Che cosa insegna Charles Dickens

Che razza di domanda scema, vero? Che cosa può insegnare uno dei più rilevanti scrittori del mondo? Ma un milione di cose, che diavolo! Ed è proprio così. Però ho notato un altro aspetto, sul quale spesso non si concentra a sufficienza l’attenzione.

Come sanno un po’ tutti, Dickens in vita ebbe un successo enorme. Ai giorni nostri, per vedere le persone fare la fila davanti a una libreria occorre ricorrere a Harry Potter. E questo grazie a una macchina pubblicitaria perfettamente oliata, che si muove tra Web, carta stampata, televisione, il passaparola, eccetera eccetera.

Dickens non aveva tutti questi mezzi. Come è riuscito a conseguire un successo tale che i piroscafi che arrivavano a New York, con a bordo le copie della sua ultima fatica, venivano quasi assaliti dalla folla?

Il pubblico. Banale vero? Per questo lo riscriverò.

Il pubblico.

La letteratura si può suddividere in periodi. E possiamo affermare che c’è un periodo pre-Dickens e post-Dickens. Per quale ragione? Perché prima di Dickens la letteratura era affare per pochi. Le persone come i bottegai, i piccoli commercianti, gli esponenti della borghesia che stava acquistando peso e potere, non avevano storie in grado di appassionarli.

Il pubblico c’era, quello che mancava era qualcuno che scrivesse le storie giuste per quella gente.

Dickens con la sua opera dimostra che c’è un pubblico, e scrive per lui. Usa la stampa (le sue opere appaiono sui quotidiani), ha occhio per gli umori del pubblico. In parte si adegua alle richieste che gli pervengono, in parte no. La sua funzione fondamentale è dimostrare che la letteratura non appartiene a una minoranza, ma può essere una faccenda che arriva a tanti.

È comunicazione, certo.

Dove voglio andare a parare? In realtà non ne ho idea. Però mi chiedevo: esiste un pubblico in Italia da stanare? E questo sarà possibile possibile grazie al libro elettronico? Eppure credo con forza che il problema NON sia il costo dei libri. Non siamo un Paese povero, e nemmeno siamo affamati di cultura. Le biblioteche sono affollate di studenti d’inverno, e d’estate riducono gli orari perché non c’è nessuno.

E allora?

Di recente ho scambiato quattro chiacchiere con la scrittrice Erica Vagliengo. Mi ha ribadito un’idea che in fondo già da un pezzo conoscevo: i racconti non sono molto apprezzati dalle case editrici. L’unica strada è l’auto-pubblicazione.

Superfluo dire che ho spedito anche a case editrici (piccole) che pubblicano racconti ma ciccia.

È forse questa la strada. È possibile che esista un mercato che aspetta di incontrare chi soddisfi le sue necessità. No, non dico di essere io, ovviamente, il predestinato, sono matto ma non fino a questo punto.

E forse mi sto sopravvalutando. E lo stesso fate voi, col sottoscritto.

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