Quando smettere la revisione di un racconto?


Risposta rapida: non ne ho idea.
Perché allora chiederlo? Tutto nasce dalla rilettura del racconto breve “Selezione del Personale“, che avevo già provveduto a revisionare.

L’ho ripreso ancora una volta per sottoporlo al processo di rilettura, persuaso che se la cavasse bene, visto che aveva subito qualcosa del genere.
La realtà è diversa; meno male.

Ci possono essere diverse spiegazioni al riguardo. Provo a elencarle:

  1. Sono una bestia.
  2. Scrivo molto male.
  3. La fretta ammazza ogni storia.

E via discorrendo.

La fretta è di sicuro il problema numero uno; non solo il mio.
Posso affermare questo: ha ragione Stephen King quando dice che rivedere quanto si è scritto è divertente. Separarsi per settimane dal testo prodotto, permette di affilare la lama con la dovuta perizia, prima di colpire con la necessaria precisione e durezza.

Aggiungo anche che il metodo che sto utilizzando mi piace e sembra funzionare a dovere. Non sto a ripetere di cosa si tratta; basta andare a leggere il post dedicato, più un altro in cui illustravo meglio la procedura.

Riguardo la domanda del post: è arduo trovare una risposta. Forse si sente che è ora di smettere. Si intuisce che si potrebbe fare ancora del lavoro sulle parole, ma è tempo di metterlo alla porta e dirgli:

“Senti bello, ho fatto tutto quello che ho potuto. Adesso arrangiati”.

Tre sono le direttive nella scrittura: essere interessante, essere efficace, creare valore. Tutte queste cose assieme, anche se imperfette, possono spingere una persona a fermare lo sguardo sulle pagine di un libro, perché ha trovato un bene prezioso. Se viceversa passa oltre, sarà più povera. O forse non gli piace. O ancora, abbiamo fallito nonostante il nostro impegno.

La scrittura è bizzarra. Esistono altri campi dell’attività umana che permettono una verifica precisa del lavoro svolto. Se per esempio costruisco ponti, la loro qualità non è data dal fatto che “i lavori sono terminati”. Bensì dalle prove di carico cui sono sottoposti. Se reggono, il lavoro è stato fatto a regola d’arte. Se crollano…

Un racconto o romanzo deve essere sottoposto prima o poi al giudizio del lettore; ma magari non ama il genere. Ha litigato con la moglie/il marito. La storia è un colabrodo. Tutto questo e molto altro, non fa altro che aumentare la difficoltà nell’arrivare alla decisione di congedare il proprio scritto.

Se sei un principiante, hai pure lo svantaggio di NON avere alcuna idea se il risultato di uno, due anni di scrittura è almeno decente. Forse lo è, forse no. Non hai ancora lo sguardo severo che viene dall’esperienza, che non potrà mai essere acuta quanto quella di un bravo editor; ma è pur sempre qualcosa.

Questo post deve però volgere al termine. Allora diciamo che butti fuori una storia per sfinimento. Magari le virgole sono da rivedere, e pure i due punti. Ma tornarci ancora sopra, è qualcosa che ti mette di malumore; eppure la scrittura dovrebbe essere un piacere, almeno un po’ e ogni tanto. Non vuoi più vederla, e desideri pensare ad altro, a un’altra storia magari.

Io mi comporto così, non so se sia il metodo giusto. Ma ho imparato questo: ci sono un milione di metodi, quello giusto, perfetto, temo che non esista.

8 commenti

  1. “Scrivo come posso, quando posso, dove posso. Scrivo in fretta e furia, come ho sempre vissuto.”
    Louis-Ferdinand Céline

    C’è chi può… 😀

    Invece, ho iniziato a leggere da poco Lord Jim, lo splendido romanzo di Conrad. L’autore, almeno nell’edizione digitale che mi ritrovo, fa precedere una sua nota al romanzo per chiarire alcuni aspetti contestati dalla critica del tempo (siamo a inizio novecento). Ne riporto un breve estratto che trova corrispondenza con quanto sostenuto (timidamente) in questo post. Giusto per sottolineare che il “sistema” sembra proprio questo.

    […]
    E si trattava di un’idea valida. Tuttavia, dopo averne scritte alcune pagine, non ne fui soddisfatto per qualche motivo che adesso non ricordo, e per un po’ di tempo le accantonai, togliendole dal cassetto solo dopo che il compianto William Blackwood mi chiese di mandargli qualcosa per la sua rivista.
    […]
    I pochi fogli che avevo messo da parte ebbero non poca importanza nella scelta dell’argomento, ma tutto fu riscritto con grande attenzione.
    […]

    Mi interessa molto pure la parte iniziale della nota che, anche se divaghiamo dall’oggetto del post, rimanda ad argomenti spesso dibattuti su questo blog: la credibilità. La riporto perché mi pare importante la considerazione di uno Scrittore affermato (di origini polacche ma dall’inglese ottocentesco degno dei grandi):

    […]
    Qualche recensore sostenne che l’opera, iniziata come racconto, era sfuggita al controllo dell’autore. Uno o due commentatori credettero addirittura di scorgere prove interne a sostegno di tale tesi, e ne parvero divertiti. Alcuni indicarono i limiti della forma di narrazione usata, affermando che nessuno avrebbe potuto parlare per tutto quel tempo, e che nessuno, d’altro canto, avrebbe avuto la forza di rimanere in ascolto per un periodo altrettanto lungo. Era, così dissero, poco credibile.

    Dopo averci riflettuto per circa sedici anni, credo di poter dire che queste osservazioni non erano giuste. Si sa di uomini che, sia ai tropici sia nella zona temperata, sono rimasti alzati tutta la notte a “farsi una chiacchierata”. E questa è proprio una di siffatte chiacchierate, intervallata da interruzioni per dare un po’ di respiro
    […]

    “Dopo averci riflettuto per SEDICI ANNNI!!!” 😀
    Questo è Conrad… Adesso capisco perché Lord Jim è così introspettivo e dibattuto nell’animo, deve aver preso dallo scrittore… 😉

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    • Celine è uno dei tanti che mi mancano, come Conrad. Più ci si cala nella scrittura e ci si lascia alle spalle i giudizi superficiali che spesso le fanno compagnia, e maggiore appare la difficoltà che le parole richiedono.
      Un altro aspetto che merita considerazione: la visione dell’autore sulla propria opera. È un discorso spinoso perché c’è autore e autore: qualcuno è bravo molti, no. Occorre anche una determinazione a difendere il libro a dispetto di tutto e tutti. Melville scrive il Moby Dick e di fatto si scava la fossa (ma forse se l’era già scavata con altre opere). Ma non decide di tornare a scrivere di cosa lo aveva reso famoso presso il grande pubblico (le isole del Pacifico). Prosegue il suo cammino sino in fondo, infischiandone. Soffrendo per lo scarso consenso delle sue opere; ma non indietreggia.

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    • Vero. Forse è qui che si vede l’utilità del Web. Quando io ho iniziato anni fa, non c’era nulla, la Rete di fatto non esisteva. Quindi scrivevi qualcosa, e dicevi: che faccio? È una porcheria? A chi invio?
      Adesso non solo i commenti ma anche i rapporti che si instaurano sono di aiuto. A volte leggere un post di un altro autore illumina; perché contiene una citazione, un consiglio, un’idea. E cresci.

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  2. Di Celine ho letto solo “Viaggio al termine della notte”.
    È uno scrittore strano… scrive in modo molto diretto. Frasi brevi. Veloci. Risulta molto efficace e coinvolgente (almeno per me). Sembra che ti parli direttamente negli occhi. E fa male, nel senso che colpisce nel segno. Perché mica scrive cavolate, no, lui scrive della vita, di quanto sia difficile. Credo sia nichilista. Per quanto mi piaccia il genere, mi metto sempre un po’ di paura a leggerlo. Di tanto in tanto riprendo in mano il libro e leggo a pezzi, tanto funziona lo stesso una volta che la storia (che alla fine è solo un pretesto) la sai. Di tanto in tanto mi fa pensare. È uno scrittore che fa pensare, se ci entri in confidenza. Ma ammetto che per lungo tempo ci ho girato intorno senza riuscire ad afferrarlo. Mi risultava difficile, una volta. Ora non più. Sarà l’abitudine alla vita…

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    • Sono in tanti a consigliare la lettura di quel libro se si ha l’ambizione di scrivere. Celine ha svecchiato il romanzo non solo francese, ma probabilmente mondiale. Era nichilista, abbracciò l’antisemitismo e molti per questo ne evitano la lettura. Credo sia un errore, ma comprendo che per alcuni sia impossibile separare l’artista dall’uomo (processato per collaborazionismo condannato e poi amnistiato).
      Da qualche parte ho letto che “Viaggio al termine della notte” venne considerato alla sua uscita un libro comunista. Non so quanto sia vero però…

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  3. Il problema è che col tempo la scrittura cambia. Se rileggi uno scritto fra dieci anni, lo troverai magari indecente. Ma non ha senso rimetterci mano, specialmente se è stato pubblicato.

    La revisione va fatta finché reputi quella storia decente da inviare a un editore. O a un concorso letterario, anche.

    Io partecipo a delle gare letterarie e sto imparando molto. I commenti degli altri mi servono per vedere cose a me invisibili.

    Resta il fatto che una storia ha poi bisogno di un editor per essere migliorata.

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    • Sull’editor sono d’accordo. C’è però un dubbio che assilla sempre, e secondo me assillava anche Tolstoj (o forse no, chissà). All’inizio, pensi che quanto scritto sia decente però non sai se l’idea sgorga perché è davvero decente, oppure è tutta un’illusione.
      Dopo, se magari riesci a pubblicare sul serio il dubbio rimane, e immagini che quello che scrivi sia decente solo perché stai abbassando (inconsapevolmente), l’asticella della qualità, e non per i pregi che racchiude. È un bel grattacapo, perché spesso ti blocca, ti fa tornare indietro a rileggere per la trentasettesima volta l’incipit e stavolta lo trovi semplicemente ridicolo.
      Nel romanzo di Zola “L’opera” c’è questo pittore di talento che si impicca. L’opera a cui lavorava l’aveva corretta così tante volte da distruggerla. Ecco, questo mi terrorizza. Il fatto che esistano altri che mi giudicano mi costringe a cercare di confezionare qualcosa di eccellente, e accanto esiste la consapevolezza che forse, sto scassando tutto. Spero di essere stato chiaro…

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