Quando le parole liquidano


La sciatteria di tanta scrittura deriva forse da una incapacità quasi patologica nel vivere (e rendere vive, credibili) le esperienze. Le parole si usano non per condividere, illustrare e comprendere quanto ci capita; bensì per liquidare. Si eccede, perciò: per esempio si usano cinque parole là dove basterebbero due.
O peggio ancora, si usano espressioni retoriche oppure stereotipi.

 

Ella aveva gli occhi da cerbiatta.

 

Come? Suvvia, non dico che si debba andare a vedere come sono gli occhi di un tal mammifero, anzi. Ma si sente persino l’odore di muffa che appesta una tale frase. D’accordo, mi rendo conto che nessuno scrive davvero così (ne siamo certi?).

 

Ella si sposava. Il più bel giorno della sua vita!

 

Non credo che lo sia, se questo è tutto quello che riesce a pensare, e forse a dire. La scrittura è una brutta bestia perché occorre sempre sorvegliarla; a volte persino randellarla per bene, o saranno i lettori a randellare noi. Siamo immersi in molti stereotipi, in frasi fatte: ci sguazziamo. Ma mentre nel parlato è inevitabile (la prima cosa di cui si parla con un estraneo, in una sala d’attesa, è il tempo atmosferico), non lo può essere nella scrittura. Che è, come sanno i sassi, un’altra faccenda. Non si tratta mai di spostare la realtà nella pagina (non ci sta, ho provato: troppo grossa): bensì di scrivere.

Forse non è sufficiente solo leggere molto, re-imparare a leggere e a scrivere. È anche indispensabile comprendere che le nostre esperienze, benché non siano importanti per la scrittura, ci sono tuttavia necessarie per riuscire a apprendere il giusto linguaggio.
Se non siamo in grado di parlare in maniera efficace di quello che capita nella vita (la faccenda più seria che possa capitare a un essere vivente, vero?), sarà impossibile scrivere qualcosa di almeno interessante.

Quando non succede, è perché non siamo in grado di comprendere quanto stiamo vivendo. Di riflettere sulle piccole cose, di trasformarle nel nostro piccolo patrimonio da cui ricavare qualcosa in futuro. E se le piccole cose non sappiamo raccontarle, esprimerle con un poco di fantasia, di cura, come possiamo pretendere di scrivere qualcosa che dia del tu all’arte?
Che almeno ci provi?

Mi sembra di poter dire che a eccellere in questo esercizio siano soprattutto gli uomini; le donne di meno. Non so spiegare il perché, ma diciamo che la media degli esseri di sesso femminile offre spesso una capacità di linguaggio più estesa e interessante. D’altra parte le donne hanno una cura per i dettagli, le sfumature, superiore: esse sono sapiens, gli uomini sono Neanderthal.

14 commenti

  1. Tra l’altro quest’uso ossessivo del pronome personale femminile soggetto, chiude tutto il resto che segue in un’ingessatura! Troppo elementare, scolastico. Sarebbe stato molto più interessante se invece del pronome, Ella era il nome della cantante Fitzgerald. Avrebbe avuto tutto un altro suono,
    saluti
    l.s.

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    • È vero! La brava Ella Fitzgerald!
      Molta gente scrive con in testa non il lettore, ma l’insegnante di italiano delle elementari, perché devono “vendicarsi” dei voti pessimi che raccoglievano. Per questo adottano un tipo di prosa che ai loro occhi è perfetta, ma in realtà è solo morta.

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  2. Oh! Finalmente la verità sulle donne 😉
    Non posso che concordare con tutto. La chiusa, poi, è sublime.

    Ritorno seria: credo che a volte ci si ‘adagi’ nelle parole che ci sono note, che ci suonano familiari e non ci si accorga delle fesserie che si scrivono. Per il primo romanzo succede spesso. E qui intervengono i ‘lettori pilota’. A me è bastato sentirmi sottolineare una frase come stereotipo: da lì ho alzato le antenne e spero di captarle tutte e strangolarle sul nascere 🙂

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    • È vero. Credo sia una conseguenza dell’idea che la scrittura non sia altro che riportare sulla pagina quello che vediamo o viviamo. Non è così, ma a volte sono necessarie molte letture e persino anni prima di liberarsi da questo pregiudizio.

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  3. Ella aveva gli occhi da cerbiatta!
    Guarda, sono assolutamente certa che ci siano persone capaci di scrivere una frase simile e di vantarsene pure.
    La cura nello scrivere non è banale, è ciò che rende grande un autore, è una necessità, le parole andrebbero sempre scelte e sentite, mai scritte a caso.
    La scrittura è immagine, suono, evocazione. Sono le parole a donare questa magia, solo le parole.

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    • Penso anche io che in tanti scrivano in quella maniera. Accade perché non si viene educati alla cura, e si producono piccole catastrofi. Se si riuscisse a spiegare alle persone che le parole sono sempre devastanti, forse si avrebbe più silenzio, e parole più accurate. Ma la vedo dura.

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  4. Bene, bene… viste le belle parole sulle donne, questo post mi è piaciuto proprio!
    Va be’, scherzi a parte, ci sono espressioni davvero abusate che ormai non vogliono dire più nulla. Vogliamo parlare di tutte le similitudini preconfezionate? “Nera come la notte”, “Bianca come il latte”, “Luminosa come le stelle”…

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  5. Posso dire che sia il silenzio a fare la differenza fra una scrittura autenticamente ancorata alla vita e qualsiasi altra. Intendo silenzio dei propri stessi pensieri, di qualcosa che ancora possa dire —Io. E’ chiaro che posso parlare soltanto della mia esperienza, ma sono portata a pensare che pure con tutte le variazioni dei casi, alla fine quello che soppesiamo nelle parole degli altri è quanta parte di silenzio le circondi, faccia loro da sponda. Scrivo silenzio e intendo: ascolto. E’ nel silenzio che le cose smettono di avere nomi, ma corpi e moti propri, passo e ritmo, voce. E’ una dimensione che risale ai tempi dei focolari, delle foreste, per questo potrebbe essere quasi connaturata alla sensibilità di una donna…….che abbia ancora la voglia e il temperamento di provare a reimpararla.

    Grazie della condivisione.
    rosaturca

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    • Più aumenta il frastuono, più aumentano le chiacchiere, più diventa indispensabile tornare a ciò che conta sul serio. Vale a dire la parola, il silenzio. Per molti sarà una scelta da snob, ma al contrario ritengo che sia l’unica strada in grado di condurre l’individuo verso qualcosa di valore.

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