Piccole verità sull’editoria


Non conosco affatto il mondo editoriale, mi limito ad annusarlo. Eppure credo di aver compreso delle piccole verità che per gli addetti ai lavori saranno ovvie. Non lo sono per tutti, perciò provo a elencarle.

  • Rivolgersi alle grandi case editrici è tempo perso. Se sei un esordiente, certo. Sono chiuse, blindate, assediate da una marea di postulanti. Si arriva a esse se si conosce qualcuno, oppure si è fatto qualcosa che ha attirato l’attenzione (magari della televisione). L’eccezione (c’è sempre), serve a confermare la regola.
  • Il merito è una faccenda maledettamente seria, per questa ragione nel nostro Paese se ne parla poco e viene applicato ancor meno. Si crede che l’editoria sia un luogo dove si emerge grazie al talento. Questo non è indispensabile, e può essere svelato in un secondo tempo. Non di rado, non esiste affatto eppure non è un problema. Se hai gli agganci giusti, il problema sarà solo mantenerli sani e oliati, ed è un lavoraccio. Scrivere bene, creare opere di valore diventa a quel punto un dettaglio, un compito da portare a termine se avanza del tempo.
  • Il lettore non è un alleato. Si crede che l’editore non capisca niente, e che il lettore, questo bislacco essere avido di libri, abbia una competenza, e un fiuto a scovare il talento, straordinari. La verità è più semplice: l’editore capisce se non tutto molto, e i lettori di solito non hanno alcun fiuto o competenza. Guardano la televisione, si cibano di letture mediocri, hanno uno scarso se non nullo senso critico.
  • Dopo la prima pubblicazione, uno scrittore torna a essere un esordiente: se ha in mente un’altra storia gli toccherà rifare il medesimo percorso. E l’esito non sarà affatto scontato.
  • È soprattutto una questione di denaro. Una casa editrice per prima cosa deve badare a tenere i conti in ordine; altrimenti si chiude. Licenziare dipendenti o collaboratori (e nelle piccole case editrici spesso si instaura un rapporto diretto e personale) non è una bella cosa. Investire in un autore vuol dire prendere dei soldi dal conto corrente, e appunto investirli; perciò ci devono essere delle ottime ragioni per farlo. Non sufficienti: proprio ottime.

10 commenti

  1. Mi trovi d’accordo su tutto tranne che sul quatro punto. Se hai già pubblicato, puoi sempre proporre la tua storia al primo editore, se è del genere che tratta. Altrimenti hai sempre una pubblicazione in tasca e questo, nel tuo CV, qualcosa conta.

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    • Non so, probabilmente hai una maggiore conoscenza dell’ambiente. Per quello che ho capito e saputo, pubblicare la seconda opera è meno semplice di quanto possa apparire. Magari è colpa dell’autore che non capisce che è solo all’inizio della salita, non in cima alla discesa.

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  2. Post veritiero e utile.
    Io personalmente sono affascinato dalla rivoluzione digitale in ambito editoriale (anche se ancora non posseggo un ebook reader). Certi strumenti “bypassano” quasi tutti i punti descritti nel post tranne uno, quello riguardante il merito. L’autopubblicazione, l’editoria digitale, anche il blogging – perché no! – sono ottimi per superare la fase “camera d’attesa” dal grande editore. Un modo per cominciare a farsi conoscere. Chi merita potrebbe anche essere intercettato e ripreso su carta. Credo che l’epoca dell’autore che vive scrivendo sia ormai alla fine (tranne quei soliti dieci nomi pompati dai mass media): gli strumenti alternativi alla carta per farsi leggere ci sono, anche se non ci renderanno ricchi.

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    • Di certo è finito il tempo dell’autore che scriveva isolato e poi lanciava sul popolo la sua opera. Ormai o si è già qualcuno, oppure se si inizia si deve fare i conti con il Web. E fare i conti vuol dire anche studiarne un po’ le dinamiche, gli strumenti, o si rischia di restare al palo.

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      • Infatti se oggi nei sei già qualcuno difficilmente ti pubblicano. Penso ai romanzi di italiani pubblicati da Piemme. Quegli autori erano già qualcuno. Un ragazzo che ha partecipato a “Italia got talen” in TV, un tizio che era mr. gay nel ’90, un’altra autrice che già collaborava con loro e che ha bypassato i 12 mesi di attesa che ci sono per tutti gli altri. Oggi vale di più l’apparire, il farsi conoscere che quello che poi in sostanza si scrive, anche se la logica ci direbbe il contrario, cioè che dovrebbe contare la bravura e non la notorietà. 🙂

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      • Però qualcuno potrebbe far notare che il Web è più attento ai meriti della persona. Forse ragioniamo troppo con i vecchi schemi, e non abbiamo ancora imparato a usare bene quelli nuovi?

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