La temperatura emotiva


Scrive proprio così Carver a pagina 63 di “Niente trucchi da quattro soldi”. Lo fa quando spiega per quale ragione è indispensabile lasciar raffreddare il racconto. Perché poi ci si avvicinerà a esso (dopo sei mesi per esempio), quando la temperatura emotiva si sarà abbassata drasticamente.

Poi si riuscirà a osservarli con la necessaria freddezza.

Persino io ne ho parlato già in passato; è uno degli elementi fondamentali nella scrittura (o dovrei dire ri-scrittura?). L’occhio compassionevole, sazio, che accarezza lo scritto non deve esistere. Se si ha un briciolo di talento e di passione per la scrittura ogni pietà deve essere bandita dal cuore.

Non si deve contare su nient’altro che sul proprio talento: questo deve essere la pietra angolare su cui costruire qualcosa. Si deve giocare senza rete, il che vuol dire accettare di non piacere, di dispiacere, e non solo.
Essere freddi, glaciali con quello che si è prodotto aiuta a rendere lo scritto meno ovvio e più potente di quello che si aspetta il lettore.

Il pensare di aver scritto un racconto buono spesso è il risultato di una temperatura emotiva ancora troppo alta; solo il distacco aiuta a riavvicinarsi a esso con la cattiveria necessaria per renderlo forse migliore.

Ho sempre immaginato questo: se sei certo di aver fatto quanto era in tuo potere per rendere un testo di valore, anche la critica più dura, purché motivata, ti troverà pronto. Non sarà bello leggerla, ma potrai farti scudo di aver compiuto tutti i passi necessari per costruire qualcosa al meglio delle tue possibilità.

Ne farai tesoro. Forse hai sbagliato lo sviluppo della storia, qualche dialogo è balordo, il finale è poco convincente… Ma almeno non avrai peccato di faciloneria, e di questi tempi anche questo è prezioso.

Viceversa, se hai fretta, e consideri l’attesa per raffreddare il testo una perdita di tempo, anche un complimento non ti sarà sufficiente: pretenderai l’encomio solenne. Un tipico modo di reagire dei dilettanti destinati a restare tali per l’eternità.

2 commenti

    • Anche dopo un anno se c’è qualcosa di buono, il racconto respira. Allora cerchi di recuperarlo, dargli dignità e un’altra occasione. A volte ci riesci, altre volte devi passare oltre purtroppo.

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