Come riconoscere il talento?


Mi sto sparando nei piedi, lo so. Qualunque altro argomento sarebbe semplice da affrontare, questo è il più arduo.
Il talento non si può apprendere: o ce l’hai oppure no, e bada, viene rilasciato col contagocce. Questa è la sola certezza che abbiamo. Ma l’aspirante scrittore è persuaso di averlo eccome: non è possibile che quelle frasi, quel libro che pure sonnecchia nel disco rigido del computer, sia da buttare.

Un atteggiamento comprensibile. Che viene rafforzato da amici, conoscenti e parenti che spesso soccorrono l’aspirante, dichiarandogli prontamente la propria ammirazione per la sua capacità straordinaria nel tratteggiare personaggi, ideare trame.
Se tutto questo proviene da laureati, è fatta.

Eppure, la letteratura è piena di gente se non illetterata, priva di quei titoli che inseguiamo così tanto.
Per questo, è meglio non affidarsi troppo a chi ha lauree: di solito non ha alcuna preparazione a proposito di scrittura. Che è (anche), possedere un italiano corretto, magari pure musicale.

Ma è solo l’inizio. Occorre riconoscere al volo, o quasi, la capacità di narrare; che più o meno significa scrivere in maniera efficace e interessante.
E qui casca l’asino.

Se una persona è laureata, può dire qualcosa sulla qualità della scrittura: errori e/o refusi, chiarezza espositiva. Sul resto (vale a dire: efficacia; valore e interesse dello scritto), forse no. Non perché sia ignorante (anche se accade, eccome); ma perché non possiede i mezzi giusti, la capacità di discernere il buono dal cattivo.

Per riconoscere un talento, occorre talento. Parenti e amici, siamo certi che ce l’abbiano? A questo, aggiungiamo il desiderio del quieto vivere, che impedisce di assumere toni severi, ed emettere giudizi troppo trancianti.

Un consiglio: diffida di un’opinione che contenga il termine “bello”. Di solito è indice di una volontà che preferisce affrettarsi altrove, o meglio, che ha liquidato quanto letto in breve tempo, e per uscire dal vicoletto, pronuncia quella parolina: bello. Tu sei contento, essi si sono liberati da una grana che rischiava forse, di creare dissapori e malumori.

Una storia, deve avere a mio parere un minimo di complessità; non significa che debba svilupparsi in seicento pagine, avere 43 personaggi che si muovono tra Asia, Africa e Americhe. Può limitarsi a 15 pagine, con un protagonista, e basta. Complessità vuol dire comunicare al lettore qualcosa di scomodo e non ovvio. Qualcosa che non vuol sentire; eppure tu glielo racconti.

Il post si allunga, e rileggo il suo titolo, consapevole di aver offerto solo degli spunti, delle idee. Nessuna indicazione concreta per capire se uno ha o no talento, oppure è meglio che pensi ad altro.
La letteratura è come la vita: difficile. Non esistono ricette per domarla.

2 commenti

  1. Beh, sì, il talento non si insegna. E riguardi ai laureati… ne vedo parecchi in giro, leggo i loro blog e molti dimostrano di non conoscere la lingua italiana. Basta poi sentire come parlano molti giornalisti…

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    • Esatto. Eppure mi pare che soprattutto in questo Paese il titolo di studio sia considerato ancora qualcosa che fa la differenza. Perciò se non ce l’hai non importa quanto tu sia bravo: non ce l’hai e basta, sei un poveraccio. È un modo di pensare da trogloditi, e questo in effetti spiega tante cose.

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