Posso avere un lieto fine? No


Si dice che la gente voglia il lieto fine. Perché ci sono già tante difficoltà nella vita di tutti i giorni, e per l’amor del cielo fateci ridere ed essere spensierati, e battiamo felici le mani, che di tragedie ce ne sono già abbastanza.
No.

Non si tratta affatto del gusto per il macabro, la tragedia, i  morti e gli sconfitti. È qualcosa che in realtà è più semplice da comprendere: nessuno vuole davvero un lieto fine. Perché non c’è, non esiste, è solo una parentesi (in attesa del tornado), e poi… Chi ama i finali felici è il primo a lamentarsene quando gliene capita uno a tiro.

E anche se non lo confesserà mai: è più indimenticabile Achab legato al fianco della balena bianca che fa segno ai suoi di seguirlo negli abissi dell’oceano (lui è morto mentre fa quel gesto), di qualunque altra favoletta tutta miele&cuoricini.

Come ho già scritto in passato, alcuni finali di romanzi sono pure convenzioni. A un certo punto, occorre chiudere, e si offre un finale perché lo vuole l’editore e il lettore.
Ma ci si accontenta (come lettori).

Chi scrive in un certo modo sa con sufficiente chiarezza che il discorso che si porta avanti continuerà col prossimo libro. Adesso chiudiamo questo, e passiamo ad altro.
Raskolnikov se ne va a scontare la sua pena in Siberia, e giustizia è fatta (così pare).

Si potrebbe anche osare un’altra affermazione. Con così tanta produzione di contenuti allegri (sfornati da certa stampa e televisione), non c’è alcuna ragione per prendersela con il “Moby Dick” solo perché alla fine sopravvive solo Ismaele. Però a parer mio l’esistenza di quel preciso tipo di stampa e televisione dimostra semmai che il lieto fine è illusione che non fa crescere i muscoli per battersi.

Non si scrive per avere successo (benché molti lo desiderino con ardore e a volte per puro caso, accade): lo si fa e basta. Così come non ci si batte per vincere, ma perché occorre farlo. Nella lotta, c’è l’individuo, il senso della sua presenza, qui e adesso. È e sarà comunque memorabile, proprio perché unico e irripetibile.

Si dirà: ma non ci sono spettatori per certe battaglie, o non ce ne sono a sufficienza. E non è eroico e meraviglioso proprio per questo?

11 commenti

  1. È vero quello che dici, ma in un romanzo ricco di eventi tragici un lieto fine può solo fare sorridere il lettore. Si può solo dire: meno male che alla fine sto povero protagonista ha ritrovato un attimo di pace, no?

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  2. A me non piacciono le storie che finiscono semplicemente male o bene. Tra le due di certo, però, preferisco la seconda, perché almeno quando leggo (o guardo la TV, o vado al cinema) non mi va di deprimermi.
    Ma il punto non è questo.
    A mio parere i finali migliori sono quelli a metà strada, aperti a varie interpretazioni, in cui ti chiedi cosa succederà dopo, in cui i protagonisti guadagnano e perdono qualcosa contemporaneamente.
    Bene o male è troppo facile.

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    • Molto dipende dal tipo di storia. I finali dei racconti di Carver non si possono definire davvero tali, perché lasciano disorientati, a volte. Per questa ragione tanti lettori non lo apprezzano affatto.
      Ma la difficoltà si nasconde nel riuscire a ottenere quell’effetto di stupore (ne parlava lo stesso Carver) dopo che si è conclusa la lettura. Come se nel nostro “panorama” si fosse aperta una breccia da dove soffia qualcosa di nuovo. Io credo (e temo) che questo sia possibile solo quando il protagonista della storia subisce un impatto con eventi inattesi. A quel punto, il lieto fine è superfluo, o poco interessante. Come ho già detto “Delitto e castigo” finisce “bene”. In realtà non è così, considero quel finale inevitabile e quindi convenzionale. La polpa è prima, è nell’idea che se Napoleone ammazza e viene definito un grande condottiero, io posso far fuori un’usuraia, e non faccio niente di male. Il lettore ottocentesco (e lo stesso Dostoevskij), non poteva accettare altro finale che la Siberia per Raskolnikov.
      In conclusione. Certi finali “belli” sono delle rassicuranti pacche sulle spalle, ma non è lì che batte il cuore della storia.
      E comunque adoro il finale del “Moby Dick” 🙂

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    • Si in effetti anche a me piacciono così, nel senso che potrebbe tranquillamente continuare lasciando uno spiraglio alla storia, ma non per scrievere un seguito, solo per lasciare qualche domanda al lettore su come è davvero finita la storia, un’ombra, come quando a teatro si chiudono le tende e tutti applaudono, la storia è finita e l’emozione è stata intensa. Ma questo può accadere solo a qualcuno che ha scritto tante cose e che sa quali sono i fili che muovono il tutto con maestria.

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  3. Io penso che il finale mdi un racconto debba essere come la vita, ovvero in parte in sospeso. Può essere drammatico, certo non “tutto zucchero e miele”, e possibilmente deve lasciare spazio al lettore.

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    • Infatti, no zucchero e miele, solo coerente con la storia. A volte un testo può presentare anche più di un finale, quello che sceglie l’autore è uno dei possibili. E poi ci sono storie che ovviamente lasciano un solo possibile finale 🙂 . Un lieto fine per me non è tutto zucchero e miele, ma il ritorno alla pace e alla calma se gli eventi hanno strapazzato i protagonisti, anche perché appena metti il punto fine, il protagonista alla pagina dopo potrebbe capitargli di nuovo l’imprevisto, ma quella è una storia non scritta che si fa il lettore in testa se i personaggi gli sono restati “addosso”.

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      • Quando si invecchia, si tende a scansare lo zucchero e il miele. O forse sono le tante letture durante gli anni che spingono verso storie più complesse, con finali anche chiusi (muore il protagonista) però capaci di trasmettere un’energia senza pari.

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    • “Zucchero e miele” è il male (almeno in letteratura, e secondo il mio parere). È corretto affermare che ci deve essere spazio per il lettore, aggiungerei che deve sempre esserci spazio per lui. Bisogna ricordare che non è solo un essere che legge, ma una persona. Come diceva zia Flannery: bisogna colpirlo.

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