Scrivere è una caccia al tesoro


Che cosa rende la caccia al tesoro difficile, faticosa, persino pericolosa, ma inevitabile?
Il fatto che tra noi e il tesoro ci sia un mucchio alto così di ostacoli. Per questo molti non si cimentano.

Altri preferiscono credere di averlo già trovato, con poca fatica e scarsissimi sforzi. Altri ancora si arrendono alle difficoltà.

La scrittura se concepita come bene, non come prodotto, è esattamente quello: una snervante caccia al tesoro. Chi scrive, è chiamato a lavorare come un pazzo per individuare non una storia (all’inizio non c’è storia, solo immagini), ma una serie di indizi su una mappa.
Lentamente, si avvicina, si eliminano difficoltà, nemici. Arriviamo sul posto, ma non è finita. Occorre scavare, scavare, scavare.

Tutta questa opera di scavo ha come obiettivo quello di rendere la storia un tesoro anche agli occhi del lettore. In fondo è lui che deve essere abbagliato. Trascinato dentro il sogno. Deve toccare con mano la qualità del tesoro.

Ecco perché bisogna avere tempo, mettere alla porta la fretta e riversare sulle parole la più grande attenzione che possiamo. Deve brillare la storia. Trasmettere nel lettore la consapevolezza che gli è accaduto qualcosa, grazie a quella lettura.

Ha intravisto una prospettiva che prima non conosceva nemmeno. Egli è davvero più ricco, ma di una ricchezza bizzarra, che non conosce borse o speculazioni. Che potrà condividere e anche allora non sarà più povero, anzi.

Ci sarà poi qualcuno che affermerà:

“Ma quale tesoro? È chincaglieria, non lo vedete?”.

Forse ha ragione, forse ha torto. Il bello della narrativa è che si trovano opinioni contrastanti sui grandi Classici, figuriamoci sugli altri.

10 pensieri su “Scrivere è una caccia al tesoro

  1. Grazie, Marco 🙂

    Affermi che la caccia al tesoro è “snervante” e che è necessario “riversare sulle parole la più grande attenzione che possiamo”. Vivendo uno stato d’animo del genere, in che modo ti rendi conto che la caccia al tesoro è finita, per quanto riguarda una parola?

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    • La tua è una domanda da un milione di dollari, ma occorre trovare una risposta. Di più: la risposta esiste già, il problema è riuscire a renderla comprensibile 🙂
      Se scegli di scalare le montagne, il tuo esempio sarà Walter Bonatti o Messner. Però la fatica sarà la tua, e sarai tu a vedertela con la parete, non altri.
      In un certo senso, la caccia al tesoro non finisce mai, per questo continui a scrivere. Il vantaggio di essere uno scalatore è che a un certo punto arrivi in vetta. Chi scrive invece mette il punto, afferma: “È fatta”. Ma cosa?
      Con tutti i limiti che un autore ha, e che solo in parte saranno eliminati dal mestiere e dal talento, la caccia finisce quando rispondi ad alcune domande. È di valore quanto ho scritto? È efficace?
      So bene che tutti possono porsi domande del genere, e rispondere di sì: ma pochi lo faranno in maniera sincera. E costoro sono in genere coloro che scrivono davvero. Non si limitano a riempire una pagina di parole.
      L’amore per la parola induce a essere sinceri (se è amore). I difetti del testo li intuisci oppure li immagini (perché è praticamente perfetto), ma sei consapevole di aver svolto non solo il lavoro al meglio delle tue possibilità (tutti possono proclamarlo, vero?). Ma sei certo (beh, abbastanza certo), che il tuo occhio, la tua voce, hanno una carica differente da tutto il resto.

      Risposta generica? Certo. Al di là delle affermazioni di circostanza e delle teorie, abbiamo a che fare con qualcosa che si chiama “talento”. Quindi tutti possono dire “Pure io mi comporto così, sissignore”. Ma pochi sono davvero scrittori perché il talento è un tipo solitario, non ama le folle. Ecco perché la risposta anche se lunga, non è esauriente.

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  2. Ciao, Marco.
    Aggiungerei che a volte il tesoro è proprio l’ostacolo del percorso, il pericolo, il mucchio, la zona informe dove non sai mai quello che accadrà o che non accadrà. In quella fase sono più vivo e attento alla parte meno chiara ma più sensibile di me, dove si svela il contatto con il mistero della narrazione, quello che mi fa sentire, a ogni nuovo attacco di un testo, uno che non ha mai scritto in vita sua e che potrebbe non arrivare mai a concludere quello che ha cominciato. Non sono mai stato sicuro di portare a termine un inizio, fino a quando non ho toccato il fondo dell’ultimo rigo; solo allora, forse, tiro il fiato.
    Il tesoro, in questo caso, potrebbe anche essere la stessa caccia.
    saluti cordiali,
    luigi

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    • Ottimo spunto.
      Forse è proprio nella fatica, nella sfida che si trova quella forza che in realtà si chiama talento? Quando l’occhio scorre e trovi un’espressione che no, no, no, non va bene, è troppo ovvia, la dicono tutti? Forse un autore si distingue da un dilettante perché alza da sé l’asticella, e se non c’è, la inventa? Mentre il dilettante perpetuo chiede: “Quale ostacolo? Scrivere è facilissimo”?
      Un saluto!

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  3. Grazie per la risposta e per il tuo tempo, Marco 🙂

    È vero, a sincerità ha un ruolo tutt’altro che marginale. Immagino poi che molto abbia a che fare anche con il grado di fiducia che lo scrittore ripone nelle sue capacità e con il rapporto che ha con se stesso e con la sua parte più sensibile .

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    • Sì, credo anche io che debba essere schietto con sé stesso. Anche per un motivo pratico: deve lasciare spazio a personaggi di cui condivide ben poco. Se bara, o forza la mano, il disastro è vicino.

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