Davvero Dostoevskij è pesante?


Quando si parla di scrivere, per forza di cose si parla soprattutto di leggere. Tanto. Ma cosa? I Classici si dice, tra cui per esempio il buon Fedor Dostoevskij.
Il problema di questo colossale autore russo è questo: per molti è un mattone, è troppo pesante.

Questo scrittore ha scritto anche cose “leggere” (Il sosia per esempio, è un racconto lungo, ma abbordabile: sul serio).
Ma cosa vuol dire pesante? Lasciamo da parte la sua scrittura (si tratta di un autore Ottocentesco, e naturalmente risente di un modo di affrontare la realtà ben diverso dal nostro).
E poi non sarei nemmeno in grado di parlarne in modo intelligente.

Ripeto la domanda: cosa vuol dire pesante? Che il libro richiede molto tempo, visto la sua mole?
Che ci sono perciò molte pagine da girare?
Che la storia si sviluppa in un arco temporale poco circoscritto?
O forse sono i nomi?
Oppure i ragionamenti con cui i personaggi cercano di sbrogliare la matassa della vita?

Il problema della pesantezza sorge quando la persona si adagia nella mediocrità: si adagia. È una sua libera scelta; con tutte le risorse che abbiamo oggi, non è più un’imposizione, e come tale può essere abbandonata. Purché si abbia sufficiente volontà.

La mediocrità offre uno sguardo che non va mai oltre le apparenze, la superficie: si accontenta. Chi la adotta è persuaso di compiere una grande scelta, quella vincente, la migliore in assoluto.

Le sfumature non esistono, i dettagli nemmeno. Solo emozioni, e sentimenti che si bruciano nello spazio di un tempo breve e canaglia. Questo modo di vedere il mondo ottimizzato, efficiente, dove tutto è chiaro alla prima occhiata, fa sentire la persona libera e sicura. E fatica a capire che è solo leggera, in balia degli eventi che di solito, sono creati da altri.

Semplificando: ci sono due generi di persone su questo pianeta. Quelle che pensano che i soldi siano la chiave di ogni cosa.

E quelle che ritengono i soldi importanti, ma è la parola a spingere in avanti l’umanità. Quest’ultime sono le più importanti, perché sovente pongono domande, sollevano dubbi, cercano vie alternative. Non di rado finiscono nei guai: galere e altre spiacevolezze. Spesso costoro hanno letto robe pesanti.

Inutile a questo punto aggiungere che la maggior parte delle persone segue i primi, e osserva con pietà i secondi. Proprio Dostoevskij ne “I fratelli Karamazov” (un mattone! Aiuto!), spiegava che le persone hanno il terrore della libertà. La cercano solo a chiacchiere, ma porgono il collo al collare più conveniente.

Bisogna essere ambiziosi. Non basta camminare sempre in discesa, tanto prima o poi arriverà la salita, è inevitabile: e saremo in grado di resistere alla fatica? Saremo capaci di affrontare quello che ci aspetta, di nuovo, inedito e differente?

Ciascuno legga quello che vuole, ma legga e non si trinceri dietro i “Si dice”; non sollevi obiezioni senza sapere di cosa parla. Dostoevskij può non piacere, me ne rendo conto: ma la maggior parte dei giudizi su di lui arrivano da persone che giudicano il libro dal suo spessore. E che hanno terrore di affrontare una lettura impegnativa (per mole) e provocatoria (per argomenti).

La regola sovrana da applicare in tutti i campi dello scibile umano, dovrebbe essere di toccare con mano, e non ascoltare quello che dice la televisione, Internet, o mio cuggggino. Mio cuggggino trova pesante leggere i nomi sui citofoni…

6 pensieri su “Davvero Dostoevskij è pesante?

  1. Sbaglio o è un post un po’ polemico? Che ti hanno fatto? 🙂
    Io non sarei così drastica. In fondo stiamo parlando di lettura, che è prima di tutto una forma d’intrattenimento.
    Se la mediocrità diverte, che problema c’è? Non dobbiamo forse combattere tutti i giorni con cose “pesanti” nella nostra vita? Almeno nella lettura un po’ di leggerezza ci vuole.
    Il trovare qualcosa pesante poi dipende molto anche dai gusti e dalla cultura personale. Tutte cose che variano da persona a persona e non rendono nessuno necessariamente migliore di altri. La cultura spesso è legata anche all’età, oltre che al tipo di studi che uno ha fatto.
    Personalmente trovo pesanti tutti i classici russi, mica solo il caro Fedor. Non per questo sono io ad essere leggera. Semplicemente non mi piacciono le ambientazioni, quel tipo di scrittura che sento lontana dalle mie corde. Non per una questione puramente cronologia. È una cosa “a pelle”. Non mi attira. Punto.
    Trovo pesante Tolstoj (leggere “Guerra e pace” è stato un supplizio, purtroppo non è stata una mia scelta), come Jorge Amado, Stephen King, Carlos Ruiz Zafon o… addirittura Ken Follett (sì, hai letto bene). Di questi ho letto qualcosa e me ne sono pentita. Mentre invece mi diverto a leggere Stanislaw Lem e Virginia Woolf, per esempio, così come Peter F. Hamilton. E non è neppure una questione di lunghezza, perché i miei libri ideali dovrebbero superare le 700 pagine. Uno dei libri più belli che abbia mai letto è “Sarum” di Edward Rutherfurd (1200 pagine), che qualcuno considererebbe pesante.
    Il mio ragazzo legge con scioltezza Dostoevskij e Bulgakov, ma trova pesante l’idea di affrontare una trilogia di 2500 pagine di Hamilton (e non perché non gli piaccia la fantascienza, tutt’altro).
    Spesso si tratta soltanto di un pregiudizio della serie: i classici sono pesanti oppure la fantascienza è letteratura di serie B, tanto per fare un esempio. Oppure uno ha semplicemente difficoltà ad immedesimarsi in certe situazioni così lontane da sé (vale per entrambi i generi).
    Il punto è che, se non mi diverto mentre leggo, ho il diritto di leggere altro. Ne non mi attira un certo autore, anche se non ho mai letto nulla di suo (tipo che mi sta sulle palle per partito preso), ho il diritto di non leggerlo. Non per questo devo essere considerata peggiore o migliore di qualcun altro.
    Esistono tanti di quei libri che potremmo leggere e il tempo a nostra disposizione è troppo poco. È normale che dobbiamo fare un po’ di filtro e se per farlo usiamo le opinioni altrui o semplici sensazioni (non mi piace la copertina, la trama mi sembra noiosa, Dostoevskij è russo quindi è pesante a prescindere, ecc…), che male c’è?
    Non c’è niente di peggio che aver perso giorni o settimane dietro ad un libro e non rimanerne soddisfatti. Meglio essere un po’ più cauti prima di iniziare a leggere che avere la sensazione di aver buttato via del tempo prezioso.

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    • Credo che entrambi diciamo le medesime cose, solo che lo facciamo in modo differente 🙂
      Il post nasce dal fatto che le persone (la maggioranza di esse), esprimono giudizi senza nemmeno sapere di che cosa parlano. Concordo sul fatto che ciascuno debba leggere quello che desidera, ma appunto deve leggere. Non ripetere come un pappagallo giudizi presi in giro chissà dove. Mi sta bene che il buon Dostoevskji sia detestato, ma almeno provare, prima. Ormai, e il Web in questo è un formidabile alleato, c’è questa specie di gara a esprimere giudizi su qualunque cosa (e non solo sulla letteratura), senza nemmeno informarsi un poco. Siamo nell’era dell’informazione, ma le persone vivono come se fossimo ancora nella Firenze del ‘500.
      Poi (e forse qui le nostre strade un po’ si separano?), io ammetto di avere un atteggiamento particolare nei confronti della lettura: mi piacciono certi autori che si “sporcano di polvere”, osservano dilemmi e miserie umane. Ho letto Follett, ottimo scrittore, ma dipendesse da me probabilmente non venderebbe così tanto. Inoltre (e le nostre strade si divaricano ancora un po’?), non riesco a divertirmi quando leggo. Per me è uno spazio di riflessione, di comprensione, di sfida e di lotta con il mondo; per divertirmi trovo Mozart perfetto.
      Alla fine, sia tu che io leggiamo “mattoni”. E ciascuno di noi è arrivato a essi perché ha provato, non si è fidato di quello che sente in giro, e nemmeno ha continuato a vivere nel pregiudizio che la scuola, volente o nolente, ha inculcato. E cioè che i Classici sono noiosi e roba da intellettuali. Io ho un diploma di terza media, però mi sono liberato da certe idee.
      Infine, concordo su quanto dici: il lettore ha (quasi) sempre ragione, e ha diritto a abbandonare un libro che non gli piace. L’essenziale, ripeto, è non andare avanti a colpi di “si dice”.

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      • Onestamente non ci credo che non ti diverti quando leggi 😀
        Se lo fai è per che ti piace, no? Mica te l’ha detto il dottore. O forse abbiamo un’idea diversa del divertimento? Sembra che tu avvicini il concetto di divertimento ancora a quello di leggerezza, ma non deve essere per forza così.
        Per me è fare qualcosa che mi piace e mi prende, qualunque essa sia. Io per esempio mi diverto ad allargare le mie conoscenze e i miei orizzonti, mi diverto a fare tutte quelle cose che mi arricchiscono spiritualmente e intellettualmente, in questo la lettura è molto utile, al pari del cinema, della musica, del teatro, dei concerti o dei viaggi e così via.
        Io mi diverto anche a leggere i blog degli altri, altrimenti non lo farei 🙂

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      • Mi piace, non ne posso fare a meno, ma sinceramente non ho mai accostato il divertimento alla lettura. Ho iniziato a leggere, tanto, quando mi sono reso conto che ero ignorante. A scuola studiavo poco, poi mi sono reso conto che chi non legge non sa, fa quello che gli ordinano gli altri e non possiede gli strumenti per comprendere il mondo. Sotto certi aspetti, per me leggere è una questione di… sopravvivenza? Di rivalsa? Il mezzo per dimostrare che anche se non hai titoli di studio, conosci e capisci più di tanti laureati? Tutto questo, e anche molto altro probabilmente, mi spinge a leggere. 🙂

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      • Volevo rispondere all’ultima tua risposta, ma non appare il tasto “replica”.
        Comunque volevo solo aggiungere che capisco perfettamente il desiderio di migliorarsi e il fatto di cercare di concretizzarlo attraverso la lettura. Anche io sento moltissimo questa esigenza, l’ho sempre avuta. Però penso che il miglioramento debba passare anche attraverso il divertimento, non riesco e non voglio neppure provare a separare le due cose.
        Leggere mi permette di estraniarmi completamente dalla realtà, trovandomi in una situazione in cui esiste solo il libro, mentre io scompaio. Mi capita sia con i romanzi che con i saggi, ma ovviamente con alcuni libri la cosa riesce più che con altri. Per me questo è divertimento. Non saprei come altro definirlo. Ti diverti e ne frattempo impari qualcosa. Cosa c’è di meglio?
        In ogni caso è un discorso lungo.
        Secondo me capiterà anche a te, prima o poi, dopo aver finito di leggere un libro, di pensare: “Quanto mi sono divertito!” 😀

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      • È possibile, chissà 🙂
        Il “semplice” atto della lettura nasconde molti aspetti che naturalmente alla fine lo rendono personale e perciò unico. Ciascuno di noi entra in questo sogno con le sue esperienze, passioni, desideri e aspettative. L’importante è uscirne un poco migliori. Di solito funziona 😉

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