Un normale elemento del panorama?


Forse c’è troppa preoccupazione in giro. In parte del tutto giustificata me ne rendo conto: ma ciò non toglie che ce ne sia troppa.
Siamo preoccupati per i lettori. I libri (elettronici e non). Gli editori e i lucchetti digitali. Amazon e Apple, carta contro digitale, librerie indipendenti contro autogrill e ipermercati.
Forse sarebbe necessario tornare a godere della bellezza della scrittura.

Mi rendo conto che detto così, vuol dire tutto e niente, e chi legge queste righe già rumoreggia. (*)
Provo a spiegarmi.
Per me la scrittura è bella non perché ci sono dei paroloni, come per esempio “fanciulla”, o roba del genere. La sfida è nel riuscire a coniugare efficacia, valore, con la bellezza. Mica facile.

Questo dovrebbe essere il terreno comune su cui incontrarsi e confrontarsi. Non dico che si debba ignorare quanto accade nell’editoria, con la presenza sempre più ingombrante di Amazon. Mentre alcuni editori si baloccano con i DRM Adobe.
Però immaginiamo quale sarebbe l’effetto benefico di questo modo di affrontare la letteratura.

Non sarebbe istantaneo, questo è certo. Però tutta la zavorra che appesantisce certi dibattiti sarebbe messa al bando. Non si sposerebbe più l’ideologia dell’utile, del libro che deve propugnare qualcosa, un’idea; bensì si parlerebbe finalmente di letteratura. Per alcuni sarebbe un inqualificabile passo indietro; in realtà è l’unico passo in avanti che salva la letteratura. Perché buona parte dei libri vivono non perché sono utili: ma belli. Di valore. Con una scrittura efficace.

Proviamo a sfatare un mito? Quello di credere che una cosa scritta non debba essere bella, perché allora perderebbe forza. La bellezza che io intendo (ma forse sbaglio), è quella che conduce a mettere la parola giusta nel posto giusto e al momento giusto.
Non è detto che sia qualcosa di eclatante, o un termine desueto. O difficile.

La parola giusta, e basta.

Come si sa, una storia non può limitarsi a essere un elenco di fatti. Raskolnikov (un tipo che pensa, pensa, pensa) esce di casa con un’arma, si reca in un’altra abitazione e pianta l’ascia in testa a una vecchia. No, così non va. Che poi accada in questo modo e ci sia molto altro, è ovvio; però non è sufficiente. Non si tratta di scrivere una cronaca, la narrativa è qualcosa di differente.
La sfida non è nemmeno metterci i congiuntivi, le virgole o i punti e virgola. Sì, lo so che sono importanti, ma questo è alla portata di tutti (mentre non è da tutti scrivere certe opere, giusto?).

La sfida è creare un linguaggio efficace che renda tangibile la complessità (il mistero?) dell’essere umano. Non un linguaggio qualunque, ma di valore, capace perciò di far vibrare nel profondo i lettori del 2051. Quella manciata di lettori del 2051 (perché scommetto che pure nel futuro non ce ne saranno molti).
Per chi scrive sarà una faticaccia, perché si renderà conto che pochi saranno coloro che riusciranno ad apprezzare il suo sforzo.

“Mistero? Complessità? Di grazia, perché angustiarci con questi temi e non provare a scrivere invece qualcosa di divertente? Di utile?”
Più o meno è questa la mentalità corrente. Niente può proibire a costoro di continuare a reclamare testi di grande utilità sociale, e di sicuro troveranno sempre un buon numero di autori lietissimi di accontentarli.

Sarebbe folle pretendere il contrario. Ma sarebbe altrettanto folle tentare di rendere la narrativa un normale elemento del panorama. Quel panorama non è normale, sul serio.

(*) Rumoreggiare è il termine che ho adottato. Vuoi saperne di più? Vai sul sito La Dante.

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