La direzione giusta

 

In passato ho già scritto qualcosa a proposito della disciplina, di quanto sia necessaria. A questo proposito c’è da registrare l’opinione di Flannery O’Connor; secondo lei, solo il genio era dispensato dall’essere un tipo disciplinato. Chi non lo è, ma ha la fortuna di poter contare su qualcosa come il talento,  ebbene, DEVE proteggerlo. 

La disciplina serve appunto a questo: impone al singolo una serie di “riti” con uno scopo per preciso. Vale a dire celebrare e rafforzare quel talento. Altrimenti andrà sprecato oppure imboccherà una strada sbagliata.

Chi legge potrebbe pensare che adesso inizia un elenco di “cose” da fare ogni giorno per rendere il concetto di disciplina meno aleatorio. Confesso che volevo farlo, ma me ne è passata la voglia.

Forse ciò che devo dire è più semplice, e probabilmente banale. 

La disciplina ha lo scopo di creare una prospettiva e uno spazio. In fondo quando si inizia a scribacchiare non si bene né cosa scrivere, né perché, e nemmeno per quali scopi. A un certo punto si sente questo bisogno quasi fisico di vedere delle parole (le proprie parole), su un foglio (cartaceo o digitale non importa). 

Facciamo finta che dietro a questo bisogno ci sia del talento (mi ripeto ancora una volta: nel 95% dei casi NON c’è nulla, nemmeno una buccia di talento, neppure uno scarto, un qualcosa che possa far dire: “Ehi, qui una volta c’era del talento!” Niente, nada, nisba: mi spiace ma non è una cosa per tutti, il talento).

Una volta individuato, non si può star lì a rimirarlo, a complimentarsi con sé stessi, a darsi delle pacche sulle proprie spalle (qualcuno ci prenderebbe per matti, giusto?). 

Siccome siamo degli animali sociali, diventa importante imparare ad apprezzare il silenzio, la solitudine. Si tratta di due qualità che richiedono applicazione, disciplina, proprio perché tutto attorno a noi ci spinge a essere sociali, a partecipare. Però temo che chi desidera scrivere, debba puntare i piedi e declinare inviti e festicciole. 

No, non deve diventare asociale (ma di solito lo diventerà, eccome se lo diventerà!). Agli inizi, deve stare in compagnia di sé stesso, magari non fare assolutamente niente. Oppure scrivere certo, meglio però leggere. Soprattutto la lettura, coniugata col silenzio, la solitudine, ha il potere di eliminare dal proprio orizzonte tutto quello che è superfluo. E di imparare a riconoscere quello che conta. Dentro di noi si crea uno spazio dove appaiono solo gli elementi più importanti. 

Col tempo (senza fretta alcuna), inizieremo a dare il giusto valore a quello che resta. Perché se in questa maniera ci saranno certamente diverse cose importanti, alcune lo saranno di più, e questa rivelazione sarà possibile solo grazie alla prospettiva. 

Di solito siamo assediati dai compiti e doveri, ma se non siamo capaci di scegliere e decidere, commetteremo l’errore più grande. Vale a dire: non sceglieremo nulla per timore di sbagliare.

Se al contrario facciamo spazio a noi stessi, ci accorgeremo che tutto quello che c’è da fare, e che sembra lì davanti a noi, tutto uguale e tutto identico, non lo è affatto. 

Uno dei tanti pregi della lettura è che ci insegna proprio la prospettiva: prima c’è questo, dopo c’è quello, dopo ancora c’è quell’altro. Già il semplice atto della lettura è una formidabile dichiarazione di impegno, e di allontanamento dal fracasso che ci circonda. Rappresenta il primo passo nella direzione giusta. 

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