L’imboscata del finale


Torno brevemente sul finale, su come si scrive una tale parte in una storia, grande o piccola non importa.
No, non è possibile spiegare il metodo, questo mi pare ovvio. Mi rendo conto che in un periodo dove le Guide imperversano, di ogni tipo e genere, affermare che no, non si può indicare per filo e per segno come arrivare a un finale perfetto in una storia, suona singolare.

Però rispondendo a un commento a un post che affrontava appunto la sfida dello scrivere un finale, ho scritto: È un’imboscata.

D’un tratto arriva, ti prende di sorpresa e non puoi fare altro che arrenderti. Superfluo aggiungere a questo punto che è facile riconoscere un’imboscata, non è difficile comprendere quando ne siamo vittime. Anche se non viviamo più nella Val Trebbia dell’XI secolo, dove probabilmente capitavano eventi del genere.

Però deve essere preparata. Ha le sue regole. Sì, innanzitutto le solite, non sto a ripeterle per l’ennesima volta: di grammatica e sintassi.

Il rispetto dei personaggi, la cura per le parole. Può essere sufficiente? Diciamo che ci stiamo muovendo nella giusta direzione. Si tratta però di altro, qui ci stiamo baloccando con dettagli tecnici. E allora? Come diavolo se ne esce?

Proviamo a uscirne con un’altra domanda: che cos’è il finale? No, non è la parte che conclude, troppo semplice rispondere in quella maniera.

Potrebbe essere qualcosa che ha a che vedere con un atto, quindi è parte di una riflessione, un cammino che l’autore sta conducendo. Secondo me è importante tenere presente questo concetto: atto.

Qui ripeto per l’ennesima volta una piccola verità: in una storia ci sono parti buone, parti meno buone. Qualcosa di riuscito e qualcosa che zoppica; ma di certo non esiste una sezione che si possa liquidare. Anche la conclusione di un racconto deve trovare l’autore ben presente, vigile e disciplinato. No, non mi pare possibile scendere nel dettaglio e spiegare cosa voglia dire: se ne fossi capace, potrei fare i soldi a palate, con libri e corsi.

Mi piace pensare che i finali sono un’imboscata che fanno i personaggi al loro autore. Siccome non sono creature prive di vita ma anzi, rigurgitano così tanto di vita da invadere quella del lettore, e cancellarne la lucidità, immagino che costoro siano capaci di presentare a noi quello che ci serve, sotto forma appunto di un’imboscata. L’autore deve solo (si fa per dire) essere pronto. Attento. Quando sei dentro a una storia, ci sei sul serio. Ci sguazzi. La respiri, o almeno dovresti, anche se è un racconto che buona parte dei lettori giudicherà appena sufficiente.

6 commenti

    • Sì. Anche questo è vero. Occorre sempre ricordare che alla fine è la storia che comanda, e che qualunque sia il nostro intento, è la storia che detta le regole. Chi scrive deve per forza fare un passo indietro, e essere al servizio del racconto. O del romanzo che sia.

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  1. Io penso che il finale debba lasciare qualche discorso aperto, qualche dubbio irrisolto, com d’altronde capita nella vita, dove l’unico, vero finale è solo la morte. E concordo sul fatto che sono i personaggi, una votla che vivono in chi scrive, a determinare il finale.

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    • Sì, concordo sul finale “aperto” perché i finali sono solo una tappa di un percorso e un discorso più ampio. Che l’autore non conclude mai, si limita a approfondire, ne esplora alcuni aspetti nel corso della vita.

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