Quello che si getta


Quello che gettiamo non viene mai preso in considerazione: si tratta di scarti, rifiuti. Per chi scrive, quello che viene cancellato, eliminato, cestinato è “solo” roba che non va come dovrebbe. Manca di forza, efficacia e di valore e quindi prende la strada in direzione del cestino (virtuale, o reale che sia).

È un passaggio obbligato che non si può ascrivere a un periodo della vita, poiché la scrittura come sanno anche i paracarri, è un cammino. Diventa però essenziale guardare a quello che si getta non come a una sconfitta.
Se la si pensa in questo modo, esiste il rischio di diventare più matti ancora; e di solito chi scribacchia ha una salute mentale un poco particolare, si dice.

Al di là del legittimo scoramento, e rabbia, buona parte della propria idea di letteratura non è solo in quello che resta sulla pagina (e che magari finirà persino per essere pubblicato, prima o poi). Quello che viene eliminato non è meno importante perché parla (solo a noi stessi però), di come pensiamo la narrativa, i suoi scopi.
I suoi doveri.

Fa parte, come si può intuire, della ricerca (in solitudine) del singolo. Una faccenda del tutto personale che spesso (e per fortuna), non arriva affatto ai lettori, nemmeno dopo la morte dell’autore. Ed è un bene, poiché spesso chi ha la ventura di leggere certi materiali, è un po’ come lo stolto: gli indicano la luna e lui vede il dito.

La scrittura è una pratica che gode di scarsa comprensione. Lo scultore è uno che ha a che vedere con le cave, e polveri e scalpelli. Il pittore è un poco più fortunato (rispetto allo scultore, si capisce), ma per il pubblico è ancora qualcuno che possiede un capacità, un’arte, che è per pochi.
Ma chi scrive?

Lo fanno tutti, no? Dipingere è per pochi, scolpire idem, ma scrivere, suvvia! Che ci sarà di tanto difficile!
Se poi chi scrive a scuola aveva mediocri voti di italiano, cozzerà prima o poi col primo della classe. Il figlio del dentista, del notaio, dell’avvocato, del salumiere, e costui avrà premura di ricordargli chi fosse quello bravo in italiano. Lasciando intendere che se ci si mettesse lui di buzzo buono…

Non è sufficiente a parer mio l’impegno, anche se è un ingrediente fondamentale. Spesso chi ha avuto voti buoni immagina che sia sufficiente scrivere, lasciare la mano libera da ogni costrizione. Se a scuola aveva il massimo dei voti, è impossibile che insegnanti e l’intero corpo docente sbagliassero, vero?
Non sbagliavano infatti; però scrivere racconti o romanzi è un’altra faccenda.

Ogni parola deve guadagnarsi il suo posto sulla pagina. E lo farà uccidendone almeno un’altra. Non solo: ci sono molti modi per raccontare una storia, ma essa deve rispecchiare il proprio occhio, e al suo interno è necessario che risuoni la nostra voce.
Tutto questo passa attraverso la produzione di rifiuti, vale a dire intere pagine cancellate, eliminate, distrutte, e magari riprese, modificate e ancora gettate via.

Sarà proprio in quel piccolo spazio buio, distante da tutti i consigli, i suggerimenti, gli occhi estranei, che si giocherà la partita più importante. Lì saranno tracciati confini, eretti muri, costruite le difese per proteggere il proprio modo di considerare la narrativa. E alla fine di tutto avremo uno scrittore.
Forse.

12 commenti

  1. Post bellissimo e ben scritto.
    Se fossi un editore ti proporrei un contratto.
    Hai efficacia, comunicativa, capacità sintetica, passione.
    Condivido in pieno il tuo pensiero sul materiale scartato.
    saluti,
    luigi

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  2. Gentile Marco Freccero, se un sogno dentro un sogno ha attratto la sua lettura, mi chiedo perché mai un mito che non muore, e una trilogia, non sfiorano la sua curiosità – non badi a Anobii, ché a volte non è chiaro come sembra 😉

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    • Il problema è che sono semi-sommerso dai libri da leggere. Sto resistendo alla tentazione di prenderne altri, e qui mi si tenta senza ritegno? Ciò è inconcepibile 😉

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  3. Mi scuso per aver lasciato anche su Trasformare la vita lo stesso commento – non compariva qui e sono incorso in un errore in-con-ce-pi-bile infiammata e mi merito di essere preso a pedate sugli stinchi.

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