra, tranne che per aggiungere questo. Oiva raschia i lingotti, e poi spedisce l’ufficiale a cambiare l’oro in Marchi nei centri abitati vicini. Del tutto inspiegabilmente, l’arrivo di un tipo con pagliuzze in quantità, non scatena alcuna febbre dell’oro. Nessuna domanda, curiosità, inseguimento, o attenzione da parte delle autorità. E quando questo accadrà, basterà… l’oro per mettere tutto a tacere.

La terza parte di questo romanzo di oltre 250 pagine, regala un colpo di reni: Paasilinna inserisce la vecchia lappone che i servizi sociali “rapiscono” per condurre in un confortevole ospizio. Lei fuggirà, e nel suo vagare per la foresta finirà tra tedeschi brilli, e infine nella capanna dei due protagonisti.

È qui forse la parte migliore de “Il bosco delle volpi”.

L’ironia c’è, e spesso funziona, anche se a volte si pretende troppo da lei, a scapito della verosimiglianza. Il ritorno alla natura finlandese avviene, ma con tutte le comodità moderne: televisore, impianto stereo, scaldabagno.
E non è mai slegata da una malinconia che prima o poi, colpisce le persone inducendole a ritornare alla quotidianità.

Resta sullo sfondo, la Finlandia, il rifiuto dell’individuo di tanta modernità, capace solo di renderlo infelice. E forse la sostanziale incapacità di costui di tornare a vivere in armonia, quasi che qualcosa si sia rotto per sempre, espellendolo dalla natura verso la quale conserva una nostalgia indicibile.

Ma la zampata di Paasilinna non manca nel finale; i protagonisti si dimenticano di togliere le trappole per le volpi. Sarà una strage ma di cosa, non si può dire.

Iperborea

Traduttore Ernesto Boella.

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