Il bello di essere vecchi


Io sono vecchio. Ho 46 anni e me ne sento almeno ottantacinque, sul serio. Ho male un po’ dappertutto (le mani, il collo, la schiena): è il regalo del lavoro che nobilita l’uomo.
Ma non è di questo che desidero parlare, state tranquilli.

Essere vecchi è una fortuna. Sei fuori dai giochi. Dappertutto è un fiorire di corsi, concorsi, contest. E tu non ci rientri quasi mai, soprattutto per l’età, certo.
Buona parte degli editori nemmeno ti considerano: se arrivi a una certa età e sei ancora lì a cercare l’approdo sicuro, oppure scegli il self-publishing, un motivo ci sarà, no?

Tutto ciò è meraviglioso, lasciatemelo scrivere.

Puoi dedicarti alla scrittura. O alla lettura senza dover correre da una parte all’altra. Osservi con distacco l’affannarsi dei giovani, ricordi, ma è un’immagine sbiadita nella memoria, quando anche tu correvi. Sì insomma: un tempo pure io sono stato giovane.

Finivo di lavorare, mi sedevo al computer (no, all’inizio era una Olivetti Lettera 35), e lottavo contro la stanchezza per mezz’ora per cercare di scribacchiare qualcosa di decente. Che decente non era affatto, e tutto è finito nel dimenticatoio.
Meno male.

Certo, è imbarazzante perché a occhi esterni sei uno esperto, che conosce, sa, visto che distribuisci a destra e a manca consigli e dritte.
Chissà questo tipo cosa nasconde ancora, pensa la gente, quali conoscenze preziosissime racchiude nella sua rubrica indirizzi. Magari finge, ma ha le mani in pasta un po’ ovunque; sembra ingenuo ed esordiente, mentre in realtà alza il telefono (magari un rigoroso iPhone), e chiama gente che decide. Nomi e cognomi che fanno cadere la mandibola sulla scrivania.

Su Internet nessuno sa che sei un cane, diceva un cane al suo collega, all’interno di una vignetta di qualche anno fa.
E invece non hai niente di che fregiarti, nessuna medaglia brilla sul petto.
Pure questo è qualcosa di buono.

Il distacco ti permette di seguire il tuo cammino senza badare a nient’altro che alla parola. Ne assapori meglio la forza, la grana potente e forte che un tempo davi troppo per scontato. E che adesso rivela sfumature, toni, aromi, a dir poco sorprendenti.
Perché d’un tratto hai trovato (o forse è solo un miraggio?) il tuo progetto letterario. Non importa che sia popolare, che piaccia. Però senti che ha un respiro ampio; ma anche questo può essere illusione.

Che si distacca con tenacia da quanto ti circonda non perché lo disprezzi; ma perché ha capito che c’è un premio più alto.

Snobismo? No. Consapevolezza di che cosa sia la letteratura. Spesso si leggono in giro domande quali: “Cosa può realisticamente attendersi uno scrittore esordiente?”. Nulla, è l’unica risposta sensata; il resto son chiacchiere. Se un uomo del calibro di Scott Fitzgerald nell’ultimo anno della sua vita vendette complessivamente 40 copie, cosa realisticamente ci si deve aspettare?

Oh, certo: il Web, le reti sociali, Amanda Hocking e tutti gli altri che hanno sfondato, il “Gratta&Vinci”… Come? C’è un intruso? Sì lo so, è il Web, perché induce la persona a credere che la soluzione sia appunto là fuori. Che esista un segreto, un trucco, un’abilità da acquisire e poi da applicare velocemente.
No.

Tu fai la differenza, il tuo talento, la tua volontà, il tuo talento (lo so, l’ho già scritto), la tua capacità di essere originale, preciso, il tuo talento (i vecchi tendono a ripetere le cose no? Quindi è inutile che sgraniate gli occhi).
Se possiedi qualcosa del genere, il Web è un ottimo volano; altrimenti farai girare solo dell’aria, che negli ambienti chiusi fa piacere, ma in narrativa ne dubito.

Tanto lavoro, tanta scrittura e riscrittura, letture ancora più numerose. Il bello di essere vecchi, appunto.

8 commenti

  1. Aggiungi a tutto questo un’esperienza di vita maggiore, tutti quegli anni passati a leggere, vedere film, andare a teatro, conoscere storie, ecc… tutte cose che sono diventate parte di te, proprio perché hai avuto decenni (!) per apprenderle e viverci dentro, e poi la maturità che permette di vedere la realtà così com’è. I giovani hanno sì il vantaggio del tempo a disposizione, ma i “vecchi” (si fa per dire) partono avvantaggiati su tutto il resto. 😉

    Io usavo la mitica Olivetti Lettera 22 di mia nonna 😀

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    • La prima macchina per scrivere in realtà fu una Olivetti comprata usata (forse una Lettera 32? Non ricordo). Poi venne la Lettera 35, però nuova 🙂
      Riposa da qualche parte in soffitta.

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  2. Era “Lettera 22”.
    Non sei vecchio, forse sei solo un po’ “croccante” come dice una vignetta molto carina che mi ho trovato recentemente girovagando per internet 😉
    Provato a fare ginnastica, yoga, fisioterapia, ecc. ecc.? A quest’età si fa ancora in tempissimo a risolvere o quanto meno ridurre significativamente i dolori e i problemi di questo tipo…

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    • Non sono acciacchi che si possono risolvere con yoga o ginnastica purtroppo. E le terapie tappano le falle.
      Grazie per il “croccante” comunque: non me lo aveva mai detto nessuno 😉

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  3. Beh, dai, hai solo un anno più di me, magari siamo pure dello stesso anno, ma io non mi sento vecchio e non mi fa male niente 😀

    Anche io ho usato l’Olivetti di mia madre, non ricordo il tipo, è pesante, in ghisa, e verde. Ce l’ha ancora.

    Non sono d’accordo sugli editori: non è importante l’età quando uno scrive.

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    • Magari tu hai il polso della situazione migliore del mio, ma da quello che riesco a “percepire” e sapere, la preferenza di certi editori va alle giovani promesse. Così come preferiscono un uomo a una donna, benché in giro di penne femminili ce ne siano, e di solito siano di ottima qualità. E Chandler esordì a 45 anni; ma lui era negli Stati Uniti! 😉
      La mia idea è che buona parte dell’editoria italiana sia terrorizzata e inchiodata a un’idea di narrativa che non la spinge a osare. Se ci sono così tanti libri balordi in classifica, è perché non si ha il coraggio di sfidare il gusto del pubblico. La persone non sanno quello che vogliono e questo vale anche per la letteratura. L’editore dovrebbe avere maggiore coraggio, soprattutto se grande. Invece…

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