Anton Cechov e la vita senza trama e senza finale

(Post aggiornato il 6 giugno 2018).

Prendi qualcosa dalla vita reale, d’ogni giorno, senza trama e senza finale

Ma certo, si capisce: è sempre Anton Cechov. Amato da Raymond Carver e da tanti altri scrittori. Persino uno come me, che è solo uno che racconta storie, lo ama tantissimo. Questo scrittore russo era attaccato da critici e altri scrittori perché non pontificava. Non saliva sul piedistallo a emettere giudizi, a proclamare l’arrivo del “mondo nuovo”. Già: raccontava storie. Le scriveva. Non emetteva giudizi. Insomma: era un vero scrittore, ma per un sacco di gente scrivere e non suonare la grancassa del “progresso” è un peccato mortale. Allora come adesso.

Lo scopo della letteratura?

Buona parte dei romanzi classici, dei racconti, hanno qualcosa in comune ed è un finale convenzionale. Bisogna chiudere perché l’editore desidera appunto vedere la parola fine.

Come sanno in tanti, se fosse davvero un finale l’autore smetterebbe di scrivere. Per quale ragione continuare? Per il denaro?
A volte, ma non è mai questa la molla che induce a cominciare, a continuare per anni chiedendo magari soldi in prestito per le bollette. Ma torniamo alla frase dello scrittore russo.

C’è già tutto, non è vero? Invita a puntare l’attenzione sulla vita reale, e da lì prendere qualcosa. Non offre consigli sulla qualità della cosa scelta, o sui criteri che guidano quella scelta. È una faccenda di chi scrive. Come si dice? Se vuoi la bicicletta, pedala. Se vuoi scrivere, vuoi pure la pappa pronta e servita?
Sono affari tuoi, tanti auguri. Nessuno ti chiede di scrivere.

E poi c’è quel “senza trama e senza finale”. Si potrebbe obiettare che la trama e il finale sono elementi da aggiungere e il compito spetta appunto allo scrittore. Altrimenti a cosa serve?

Come diceva Carver, lo scrittore deve essere bravo, non utile. Quindi non deve servire niente, tranne la parola, s’intende.

Uno dei vantaggi del prendere qualcosa della vita reale, è che mantiene chi scrive su un piano meno bizzarro. Siccome ha a che fare con i materiali più semplici, la sfida nel riuscire a offrirli al lettore con onestà è più grande. Eppure si cerca di star lontani dalla vita reale, reputata indegna. In realtà se ne sta alla larga perché la si odia.

L’opinione corrente è quella che proclama: o una storia (una vita), è straordinaria, oppure non si vede lo scopo della sua esistenza. Per questo ci piacciono i presidenti, i condottieri e i generali: le persone straordinarie. Ci piacciono perché fanno qualcosa che noi, e la maggior parte di noi, non realizzeranno mai. E pazienza se ammazzano qualcuno; sono, i presidenti, tanto democratici, vero? Sono eletti dal popolo. Ci sono simpatici, si fanno i selfie, discutono con gli scrittori delle letture più opportune (se scorgi un riferimento a un ex presidente degli USA: non è affatto casuale). Noi amiamo queste persone. Ci illudiamo che il potere in mano alle persone giuste combinerà solo cose tanto buonine; in mano a quelle sbagliate (il riferimento a pel di carota che siede alla Casa Bianca non è affatto casuale), dobbiamo scendere in piacca a suonare tamburi e a sventolare bandieroni.
Soprattutto evitiamo di vedere e considerare che il potere trita sempre.
Trita sempre.

Lo scopo della letteratura dovrebbe essere quello di celebrare le erbacce, e di dare del tu all’arte; e mi sembra un obiettivo già ambizioso. Pochi hanno tali ambizioni, e si vede.
Cechov rivolgeva la sua attenzione alle persone semplici, e le raccontava così come erano. Nella Russia dell’Ottocento però uno scrittore doveva appunto suonare i tamburi per annunciare l’arrivo del Mondo Nuovo. Il socialismo, insomma. Cosa che lui non faceva. Preferiva semmai fare qualcosa di differente.
Prendere contatto con l’individuo. E se pensi che questo sia semplice: ti sbagli.

Di che cosa dovresti scrivere

Una storia “semplice” può essere un dono insperato se si lavora duro per portare alla luce i gioielli che nasconde. Se leggiamo una storia e questa ci sembra banale, forse la causa sta in noi, non nella storia. Non riusciamo ad apprezzare quello che c’è, di umile e tenace.

Soprattutto agli inizi della propria avventura di narratori, si è alla ricerca di una storia “straordinaria”, che non solo piaccia a noi, ma destinata a colpire l’immaginazione e l’attenzione degli altri. Non vogliamo qualcosa di comune, una storia da pianerottolo. Deve avere come protagonisti degli eroi, delle persone magari anche comuni, ma che d’un tratto scoprono di essere dei predestinati. A fare cosa? Ma a salvare il mondo, che diamine! La banalità del vivere quotidiano ha senso (e merita di essere raccontata), solo se preannuncia e prepara lo straordinario che accadrà; altrimenti non vale nulla.
Giusto?
Sbagliato.
Proprio in questo libro Cechov affermava che è più difficile scrivere di una cuoca, che di Socrate. E tu che leggi queste righe: devi scrivere delle cuoche, non di Socrate.
Delle persone da pianerottolo. Altrimenti le tue storie rischieranno di essere storie che faranno da contorno e da olio lubrificante alla macchina da guerra del mondo. Che trita i soliti, ed esalta i pochi che, spregiudicati o fortunati, riescono a mettere le mani sulle leve del potere.
E il potere, lo riscrivo, sa fare solo una cosa: trita. Non può essere rieducato da maestrini o maestrine. Ha la sua etica (quindi: non deve essere riformato). La sua etica è: prevaricazione e disuguaglianza. Sempre. Altrimenti non è potere. È un carnevale.

Trama e finale

A questo punto: serve la trama e il finale? Non c’è una risposta, a mio parere. Perché le storie non finiscono, anche se leggiamo la rassicurante parola “Fine”.
Perché: dipende.
Con una battuta potrei dire che la vita di ciascuno, se ha una trama, è la più stupida che si sia mai scritta. Non ci si capisce niente, non è vero? Eppure lo scopo di chi si incarica di raccontare storie dovrebbe essere di dimostrare che non c’è una sola vita al mondo che non sia straordinaria. Anche se non fa nulla di straordinario? Soprattutto se non fa nulla di straordinario. Ogni vita è infinita e maestosa, e ha sempre una dignità; chi scrive dovrebbe ricordare a chi legge questa dignità.


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5 thoughts on “Anton Cechov e la vita senza trama e senza finale

  1. No, no: ci si capisce molto, invece. Si tratta di storie non convenzionali, di quelle che io ho scritto in un mio libro tanto bistrattato. Ognuno sa quello che ha fatto. Quando sono stata criticata ho detto, appunto, che l’autore ha diritto a scrivere ed a sperimentare; a volte non è neppure necessaria la storia intesa in senso convenzionale. Si capisce benissimo quello che hai detto o, almeno, io lo capisco benissimo. Lo scrittore non deve essere per forza compreso da tutti, anzi. Quasi quasi un punto d’orgoglio potrebbe essere proprio il fatto che la maggiorparte della gente non lo capisce. Vista anche l’alta percentuale (da uno studio di un noto linguista) di persone che non capiscono un testo scritto… Osservazioni intelligenti.

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