La revisione è un processo divertente


Sottopongo i miei racconti anche a quindici revisioni consecutive.

Lo scriveva Raymond Carver e trovo questa sua frase a pagina 64 del libro “Elementi di stile nella scrittura”. Più il tempo passa e più mi accorgo che il cuore di tutto non è affatto nella scrittura, bensì nell’opera di dissezione chirurgica che si svolge dopo.
So che ne ho già scritto parecchio su questo blog in passato. Mi piace tornarci sopra per due ragioni.

La prima: anche se imperfetta la revisione è un’ottima scuola. Imperfetta perché allievo e maestro sono la medesima persona, e i rischi sono elevati. Soprattutto se si è agli inizi.

A me Hemingway non è mai piaciuto (eppure di lui ho tutto, un cofanetto Mondadori che racchiude tutte le sue opere, dei primi anni ’70. Appartiene a mio fratello). Però quando scriveva:

 

La prima stesura di qualsiasi cosa è merda

che si può aggiungere se non: “È vero”?
È un’affermazione che rincuora. Subito dopo ci si rende conto (e in modo abbastanza imperfetto), di che cosa ci aspetta.

La seconda ragione? È divertente. Forse è solo illusione, ma rileggere, e poi riscrivere, e continuare in questo modo per un mucchio di volte è un investimento che se uno ha talento, gli renderà cento volte tanto. Non bisogna mai pensare che si sta perdendo tempo. Oppure che va bene.

Una storia non può andare bene: e poi cosa significa? Nulla, è un’espressione vuota, buona per qualunque cosa.
Una storia deve respirare: anche rantolare ma dimostrare di essere viva. Spesso mi domando (magari ne parlerò in avvenire): come diavolo faccio a capire che un racconto è pronto?

Immagino non esista una risposta valida per tutti, ma questa mi pare calzi abbastanza a pennello per me. Quando scrivi, ti rendi conto se quelle parole cantano oppure sono mute. Se appunto, respirano.

Dopo aver chiuso la folle impresa dei 10 racconti per dieci settimane, ho scribacchiato un racconto breve. Voleva essere un omaggio a Tolstoj, e c’era questo vecchio di Savona che scappa di casa, di sera tardi. Ha pianificato questa fuga, sa che nessuno se ne accorgerà sino al mattino successivo.

Alla fine sono stato felice di averlo lasciato a dormire sul disco rigido del Mac. Non è niente: né carne né pesce. Arrivi al termine della lettura e dici: Quindi? Nessun alito di vita, nessun respiro. Un silenzio, una mancanza di aria, di vita, inquietante.

Ecco: immagino che avere una tale inclinazione (o intuito?), nel riconoscere la vita o la morte delle parole scritte, sia un primo passo. Verso cosa, nessuno può dirlo.

 

4 commenti

  1. Anch’io capisco se un testo respira (per me. il che non significa ‘per tutti’) o se non va, se non sa di niente.
    Però non sono d’accordo con Hemingway. Non credo affatto che la prima stesura di ogni testo sia merda.
    Alcune lo sono e alcune no.
    Che sia migliorabile non significa ‘merda’.

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    • Non so. Forse Hemingway amava esagerare, colorire il suo parlare per costruire la sua propria leggenda. Però in base alla mia povera esperienza, quel poco che ho scritto (La casa della vedova) dopo il tuo incipit e l’aiuto di Garcia Marquez mi son trovato con un mucchio di roba che faceva acqua. Forse non era merda, ma poco ci mancava. O forse Hemingway ha preceduto De André a proposito di cosa nasce dai diamanti e dal letame? Chissà…

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      • Per nulla d’accordo. Che servano revisioni è vero ma se c’è del buono si capisce da subito.
        Hemingway beveva troppi mojito (non so se è scritto bene ma il sapore è quello) 😉

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      • Forse era il suo modo per far capire a tanti aspiranti scrittori la fatica che c’è dietro la scrittura. Potrebbe essere un mezzo per imporsi la disciplina e puntare solo al massimo: se quello che scrivo è squallore puro, mi darò da fare per portarlo a livelli sublimi. Ormai in giro si legge di gente che scrive e senza dubbio è certa di aver prodotto qualcosa di eccezionale. Così non è, e una doccia fredda alla “Hemingway” non può che fare bene.

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