Come si scrive una storia


Che cosa scrive uno scrittore? Delle storie. Lo riscrivo: delle storie.
Certi concetti sono talmente ovvi che finiscono con l’essere del tutto ignorati. E questa ignoranza cresce soprattutto quando un Paese (mi riferisco all’Italia) con pochi lettori, sforna (vorrebbe sfornare, e per fortuna fallisce), ondate di autori che sembrano i marines che sbarcano a Omaha Beach.

Come si scrive una storia? Con polso fermo ma senza essere un tiranno. Il tiranno impone le sue idee, la sua visione dell’universo, schiaccia i personaggi rendendoli fantasmi privi di forza. Per questo motivo molti autori non saranno mai davvero scrittori: perché abbandonare il privilegio di essere un dittatore, è per essi troppo doloroso. Sono perciò gli altri a non comprendere, a ignorare le loro qualità sublimi.

Per costoro i rifiuti da parte degli editori sarebbero un autentico toccasana; peccato che pochi apprezzino una tale medicina. Tanti, troppi autori inviano un dattiloscritto a un editore per avere un contratto di edizione alle migliori condizioni possibili; perché persuasi di aver prodotto un capolavoro, e basta.
Se si chiede una consulenza, lo si fa per sentire gli applausi. In caso contrario, anatema!

La lettura attenta di un racconto di un autore come Carver o Flannery O’Connor, aiuta a comprendere che c’è una sfida nella “semplice” arte della scrittura. Ogni riga, ogni parola hanno un valore e un senso, sono lì in nome dell’efficacia, per rendere la storia degna di considerazione.

E si legge per comprendere come quell’autore ha risolto il problema. Soprattutto si legge per trovare uno scrittore che abbia una certa affinità con la propria sensibilità, e avere una lontana idea di come superare gli ostacoli immancabili e necessari.

Attenzione: gli ostacoli sono sempre affari personali, così come le soluzioni. L’errore che alcuni commettono, e che li porta a confezionare storie senza arte né parte, è quella di cercare al di fuori di sé la soluzione. O è dentro di sé, oppure non può essere scovata altrove.

Cosa accade al personaggio? Non come la pensa, o quale sarà la sua opinione su questo o quello. Questi sono dettagli che non interessano i lettori. E non perché i lettori siano insensibili. Perché la storia deve rendere conto della reazione di Caio e Sempronio, e costoro devono essere vivi e onesti.

In un racconto deve accadere qualcosa che metta in discussione le qualità del protagonista, se le ha (può anche non averle). La storia respira se si verifica un evento, che può essere minimo. Uno sguardo. Un urlo.

Da questi elementi può generarsi una reazione in grado di spingere il protagonista a mettere in discussione, o rinnegare, la sua scala di valori. Se ha delle idee sono affar suo, e di certo non lo aiuteranno nella storia che gli sta accadendo.

Quando l’alpinista affronta la parete, ha negli occhi e nella testa i consigli del suo maestro. Ma quella parete, famosa, scalata centinaia di volte da centinaia di altri alpinisti, ha qualcosa di differente. È qualcosa di differente perché presenta difficoltà, pericoli, imprevisti, e questi hanno un “sapore” diverso perché unica è la persona che li affronta. Unica e irripetibile. E se costui non trova in sé la forza, le qualità per procedere in qualche modo, dovrà tornare indietro.

Smettere di scalare, o ridimensionare le proprie ambizioni.

4 commenti

    • Esatto. La scalata è quello che intendo io per scrittura. Si tratta di una faccenda faticosa, che nessuno ti chiede, ma che se decidi di affrontare, la devi fare da sola.

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