Quando incappi nel cenotafio


Esistono un mare di rischi nella scrittura, e prima o poi si impara a riconoscere quelli più dannosi. Uno di quelli che occupa il podio dei rischi, come si sa, è quello che spinge a usare luoghi comuni ed espressioni banali. Se si ha in testa l’idea che la storia serve per regolare i conti con il mio insegnante di lettere del liceo, allora sarà goffa e pretenziosa. Sarà una brutta lezione di lingua italiana, e non una storia.

Può funzionare, certo. Però c’è un problema: chi è un buon lettore, uno di quei lettori che per esempio possono far circolare il tuo nome, ha sempre delle aspettative medio-alte. Si avvicina a una storia con un’idea ben precisa, e questa si è formata attraverso le più diverse letture. Sa cosa vuole, e cosa non vuole. Se tu gli offri qualcosa di basso, o molto basso, secondo te cosa potrà accadere? Che il tuo nome circolerà, ma non come tu vorresti.

Questo è un problema che non si affronta, ma poi succede di incontrare all’interno di un romanzo il termine:

 

Cenotafio

 

Si tratta di una presenza così inattesa che fa scaturire la riflessione. Qui non si tratta di un termine banale, figlio di scarse letture e di un’idea di letteratura superficiale e ridicola; ma la sua eccezionalità. Perché questo termine e non un sinonimo?
Si dirà: ci voleva. Probabilmente è così, ma quello che mi preme è il lavoro sotterraneo svolto dall’autore prima, e sulla sua lingua.

I termini che ricorrono nella vita quotidiana sono spesso tagliole a fin di bene. Nel senso che noi le usiamo animati dalla convinzione di creare un ambiente accogliente per il lettore. Mentre in realtà è assemblato secondo le norme di un comune catalogo Ikea. E a finire in trappola nei rabbiosi denti in metallo della tagliola non è il lettore, ma noi stessi.

Da quel poco che so, un autore di talento si permette dei rischi perché ha costruito col tempo (quindi senza fretta) un vocabolario di sua proprietà. No, non intendo che deve superare le regole o infrangerle, anche se è sempre possibile e a volte persino necessario. Se un termine è fedele alla storia, al personaggio, si usa, anche se questo termine è uno dei più abusati come ad esempio:“carino”. Però bisogna essere consapevoli di cosa si scrive.

L’apparizione di un termine bizzarro svolge la funzione di incuriosire. L’autore anche grazie al consenso ottenuto, ha ricevuto una libertà preziosa, quella che lo induce a inserire nel testo un cenotafio. E quella libertà è arrivata solo perché:

 

  • sa comunicare;
  • si assume la responsabilità delle sue parole.

 

L’attenzione si innalza: che roba è questo cenotafio? Si consulta un dizionario, si prosegue nella lettura. Non si tratta di uno sfoggio di erudizione. Si poteva usare un altro termine (e se fosse una libertà che si è preso il traduttore?). Però la lingua è talmente buona di fattura che “ci sta”. Non è una smargiassata, un: “Adesso ti faccio vedere con chi hai a che fare”.

È quello che ci vuole, fine.
Tra i rischi che si corre nella scrittura, non c’è solo quello che spinge a adottare luoghi comuni. Ma anche quello che vuol dimostrare che chi scrive, sa. Non è una gara a chi ne sa di più. Se scrivi devi comunicare. Stop.

 

Dimenticavo. “Cenotafio” è il monumento sepolcrale che non contiene il defunto. L’ho trovato all’interno del romanzo “Qualcuno con cui correre” di David Grossman.

 

9 commenti

  1. cenotafio… mi suona come una bisarca monumentale 😉
    però, la domanda è: se la scrittura è comunicazione, perché usare parole astruse?
    Certo, il lettore va educato e non si può essere piatti o peggio ancora banali, però il linguaggio semplice, fruibile da tutti, non è da disdegnare

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    • Bella domanda. Magari è il traduttore che ha “esagerato”. Oppure Grossman l’ha usato perché forse a Gerusalemme è un termine abbastanza comune. In certi contesti alcune parole sono all’ordine del giorno, appena ne esci e le pronunci tutti ti guardano con tanto di occhi sbarrati. 🙂

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