Come usare gli avverbi?


Gli esordienti sono affascinati dalle parole; e bisogna comprenderli. Spesso è un fascino pericoloso, che ammalia sino a far perdere il lume della ragione (si dice ancora così?).

L’avverbio non viene mai percepito come insidia o pericolo, ma solo uno degli strumenti utili per rendere al meglio la storia che si desidera raccontare.

In realtà, credo che sia bene immaginare la parola anche come un rischio. Occorre perciò fare un’opera di convincimento su sé stessi per arrivare a comprendere questa verità, e una volta che si è fatta propria, applicarla.
Dopo che si sarà approdati sulle sponde di questa verità, il testo scritto, o da scrivere, non apparirà più molto amichevole. Anzi.

L’avverbio, soprattutto quello che termina in “mente”, non gode delle simpatie di un mucchio di gente. Stephen King per esempio, lo tollera nei dialoghi, e in nessun’altra parte della storia. Questo scrive nel suo “On Writing”.
Per quale ragione occorre vigilare, e agire in modo che sia assente (o quasi), dalla nostra scrittura?

Nulla di personale: però impigrisce chi scrive. Lo rende anche meno attento, e più prone alle frasi fatte.

Come sappiamo, la scrittura è un tentativo del tutto personale di confezionare qualcosa che dia del tu all’arte. L’arte è anche selezione, ovvero un cammino che non sia la semplice imitazione di quanto è stato già fatto. Altrimenti basterebbe prendere “Casa Desolata” di Charles Dickens, sostituire le carrozze con le automobili, le candele con le lampadine et voilà. Per questa ragione tutto quello che offre un porto sicuro alla propria scrittura, deve essere guardato con sospetto.

 

Egli alzò nobilmente il capo, e il cipiglio severo saettò eloquentemente in direzione di colui che faceva tali affermazioni.

 

Persino senza i due avverbi, la frase non sarebbe migliore. Sono due stampelle che reggono in piedi un cadavere. L’esordiente si sfrega le mani, e dice: “Ottimo!”. Non solo: vede pure il suo protagonista, gli par quasi di toccarlo, è convincente. Si congratula con sé stesso per la facilità con cui è riuscito a produrre qualcosa di tanto buono.
“Mica è difficile”, dice, con uno schiocco di dita.

Se una frase ha bisogno di una stampella, non devi fornirgliene una: ma eliminarla.

Deve essere in grado di fare da sé. E se riuscirai nell’intento, a quel punto l’avverbio risulterà del tutto inutile. Perché la frase sarà efficace senza dover aggiungere altro.

Non credo che si debba eliminarli dalla faccia della letteratura; però mi sento vicino alle posizioni di King. Sarebbe un errore considerarle figlie di un fondamentalismo sciocco. La parola è seria e cambia le cose quando è efficace.
Altrimenti è buona per l’annuncio dell’apertura del pub all’angolo della via su un volantino infilato sotto il tergicristallo.

7 pensieri su “Come usare gli avverbi?

  1. Questa diatriba sugli avverbi di modo mi diverte quasi quanto quella sulla “d” eufonica 🙂
    Per dire che tutto dipende da come suona il testo, che è poi l’unica cosa dello stile che (forse) viene notata da chi legge (il lettore, intendo). Se il testo suona meglio con un avverbio che termina in “mente” e una “d” che potrebbe essere eliminata, va più che bene.
    Personalmente (haha) adoro questi avverbi per la loro capacità di rafforzare il concetto e talvolta aumentarne la drammaticità. È ovvio che metterne due in una frase o in frasi vicine è una pessima idea, perché suona male proprio come succede con una ripetizione, una rima o un’assonanza, ma addirittura evitarli di proposito mi sembra un eccesso, quasi una discriminazione razziale, anzi avverbiale 😀

    E comunque, al di là di tutto, a che serve seguire tutte queste innumerevoli regole su come si scrive, se la storia non funziona, se gli elementi della trama non vengono distribuiti nella maniera giusta, se ciò di cui stiamo scrivendo è prevedibile e spinge a chiudere il libro piuttosto che a girare pagina finché è finito?
    La parola è importante, sì, ma nella narrativa moderna la storia lo è di più.
    Il caro King lo sa perfettamente.
    (Toh, me n’è scappato un altro haha 😉 )

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    • Devo confessare che ho una certa antipatia per le “d” eufoniche 😉
      Concordo quando affermi che la storia se c’è, può sopportare gli avverbi. Purtroppo, se ne vede un uso disinvolto, eccessivo (ma forse è solo inesperienza?) da parte di chi afferma: “Io scrivo”.
      Più o meno cerco di comportarmi così. Quando trovo un avverbio penso: si può usare qualcosa di meglio? E spesso, la risposta è “sì”. Senza, la frase (che magari deve essere riscritta, ma non importa), acquista una forza maggiore. Può anche accadere che eliminando l’avverbio in “mente”, la frase resti a guardarmi, orfana e triste.
      Allora la elimino.
      Lo so: dipende da sensibilità, gusti personali… Però niente mi leva dalla testa che una frase senza l’avverbio, e riveduta e corretta, 8 volte su 10 migliora 🙂

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    • No, non sono del suo parere. Nella narrativa di ogni epoca storia e scrittura (parola) dovrebbero integrarsi. Però credo che una bella trama con una scrittura sciatta e approssimativa non regga, mentre – a volte – una buona scrittura può bastare anche se non c’è una trama eccezionale.

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  2. Mi piace il commento di Carla e mi pare che apra un ulteriore capitolo: la sostenibilità di una storia. Tuttavia ritengo che l’arte di snellire il proprio dire sia da invidiare. Quel che intendo, è che rileggere, correggere, trovare altre forme sintattiche è un buon viatico verso la chiarezza. Chiarire cosa si vuol raccontare, perché e come, potrebbe migliorare una storia. Magari anche rivelarci che non abbiamo un bel nulla da dire. E non sarebbe poca cosa.

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    • La chiarezza per me vuol dire portare alla luce l’essenza della storia, ciò che la rende efficace e di valore. In fondo, si tratta di “scavare”, eliminare scorie e riportare alla luce un tesoro per proporlo agli altri. Spesso non apprezzano, nemmeno lo considereranno di valore (chissà, forse è davvero privo di valore), ma a volte potrebbero sbagliarsi.

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  3. Era un attico buio, con gli avvolgibili perennemente abbassati, abitato soltanto dal silenzio di un uomo e di una donna. Da poco era trascorsa l’ora di pranzo di una delle tante domeniche sospese, mentre ancora echeggiava il suono dei piatti e delle posate. Lui, nello studio, sedeva alla scrivania illuminata solo da una piccola lampada da tavolo, e scriveva lentamente qualcosa su un foglio di carta; lei, sdraiata sul divano del salone con lo sguardo fisso verso la fotografia, stampata dentro sé, che li ritraeva nel giorno del loro matrimonio…

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