Se l’autore deborda


Ci sono dei rischi che corre l’autore, e questi sono amplificati da questi tempi. Come sanno anche i sassi, è necessario conversare, non c’è niente da fare. Lo avrebbero fatto anche Zola e Balzac, se avessero avuto i nostri mezzi, e in mancanza di questi si arrangiavano con quello che c’era.

Adesso grazie alla Rete, c’è la possibilità di stabilire un rapporto coi lettori: non per lusingarli, o per obbedire ai loro desideri. Ma per tornare alla funzione reale della narrativa: non intrattenere, ma svelare cosa dorme oltre le apparenze.

Ma non è di questo che desidero parlare: bensì dell’autore debordante.

Ce ne sono di due tipi: quello di talento, e quello privo di talento. In entrambi i casi si tratta di un’interessante patologia accompagnata da sintomi ben definiti. Tra questi direi lo spostare l’attenzione dalla storia, a sé (ammesso che ci sia una storia, e spesso manca proprio); la ricerca quasi affamata del consenso delle lettrici. Un gusto eccessivo (c’è bisogno di dirlo?) per gli atteggiamenti da mattatore. Se in un autore di talento questo è scusabile, proprio perché costui sa scrivere dannatamente bene, e gli si perdona il peccato, nell’autore mediocre questo diventa insopportabile.

Si potrebbe obiettare: viviamo un periodo nel quale è necessario comportarsi in una certa maniera. Forse è vero, ma si tratta di un’affermazione che vuol dire tutto, e niente. Proprio perché siamo in un’epoca di transizione (per l’editoria ma non solo), diventa quasi fondamentale tornare ai principi cardine. Il Web riporta l’autore in una posizione ragionevole: non è un saggio che dimora in una grotta lontano dalle cose mondane.

Al contrario, è ficcato dentro al pozzo nero della vita, molto più di coloro che leggono, e per questa ragione comprano certi libri e vogliono incontrare colui o colei che li ha scritti. Orsù, nessuno acquista “Moby Dick” per rilassarsi!

Il mestiere di scrivere non finisce solo con la parola “Fine” al termine del romanzo o racconto che sia. È una specie di abito che si indossa sempre; magari rattoppato e macchiato, ma è impossibile farne a meno, o liberarsene. È vero: c’è la curiosità attorno alla scrittura, io stesso non ne sono immune. Ma sono astuto: gli oggetti delle mie indagini sono tutti (o quasi) morti.

Come scrive? Quando? I suoi riti? È scaramantico? Ha un luogo prediletto? Cosa prova mentre scrive? Pensa (e che dovrebbe fare)?

Spesso l’autore quando si sente rivolgere queste domande regredisce, diventa un bambinone e tutto giulivo, cerca di dare le risposte giuste. O che ritiene tali. Qualcosa come:

“È una lotta impari tra me e la materia!”

“Devo lacerarmi! Ficcare le mani nel mio cuore e strappare a esso le perle più preziose! Poi tutto insanguinato, ve le regalo!” (E ci lamentiamo che la gente non legge: chi vuole insozzarsi del sangue altrui?)

“È uno sporca faccenda! Ti lascia esausto! A volte invidio i lavoratori!” (Mai provato a lavorare sul serio? Sollevare forme di Parmigiano Reggiano fa miracoli, sul serio. Alla schiena soprattutto)

 

Eccetera eccetera.

Lo so, sono esagerazioni: o no.

Simili affermazioni stridono in bocca a un autore di talento; figuriamoci se a pronunciarle è qualcuno che non ne ha affatto. Piccolo consiglio: non considerate affatto la pubblicazione indice di qualcosa di sovrumano. Pubblicare un libro vuol dire pubblicare un libro. E attenzione: se si lascia troppo spazio al folclore che vegeta attorno all’autore, si rischia di diventare folcloristici, e di spegnere la storia.

Il mestiere di scrivere prescrive anche che ci si incarichi di una specie di educazione da impartire ai lettori. Costoro spesso sono indotti a cercare in chi scrive il dettaglio umano, come se fossero degli Dei da ricondurre al nostro livello. O a non cogliere la forza brutale e necessaria della parola: perché troppo disturbante. In parte sono vittime di un sistema che rende (o ci prova) ogni cosa semplice e comprensibile alla prima occhiata. Non è quasi mai così.

In parte perché sanno alla perfezione che l’ignoranza paga eccome.

L’essenza di questa educazione recita più o meno: leggi la stramaledetta storia, e non infarcirti la testa di domande e curiosità che è meglio non siano mai soddisfatte. Mai.

Se la storia è scritta in maniera efficace, e contiene valore, te ne accorgerai. Agirà su di te: non subito forse. Metterà in moto qualcosa. Lacererà un velo. Sarai portato magari a saperne di più del tizio che l’ha scritta, e quando scoprirai che costui magari beve sino a finire in coma etilico, si ficca le dita nel naso e poi ti stringe la mano. Sarai deluso; perché non mi hai dato retta! Prima ho scritto:

 

leggi la stramaledetta storia, e non infarcirti la testa di domande e curiosità che è meglio non siano mai soddisfatte. Mai.

 

Se la storia è straordinaria, arriverai a perdonargli questo e altro. Perché è la storia la cosa importante, e spesso è migliore di chi la scrive.

2 commenti

  1. Ciao, Marco.
    Lo diceva anche Hitchcock: la storia, la storia e ancora la storia. Uno scrittore dovrebbe utilizzare la sua sensibilità espressiva a favore di una dimensione intima e profonda, personale, ma dove l’interesse di chi legge oscilli il meno possibile dal nucleo vivo della finzione o comunque del fatto, inventato o meno, narrato, dalla sua possibile gradazione di irrealtà, illusione. Lavorare in alcuni casi per un processo silenzioso di sparizione, allontanandosi dalla tendenza a utilizzare la storia per la sola abilità o manierismo di saperla scrivere e di eccedere in questo saperlo fare; in quel caso la storia non sarebbe altro che un pretesto per mostrare quanto si è bravi, potenti, espressivi, fecondi, quando invece le migliori qualità sono quelle che vengono fuori da sole, attraverso il tessuto curato di un lavoro dettagliato, intenso, che si basa su quello che si vede o che forse non si vede, e non sul solo strumento con cui si è costruita e consentita questa visione, sulla sua buona accordatura.
    In diversi casi il confine è sottile, fatto di piccole sfumature che possono portare chi scrive a questo tipo di atteggiamento per così dire narcisistico, dove le priorità si spostano dal fatto e dalle tensioni di un racconto, a quello di chi racconta. Come esempio illustre di un’opulenza, anche se grandissima, del narratore e della sua forza, cito Victor Hugo, con “I Miserabili”, dove la sua scrittura luminosa e stregante – e quindi la presenza costante del narratore che intesse, ragiona, riflette, interconnette, – saranno il centro assoluto di quell’universo così sofisticato, forse il suo nucleo più intimo, il suo senso primario.
    buona giornata
    luigi

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    • Vero, anche Hitchcock ha molto da insegnare. Mi pare che tu abbia colto nel segno. Sarà forse la smania di protagonismo che la televisione instilla in tanti: però c’è un po’ ovunque questo desiderio di spostare il fulcro da ciò che si fa, a se stessi. La narrativa come piedistallo per mettersi in mostra e strappare applausi a buon mercato. Lo diceva Yates mi pare: non cerco il successo, cerco i lettori.

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