Come liberarsi di sé stessi e scrivere (forse)


Per prima cosa lasciatemi affermare questa banale realtà. È falso che scrivere sia semplice, alla portata di tutti. È una faccenda complicata perché occorre liberarsi per prima cosa dell’ostacolo più grande, stupido e volgare che esista sulla faccia della terra. Questo ostacolo siamo noi stessi.

L’autore che inizia ad avventurarsi attraverso la foresta delle Lettere di solito lo fa da solo. Dico “da solo” perché come si sa, in questo Paese la lettura non riscuote molto consenso.

È un bel paradosso: in officina diventerò un meccanico capace solo se riparerò decine di motori in panne. Dovrò imparare a cambiare olio, ad ascoltare il motore per individuarne i suoni insoliti e distinguerli da quelli soliti. Alcune magagne dell’automobile le individuerò solo sterzando in una curva. Ci vuole tempo e una grande quantità di automobili. E alla fine può anche essere insufficiente (perché non sono portato).

Aver letto i libri di scuola per molti è sufficiente per poter scrivere; pensano che non sia necessario altro.

Qualora l’autore abbia al contrario letto molto, si troverà a combattere contro il nemico più infido che esista. Soprattutto perché lo crederà un formidabile alleato. Sé stesso, appunto.

Facciamo il punto della situazione, prima di ogni altra cosa. Occorre avere del talento (e pochi ce l’hanno, mi spiace). Aver letto di tutto e di più. Poi inizia il vero lavoraccio, secondo me, e che non si svolge sulla pagina (cartacea o digitale che sia). Poiché si tratta di smantellare sé stessi.

Non mi riferisco neppure all’autobiografismo, spesso un vero flagello nelle opere degli esordienti. Chiunque è persuaso di essere il primo essere umano piantato da una ragazza; di aver vissuto una vacanza straordinaria a Malta. Eccetera eccetera. Ma questo, anche se può apparire incredibile, non è ancora il problema autentico.

Il vero ostacolo è avere un personaggio, e imporgli la propria visione del mondo. Se accade (e di solito si verifica di frequente), abbiamo solo uno specchio in cui ci muoviamo noi stessi sotto falso nome. Non il personaggio, che giacerà da qualche parte, in attesa almeno di cristiana sepoltura.

Come diavolo si riuscirà a togliere di mezzo questa presenza tanto ingombrante? Perché, come ho cercato di spiegare prima: il personaggio può esserci e risultare persino convincente a una prima occhiata.

Purtroppo non basta. Qualunque idea sulla carta può essere “geniale”, così come qualsiasi intreccio può far storcere il naso, perché banale. Tutto dipende dagli sviluppi, dallo stile, dalla propria voce.

Quando l’autore interviene, pontifica, spiega, parla invece di mostrare, allora abbiamo un problema. In fondo scrivere non è pescare solo dalla propria esperienza: non è necessario ad esempio avere dei figli per riuscire a scrivere una storia con dentro dei bambini. Sono certo però che sia indispensabile scendere nella realtà, frantumarne la superficie per portare a galla quello che davvero è vivo e respira. L’obiettivo finale, non scordiamocelo, è consegnare al lettore qualcosa di valore, di efficace.

Perché questo salto di qualità si verifichi, immagino sia indispensabile prendere atto che la realtà che raccontiamo non è fatta di chiacchiere o parole: bensì di persone. Queste hanno carne, sangue, odore e colore. Fino a quando tutto questo sarà considerato superfluo, inutile, tutto sommato secondario, sarà inevitabile scrivere di sé stessi e per sé stessi. Perché risulterà difficile, faticoso, e si preferirà percorrere una strada più sicura e conosciuta. Quella che ha noi come protagonisti.

Ribadisco: non è solo l’autobiografismo che è anch’esso di difficile pratica (scrivere è comunque un impegno, e se l’obiettivo è creare qualcosa che resti, sarà sempre una faticaccia. Lo so, non come quella dell’operaio, ma resterà una faticaccia).

Parlo proprio di racconti, o romanzi, dove chi scrive è persuaso che si debba esporre in prima persona. Niente di più sbagliato. C’è il tuo nome in copertina, non ti basta? Se senti il bisogno o il dovere di farlo anche all’interno di una narrazione, sei in errore. Se con le parole non costruisci carne e sangue che sappiano muoversi, agire con altra carne e sangue, non puoi ricorrere a te stesso. Probabilmente devi imparare oltre che a leggere tanto, a osservare molto. A contemplare in silenzio la vita.

8 pensieri su “Come liberarsi di sé stessi e scrivere (forse)

  1. Non sono tanto convinta che riusciamo veramente a liberarsi di noi stessi quando creiamo un personaggio. Per quanto questo sia diverso da noi e si muova in realtà diverse dalle nostre, nel farlo vivere dobbiamo per forza di cose immedesimarci e qui entrano in gioco le nostre emozioni personali, dalle quali non possiamo prescindere.
    Il personaggio viene filtrato dal nostro essere più intimo, che è complesso, contraddittorio e molto diverso da ciò che mostriamo all’esterno. E sinceramente non credo sia un male, tutt’altro, perché, se c’è anche solo una cosa reale (perché nostra) nel personaggio (mi riferisco a elementi emotivi), è più facile renderlo credibile. Se invece ogni suo aspetto è lontano da noi stessi, cioè non riusciamo a “sentirlo” in noi, c’è il rischio di creare un essere bidimensionale.
    Con ciò non intendo che ogni personaggio debba essere una nostra fotocopia, ma che tutti i personaggi (almeno quelli più approfonditi) alla fine contengono in sé una piccola parte di noi, diversa per ognuno di essi.
    In un certo senso è anche in questo modo che creiamo la nostra voce nel raccontare delle storie.
    Va da sé che se siamo delle persone povere di spirito, perché abbiamo fatto poche esperienze reali o emotive (comprese quelle che ci vengono date dalla cultura), cioè se il nostro mondo interiore è povero, i nostri personaggi rifletteranno questa condizione, saranno piatti e stereotipati, perché si muoveranno esclusivamente per “sentito dire” e non per conoscenza diretta di certe emozioni.

    Mi piace

    • Non so. Credo che tutto quello che la nostra esperienza può fare è darci una sorta di canovaccio, ma niente di più e forse è persino troppo.
      Quando si scrive, sono dell’idea che si debba fare piazza pulita di sé, non completamente perché se così fosse, chi scriverebbe? Il nostro spirito?
      Dal basso della mia esperienza cerco di sprofondare nel personaggio. “Cosa farebbe lui adesso?” Adesso che ho scritto questa cosa, mi viene in mente l’ottimo Simenon: non sono certo all’altezza, ma ecco, ci deve essere un’eclissi di sé in favore del personaggio.
      Non è escluso che questo sia solamente un mio modo di agire, quindi ancora una volta salta fuori la vecchia regola: “Se scrivi, le uniche regole che devi rispettare sono quelle grammaticali e di sintassi. Su tutto il resto, fai quello che vuoi”. 🙂

      Mi piace

      • Io non credo che possa essere una scelta vera e propria, non completamente. Se sprofondi nel personaggio, come tu hai detto, ti immedesimi, ma, per quanto ti immedesimi, le emozioni sono sempre le tue. Riesci veramente a far nascere in te emozioni che non siano tue? Anche perché, se ci riesci, a quel punto diventano tue. Ma forse lo sono sempre state, solo che non ne eri conscio, perché nella realtà non avevi sperimentato quello di cui scrivi.
        Non so se riesco a spiegarmi, ma quello che voglio dire è che quando scrivo riesco a tirare fuori aspetti di me (anche e soprattutto oscuri) che prima non sapevo neppure di avere. Nel momento stesso in cui li sento tramite la scrittura, mi accorgo, però, che sono sempre stati lì, in maniera inconsapevole.
        Scrivendo scopro un po’ più me stessa. È come un viaggio interiore. Anche se sto muovendo uno scienziato pazzo o un assassino o un transumano privo di volontà, cioè personaggi che nulla hanno a che fare con me, che sono ciò che io mai sarò (e magari neppure mi interessa essere). Anche se non scrivo mai di una persona come me, che farebbe le cose che faccio io o che vivrebbe una vita simile alla mia (anzi vado sistematicamente agli antipodi), dentro c’è comunque una parte di me.
        E forse è questo essere qualcuno di completamente diverso e allo stesso tempo me stessa (soprattutto il mio lato oscuro) che mi esalta quando creo un personaggio.
        Poi è chiaro che ognuno, come dici te, fa quello che vuole 🙂
        Mi viene in mente il commento di Thomas Harris alla fine del suo libro “Hannibal”, che fa più o meno così: ‘La malvagità infusa nel romanzo è esclusivamente farina del mio sacco’. 😀
        Questo non vuol dire che lui sia una persona malvagia (non lo conosco, ma suppongo che non lo sia! 🙂 ), ma che comunque dentro di sé riesce a concepirla e grazie a questo i suoi personaggi sono tremendamente realistici. E questa è una sua caratteristica personale, non è frutto di una pura invenzione.
        Puoi inventare qualsiasi personaggio ti venga in mente, ma non sei in grado di metterti nei panni di chiunque di essi in maniera ugualmente convincente. Ci deve essere comunque un’affinità emotiva tra lui e te, se vuoi creare qualcosa di più di una semplice marionetta.

        Mi piace

      • Concordo abbastanza sull’affinità emotiva, ma nemmeno troppo 🙂
        Forse ci stiamo avvicinando al cuore del “mistero”, a quella zona dell’animo che riesce, sotto pressione, a creare un personaggio che ci appartiene. Ma che a parer mio rimane a noi estraneo. In fondo, forzando un po’ la mano, potrebbe essere considerato come un figlio. È nostro, ha le nostre caratteristiche certo, ma è soprattutto un essere differente. Al di là delle apparenze, di certi tratti somatici e/o del carattere, rivela una sua personalità che si distacca dalla nostra. E più cresce, più si rivela indipendente.
        Coi personaggi c’è questa sfida: è necessario farsi da parte e lasciarli andare. Buona parte delle revisioni di un racconto hanno come scopo anche questo: irrobustire le “gambe” del personaggio, fare in modo che cammini bene e lontano dal suo creatore. Ci si trova alle prese con una marionetta se permane questa dipendenza.
        L’autore per i personaggi spesso è un rischio, più che una risorsa. Deve imparare a mordere il freno 🙂
        Ripeto: è naturale che ci sia qualcosa di mio. Se ho lavorato all’anagrafe del Comune, pescherò a eventi e fatti accaduti quando ero lì. Ma la sfida a quel punto si ridurrebbe solo a confezionare qualcosa di ineccepibile e corretto. Invece l’obiettivo dovrebbe essere ben più ambizioso.
        Come vedi, neppure io riesco forse a spiegarmi in maniera comprensibile 😉

        Mi piace

  2. Anche io penso che quando si scrive si mette sempre qualcosa di sé nella scrittura. Certo, è impossibile fare una copia di sé per ogni personaggio, però di solito un protagonista ha qualcosa dello scrittore.

    Ora vi lascio, ché ho iniziato un romanzo su un serial killer 😀

    Mi piace

Rispondi a Marco Annulla risposta

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.