Come si crea un personaggio?


Domanda stramba secondo me. Per un motivo semplice: non si crea. Lui si presenta e basta.

Questa affermazione serve forse a semplificare (almeno a una prima occhiata) l’argomento, mentre in realtà lo complica parecchio. Il personaggio a un certo punto (uomo, donna, bambino/bambina), si presenta come un flash. A quel punto si prova a vedere se vale la pena farci qualcosa.
Spesso non è niente di importante. Ci conduce in un vicolo cieco oppure ci costringe a battere sentieri che non ci paiono degni di considerazione.

E poi? Poi, inizia il percorso più difficile. Quel personaggio non è un’idea, puro spirito insomma, ma carne e sangue. I dilettanti muovono idee su un palcoscenico davanti a una platea vuota. Quelli che hanno capito qualcosa, rendono i personaggi reali.

Non è semplice. Per questo i dilettanti della scrittura preferiscono scrivere di idee. Sono meno impegnative, sul serio. Si scarica la fatica sul lettore: “Che si arrangi! La MIA idea è geniale, è bella, ci ho messo un mucchio di tempo a partorirla, e adesso se la veda lui!”
E se non la capisce? C’è già la risposta pronta: “È un ignorante e non vale la pena spiegargli nulla!”.

Un personaggio… È una brutta faccenda. Due personaggi sono anche peggio, mi pare ovvio. Qualunque personaggio è una sfida perché se c’è, deve essere visibile e utile, altrimenti non serve a nulla.
Per crearlo è necessario essere distaccati. Noi, non lui. Noi dobbiamo essere freddi, ma lui ben vivo e vegeto.

L’ostacolo che spesso il personaggio non riesce a superare, e perciò muore, siamo noi che lo infarciamo di emozioni e idee che lui non condivide nemmeno. Che non ha proprio. Sfodera atteggiamenti e comportamenti sorprendenti. Per questo i lettori dicono: “Lei non pare affatto così”.
Beh, qualunque cosa vogliano dire, l’autore a quel punto sarà abbastanza fiero di dichiarare: “Non lo sono affatto!”.

Un piccolo trucco. Per riuscire a mettere un po’ di ciccia attorno al personaggio, e far sì che la circolazione sanguigna ne colori la carnagione, si può prenderlo e calarlo con determinazione in un pasticcio. Flannery O’ Connor direbbe: “In un’azione drammatica”.
Chiacchiere e idee sarebbero spinte in secondo piano. I guai hanno il potere di renderci tesi, carnali e animaleschi.

Se l’aspirante autore ha orrore di queste cose, oppure la pigrizia o la presunzione gli impedisce di esplorare questi meandri, è una buona cosa! Vuol dire che può ragionevolmente darsi all’ippica.

No, non sto affermando che l’azione drammatica debba essere una strage, un attentato. Però un evento che incrina, spezza, genera forze nuove e imprevedibili, ha senza dubbio il potere di spingere il personaggio a reagire. La reazione significa un briciolo di spina dorsale, di capacità di adattamento o di reazione. È un sinonimo di personalità; non di idee e ciò è una buona cosa.

Che poi i personaggi siano in grado di pensare, e per esempio di dialogare è ovvio. Ma non si può scordare che essi devono essere reali, carnali. Oppure?
Oppure niente.

2 commenti

  1. Non credo che il personaggio si presenti e basta. Se ciò è vero per un racconto (può essere vero) per il romanzo è tutta un’altra questione.
    Il romanzo copre un arco di tempo durante il quale è possibile che il personaggio cambi. Gli eventi lo cambieranno di certo. Oppure, gli eventi aiuteranno a mostrare parti di lui che non sapevamo avesse. Quindi, io credo, sul personaggio si deve anche lavorare.

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    • Questo è interessante. Io ho sempre lavorato sui racconti in effetti. I miei “romanzi”, chiamiamoli così, degli anni ’90, non valgono nulla, non posso ricorrere a loro perché non c’erano personaggi, ma idee.
      Però mi rendo conto che due/trecento pagine richiedono un metodo di lavoro differente. Per esempio la cronologia deve essere seguita con più attenzione, soprattutto se ci sono dei flashback. E il protagonista cresce, si dilata, cambia e modifica anche il “mondo” che gli sta attorno. È una faticaccia, capisco perché Flannery O’ Connor preferiva i racconti.

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