Una storia è fatta di relazioni


Di che cosa è fatta una storia? Quali sono i suoi ingredienti?
Queste sono un paio di domande che di solito un autore esordiente evita di porsi perché nemmeno immagina che esistano.
Possiede già tutto: ha una storia, i personaggi, è convinto della loro bontà, eccetera eccetera.

La faccenda è più complessa perché la scrittura lo è; ed è giusto che sia così. Nessun medico prescrive di scalare una montagna; se però si decide di farlo non basta acquistare l’equipaggiamento migliore sul mercato. Nemmeno frequentare per mesi e mesi un corso di alpinismo, assieme a esperti scalatori, è sufficiente.

Perché viene il momento (imprevedibile, ma veloce come un brigante che tende un agguato): faccia a faccia con la parete rocciosa, da soli, i muscoli che non rispondono. E arriva la domanda: “Chi me lo ha fatto fare? Perché sono qui?”
Sotto di noi uno strapiombo di quaranta metri.

Una possibile risposta (non ai dubbi dell’alpinista in erba, però), la troviamo in quello che affermava Flannery O’ Connor. La zia (la chiamo così, credo che non se la prenda), aveva un modo molto americano di affrontare la faccenda.

Viviamo in un mondo materialista; non puoi parlare alle persone con l’aria. I sentimenti, le emozioni. Se lo fai, non scrivi, non parli, non comunichi, ma sei come un ventilatore: sfiori. Solletichi.
Forse sei utile. Di grande successo soprattutto d’estate, quando la temperatura schizza oltre i trenta gradi e il simpatico tasso di umidità veleggia oltre l’80%.
Ma chi ha voglia di essere un ventilatore?

Per questa ragione Flannery consigliava di scrivere in modo concreto. Per produrre narrativa destinata a durare, è necessario colpire i lettori. Non con argomenti scabrosi, ma con una prosa precisa, in grado di illustrare cosa accade tra persone, e tra queste e gli eventi. Osservarne le reazioni.
Relazioni insomma.

Qui si potrebbe aprire una discussione complessa: siccome le persone rifuggono le relazioni, perché complicate, e complicate perché hanno a che fare con gli esseri umani, molti autori si adeguano. Forniscono al pubblico “storie” del tutto prive di relazioni. Dove per relazioni non si intende affatto: “Lucio andava a letto con Laura, ma prima si faceva frustare”.
Sia chiaro: se scrivete storie di questo tenore avrete il successo assicurato; provare per credere.

La relazione dovrebbe essere come la dinamite, deflagrare nella vita di un personaggio. No, non è un: “Piacere di fare la sua conoscenza”.
In alternativa, è qualcosa che fa leva, e scardina l’ordine, magari senza fretta, ma attraverso un lavorio carsico.

Ma alla fine quello che la relazione innesca, mette in discussione l’essere umano. E costui si ritrova davanti a un panorama nuovo, sorprendente. Non è più la vita come pensava che fosse, ma qualcosa di diverso, che lo costringe a ricominciare da zero, o quasi.

Sento che alcuni rumoreggiano(*).
Per l’autore è una faticaccia, ma qui non c’è nulla di nuovo. Perché questa è un tipo di narrativa differente da quella che va per la maggiore. Come sempre il lettore è libero di leggere quello che vuole, e l’autore è ancora più libero di scrivere le storie che preferisce.

Questioni di scelte; ma non tutte sono uguali.

 

(*) Rumoreggiare è il termine che ho adottato. Per sapere di più: Adotta una parola.

2 commenti

  1. Relazioni.
    Sono perfettamente d’accordo.

    Nel mio caso (di lettore) la magia nasce quando le relazioni tra i personaggi (o tra lettore e personaggi) non vengono palesate. La narrazione deve essere propedeutica a supporre le relazioni senza mai esplicitarle. Inutile conoscere come stanno veramente le cose, è molto più coinvolgente intuirle.

    "Mi piace"

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