Come una cattedrale o un ponte


Una frase può essere disciplinata come lo è una cattedrale, o un ponte.

È un’affermazione di Eudora Welty racchiusa nel libro “Una cosa piena di mistero” (a pagina 46). Strano vero come il concetto di disciplina ricorra così di frequente per una pratica (la scrittura), tanto popolare? Forse si tratta di un eccesso di zelo, tipico di un’altra era. Adesso con il self-publishing, Amazon e compagnia cantante, per quale ragione applicare regole buone per gli anni Cinquanta, Sessanta?

Ciascuno faccia quello che vuole, perché nessuno può spiegare ad altri quello che deve scrivere, e come lo deve fare. Su questo credo che tutti siamo d’accordo.
Però che nessuno sottovaluti la parola. Forse è bene rileggere quello che la Welty scrive:

Una frase può essere disciplinata come lo è una cattedrale, o un ponte.

Non è un ordine, infatti dice “può”, non “deve”. Però subito dopo mette in chiaro quale debba essere il risultato finale di tanta disciplina. Un ponte, una cattedrale.

Da una parte, c’è la consapevolezza che non è sempre possibile raggiungere il massimo; dall’altra, che o si punta al meglio, al massimo appunto, oppure il risultato sarà mediocre.

Self-publishing o no, non esiste via di scampo: la prima regola è la disciplina. Non si tratta di sedere alla scrivania e battere sui tasti per otto ore, sette giorni su sette. Anche quello ha la sua importanza, certo. Però qui abbiamo a che fare con il risultato di tanto pestare i tasti.

Un ponte unisce le sponde del fiume, e regge il passaggio di uomini e mezzi. La cattedrale induce l’osservatore ad ammirarne la solidità, l’imponenza, il movimento verso l’alto.

In entrambi i casi, si tratta di opere che inducono l’essere umano a un’azione: di fiducia, aprendosi a ciò che c’è sull’altra sponda (nel caso del ponte). Di speranza (nel caso della cattedrale), perché il suo slancio verso il cielo lascia intendere che si possa scommettere sulla capacità tutta umana di andare oltre. Senza voltare le spalle alla fatica, agli orrori, è possibile alzare la testa e riconoscere la propria capacità di elevarsi.

No, non credo che adesso queste considerazioni possano essere ignorate. Quando la scrittura non è più di proprietà di pochi eletti, ma diventa di tutti (per fortuna), è urgente chiedersi: “Per fare cosa? Per quali storie?”. E se rispondere a queste domande è un cammino del tutto personale, le direttive restano sempre le medesime:

Una frase può essere disciplinata come lo è una cattedrale, o un ponte.

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