Non finzione ma realtà


Quasi tutti sanno che le storie che si leggono, o che si scrivono (privilegio che spetta a pochi, perché tutti scrivono, ma scrivere storie è sempre un altro paio di maniche), sono finzione.

Come? Ma stiamo scherzando? Si tratta di realtà.
E qui iniziano i guai. Perché il lettore è persuaso che chi scrive deve essere al servizio di questa, senza se e senza ma, come si dice oggigiorno. Come diavolo riuscire a spiegare che un autore è al servizio della storia, quindi dell’arte? Mica facile.

Immagino che l’errore sia proprio nel ritenere che si tratta di finzione pura e semplice, che è sufficiente lasciare briglie sciolte alla fantasia per arrivare a destinazione. Oltre a questa convinzione, abbiamo un paio di cugine laureate (ci sono sempre un paio di cugine laureate, probabilmente le forniscono di serie a tutti gli aspiranti autori) che ci dicono che scriviamo benissimo. E a scuola, superfluo ricordarlo e affermarlo, andavamo a gonfie vele in italiano.

Scrivere è una cosa: la lista della spesa, il tema di italiano è appunto, scrivere.
Scrivere una storia (un romanzo, o un racconto), è una faccenda ben diversa.

Quello che non viene tenuto in conto è che una storia affonda le sue radici, e trae la sua linfa, dalla vita. Brutta sporca e cattiva. No, non bisogna credere a quelle chiacchiere sulla vita bella e bla bla bla. Se sei in cerca di queste cose, segui la freccia che recita “Per l’uscita da questa parte”.

La vita ha denti cariati e un fiato ammorbante.

Chi scrive con un minimo di ambizione impara in fretta queste cose. Soprattutto, impara che c’è un prezzo da pagare, e lui se vuole essere qualcuno, accetta quel lavoro sporco da fare.

Spesso ribadisco che scrivere è celebrare le erbacce, ma adesso potrei affermare che è stare in compagnia di un essere che non si lava mai i denti. E ha sempre qualcosa da dire.

E non lo si fa per masochismo.

Il punto è che esiste una realtà sotterranea che ha qualcosa da raccontare, di scomodo. Il lettore, che non capisce un accidente di letteratura (quindi: di vita) preferisce ciò che è comodo e non costa fatica. Quando si trova a che fare con storie che hanno un prezzo, si tira indietro. Non sa (o non vuole sapere?), che esiste un mondo che lo adora per questa sua superficialità. È quello dell’utilità, del vincente, dell’apparenza, del dritto. Che ha orrore quindi del perdente, dello storto, del profondo e dell’inutile.

Non deve apparire strano che nella mia lista da quattro soldi appaia anche l’utilità. È quella piaga che vuole lo scrittore pronto a sposare le nobili cause: come se scrivere della vita non fosse sufficiente. Come se puntare all’arte fosse robetta.

La rotta di collisione tra un certo tipo di autore, e il resto del mondo è inevitabile.

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