Sola a presidiare la fortezza – di Flannery O’ Connor

copertina sola a presidiare la fortezza

 

Sally Fitzgerald è alta 1 metro e 60 e pesa a dir tanto 43 chili tranne quando è incinta, cioè quasi sempre.

La lettura di un epistolario è forse una pratica che può essere considerata poco interessante, anche quando il suo autore è uno scrittore (o scrittrice, come nel nostro caso). In fondo, si pensa, chi scrive offre il meglio di sé nei racconti, nei romanzi. Le lettere a editor, confidenti, amici o amiche, cosa possono aggiungere alla sua grandezza? Non esiste il rischio di farcelo vedere troppo umano, vale a dire alle prese con le sue debolezze? Le insicurezze e le invidie che da dietro le quinte, animavano da lontano la sua scrittura?

Forse è un rischio reale.
Però qui parliamo di Flannery O’Connor, e del libro “Sola a presidiare la fortezza”, che l’editore Minimum Fax ha provveduto a ristampare, con l’aggiunta di altre lettere inedite rispetto alla vecchia edizione di Einaudi.

Perché vale la pena spendere 12 Euro per poco più di 260 pagine?

Questa scrittrice ha viaggiato molto poco al di fuori degli Stati Uniti: è stata a Roma e a Lourdes (era di forte fede cattolica). Viveva in una fattoria della Georgia che lasciava solo per qualche conferenza, o l’ospedale (morirà a 39 anni). Allevava soprattutto pavoni, veniva respinta all’esame per la licenza di guida, ammirava Cassius Clay, non amava molto la musica classica.

Conduceva una vita che possiamo definire di una banalità sconcertante, eppure nonostante questo (o grazie a questo?), e un paio di romanzi e alcuni racconti, è diventata una delle voci più nitide della letteratura del Novecento statunitense.
Come ci è riuscita?

Quelli erano gli anni degli Stati Uniti trionfanti, e Dio veniva issato a forza sul carro del vincitore (made in the USA). Non importava la segregazione razziale nel Sud, la pena di morte, gli indiani rinchiusi nelle riserve, la miseria, la folle corsa agli armamenti nucleari che inghiottiva (e inghiotte) montagne di denaro.

C’era un sistema economico (ma prima di tutto culturale), che riduceva le persone a consumatori, e che considerava il futuro già scritto e definito. E capace solo di migliorare, purché sotto la bandiera a stelle e strisce.
Cosa fa Flannery? Attacca il modello di sviluppo della propria nazione? Scrive infuocate opere contro il capitalismo statunitense? Abbraccia la contestazione?

Fa qualcosa di peggio.
Innanzitutto si muove su quel campo culturale di cui si fa strame. E propone al palato dei lettori storie di folli, balordi, rigorosamente sudisti. Già questo negli Stati Uniti degli anni Cinquanta è considerato poco patriottico.

Non contenta, rappresenta la vita dei suoi personaggi quando il “mistero” ci entra come un treno a tutto vapore. E niente sarà come prima.

L’epistolario non rappresenta quindi un “dietro le quinte” magari piccante per scovare liti o odii nei confronti di questo o quell’altro autore. È in realtà un’opera che corrobora i racconti e i romanzi di Flannery. Per costei, il mistero ha un nome e cognome “ingombrante” (Gesù Cristo), e l’aspetto paradossale è che sono in pochi a comprenderlo. Perché nelle sue opere non ci sono angeli, preti che scacciano il diavolo, peccatori che si redimono.

Niente di tutto questo, accidenti.
Un’America che “In God We Trust” (come è scritto sulle banconote), fatica a credere che ci siano sulle sue polverose strade dei cialtroni capaci di capire dove sta Dio. Non sta all’ombra del fungo nucleare, ma accanto al balordo che scarica il caricatore della pistola contro la vecchia de “Un brav’uomo è difficile da trovare”.

Nelle sue lettere, Flannery spiega ai suoi corrispondenti il proprio punto di vista, con il piglio di chi vede con sufficiente lucidità dove si sta andando. E sa che il capolinea è un brutto capolinea.
Per questo può apparire saccente, o presuntuosa.

Non era una persona “facile”, non cercava il consenso a tutti i costi, e riusciva a sorridere (o ridere), del male che l’avrebbe uccisa. E se diamo un’occhiata a dove siamo arrivati, ci renderemo conto che aveva ragione su un mucchio di cose.
O su tutto?

Al di là del suo carattere spigoloso, Flannery amava ragionare e dialogare con i suoi lettori. Difendeva il suo punto di vista perché in grado di offrire la chiave di lettura più efficace a proposito della società statunitense. E le lettere mostrano quanto le sue idee fossero chiare. Sempre pronta a difendere il suo “sguardo” sulla realtà, a dispetto dei consigli dell’editor. O a controbattere a certe interpretazioni che tentavano di ricondurre le sue storie a qualcosa di originale e tutto sommato innocuo.

Non voleva essere innocua, o popolare.

L’epistolario di Flannery O’Connor contiene questo e molto di più. È una sorta di salita verso la cima di una montagna, ma ben presto la fatica (ammesso che ci sia), scompare. Lassù sarà possibile spaziare sull’intera opera di questa scrittrice con uno sguardo più consapevole e attento anche a quei dettagli che parevano del tutto marginali. Non c’è nulla di marginale, sembra dire ancora oggi Flannery. È proprio dai margini che arrivano le lezioni più dure e salutari.

Sola a presidiare la fortezza – di Flannery O’Connor. Editore: Minimum Fax.

copertina_sola_a_presidiare_la_fortezza

Traduzione di Giovanna Granato. Introduzione di Ottavio Fatica.

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