Quel formato universale chiamato qualità


Sia Apple che Amazon hanno un solo obiettivo: fare i soldi. Esattamente come una casa editrice. Che sia grande o piccola, portare i libri contabili in tribunale, dichiarare fallimento, non fa una bella impressione. E ci sono diverse interpretazioni su quello che sta accadendo a proposito della rivoluzione digitale che investe editoria e libri.

Una di queste arriva dagli Stati Uniti dove la detonazione sta avvenendo (o è già avvenuta?). Nel post in sostanza si afferma: “Amazon ci ammazzerà tutti, quello è il suo scopo”, dove il “ci” riguarda ovviamente gli editori.
Sarà vero? C’è di che esserne felici? Oppure preoccupati?

La mia opinione, per quel che vale: se c’è chiusura e controllo da parte degli editori “tradizionali” accusati di considerare il libro come un fustino di detersivo, non vedo dove sia il progresso in un’azienda che di fatto… si comporta più o meno come il vecchio che vuole scalzare.

La faccenda si può liquidare con un’alzata di spalle, e un: “È il progresso bellezza!”.
Quando si è troppo presuntuosi, grossi e ingessati, prima o poi capita che qualcuno affamato e folle arrivi, e cambi le regole del gioco. C’erano le carrozze, arrivarono le automobili. Scrivevamo con le macchine per scrivere, poi venne il computer. Eccetera eccetera. L’essenziale, si afferma, è infondere nuova energia in un ecosistema sclerotizzato, che ha perso di vista il suo scopo.

Il “prodotto culturale” che una casa editrice cura e distribuisce ha un peso e un valore intangibile. D’accordo, non sempre è così: però è indubbio che la lettura di un “Delitto e Castigo” possa portare l’individuo a guardare con occhi diversi a sé stesso e al mondo che gli sta attorno. L’impatto della rivoluzione digitale sull’editoria, cambia da Paese a Paese.

Torniamo a Apple e Amazon? D’accordo. Non dobbiamo dimenticare che desiderano fare i soldi: come un editore “tradizionale”. Non c’è molta differenza tra Amazon, e un editore che pubblica la biografia di un calciatore. Ed è evidente che questo “autore” sceglierà Amazon come editore, se e quando sarà messo in condizione di farlo: perché incasserà di più con gli anticipi.

È una pessima notizia? No. Ma non perché gli editori saranno spazzati via. Cinque anni fa si diceva che i blog avrebbero sotterrato i mass media generalisti. Adesso si dice che Twitter li spedirà al cimitero. Intanto i mass media sono ancora lì. Cambiano, si adattano, soffrono. Ma di morire non ne hanno alcuna intenzione.

In fondo bisogna essere piuttosto ingenui per credere che gente del calibro di Mondadori o La Stampa, se ne stiano a guardare la rovina che li attende. La morte attende chi non ha capacità di adattamento. E vivere distanti dal cratere (per esempio in Italia, invece che negli stati Uniti), offre molti vantaggi.

Nella nostra economia che si basa sul denaro, chi ne ha molto, ha più possibilità di cavarsela.

Allora non ci sarà alcun mutamento nulla? Tutt’altro.

Quando la tecnologia investe in pieno certi settori, tutti ci guadagnano. Soprattutto coloro che sino a poco prima ne erano tagliati fuori. Avevano forse talento, e capacità, ma non gli strumenti per agire. Adesso tutto cambia o è già cambiato. E questo mi pare senza prezzo.

Il pesce piccolo (editore di nicchia o autore esordiente), si muove, oppure imparerà a farlo, ma bisogna capire come. E per cosa. Come ogni rivoluzione, l’entusiasmo rischia di produrre molto fumo e poco arrosto. Tutti sono abbagliati dalla facilità d’uso di certi strumenti, e non si domandano quale debba essere il loro scopo. Scommetto già ora che tra un paio di anni qualcuno si alzerà in piedi a pontificare. “Vedete” dirà, “Non è cambiato niente. Gli editori ci sono ancora, i calciatori continuano a scrivere, in classifica ci sono ancora le ricette”.

E sarà proprio così.
Ancora una volta verrà ignorato tutto il lavoro di qualità che i piccoli editori, o gli esordienti di talento, avranno svolto. E in un certo senso, quell’affermazione sarà vera.
Ma chi investe nel solo formato universale che esiste, vale a dire la qualità, lo sa bene. E non se ne cura.

2 pensieri su “Quel formato universale chiamato qualità

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