La vendetta di Edmond Dantès

(Questo post è stato aggiornato il 5 giugno 2018).

Ah! Il Conte di Montecristo! Alla fine ci riesce, eh? Quel satanasso architetta ogni aspetto della propria vendetta, muove le sue pedine, getta la rete, e quando inizia a stringerla… È fatta!
È uno dei romanzi più letti e tradotti, e non si contano le riduzioni teatrali, cinematografiche, televisive… Ma, un momento! Non è politicamente corretto!
Per fortuna.

Il conte di Montecristo va a Forum

In teoria, sarebbe possibile immaginare che il Conte di Montecristo, diventato ricchissimo, decida di portare davanti alla giustizia i suoi nemici di un tempo… Magari a Forum (ma esiste ancora?), per ottenere un risarcimento rapido rapido.
Però la giustizia dei tribunali non risponde al nome di “lampo di guerra”, vero? E magari dopo aver subito angherie senza numero nelle segrete del castello d’If, uno avrebbe anche un po’ fretta…
No, non credo che sarebbe possibile. Un procuratore del re, un banchiere, non si fanno mettere in un angolo tanto facilmente, nemmeno se il loro avversario può contare su un tesoro smisurato. Bisogna invece essere come loro, diventare come loro, per avvicinarli e colpirli senza pietà.
Soprattutto, occorre riconoscere che quella seccatura che disturba i nostri sogni di correttezza, e che risponde al nome di “realtà”, non solo è troppo invadente. Ma agisce per vie bizzarre.
E qui siamo arrivati al cuore di certe storie.

Spiacente, Disneyland non è la realtà

Parlo delle storie che “funzionano” (quindi vendono), e non lasciano niente. Storie dove la realtà è una gigantesca Las Vegas, o Disneyland, dove ci si deve non solo distrarre (qui non c’è niente di male: Dumas scriveva per quello). Ma ci si spinge a teorizzare, a sostituire la pesantezza dell’essere umano, con una “idea” di essere umano. Eterea. Aerea. La sua complessità viene annullata. Basta pianificare, educare, dirigere. Prima di proseguire: lo so, ognuno legge quello che vuole, eccetera eccetera. E scrive quello che vuole.
Ribadito per l’ennesima volta questo concetto, proseguiamo.

Certe storie (come “Il conte di Montecristo”) viaggiano attraverso le generazioni perché nonostante i difetti (Alexandre Dumas sbaglia gli anni del Conte, per esempio), prendono gli ingredienti più semplici della realtà, e li combinano sapientemente. Ma prima di tutto: si chinano sulla realtà e senza voler nasconderla, modificarla, ridurla a un’entità leggera e in balia dei venti, la scrivono.
Come Cormac McCarthy; a dimostrazione che pure adesso ci sono autori che guardano la realtà, e la descrivono com’è. Perché scrivere vuol dire raccontare storie.

 Hai detto “realtà”?

Domanda: ma la realtà, che roba è? Esiste? O è solo frutto di ambiente, cultura, inclinazioni, titoli di studio? E sono forse questi elementi che ci spingono a vedere certe cose, e a ignorarne altre? Buona domanda, complimenti. Ma devo rispondere proprio io?
È ovvio che ciascuno di noi è il risultato dell’ambiente in cui vive. Vivessimo a Kabul, o in Kenia, avremmo un altro sguardo, e probabilmente non staremmo qui a farci domande tanto filosofiche.
L’ambiente, lo studio, l’indole, le inclinazioni potrebbero (dovrebbero) non essere degli specchi, ma dei mezzi per arrivare a guardare oltre la superficie. Meglio ancora: dovrebbero illuminare la realtà per svelarcene la complessità. Più mezzi hai, più luce hai a disposizione, ma purtroppo la luce non ti aiuta a cambiare, o comprendere davvero tutto. Semmai, ti svela la profondità dell’abisso.
E poi? E poi si scappa.
In fondo è quello che capita al Conte di Montecristo. Davanti agli effetti della sua vendetta, di fronte all’abisso che scopre, e che non è solo attorno a lui, ma dentro di lui, decide che è troppo. Tutta la sapienza dell’abate Faria, e la ricchezza, il potere, sono illusioni. Anche la soddisfazione per aver portato alla rovina i suoi nemici, si dimostra poco utile. Credeva di avere in pugno la realtà, di disporne liberamente, ma qualcosa gli è sfuggito di mano. Non “qualcosa”: praticamente tutto.

Che fine ha fatto Edmond Dantès?

Sì, lo so che il Conte di Montecristo è Edmond Dantès: almeno ufficialmente. Ma se mettessimo uno di fianco all’altro ci accorgeremmo della differenza, vero?
Edmond è un giovane che pare vivere in un mondo tutto suo. Sì, il capitano della sua nave sbarca all’isola d’Elba dove tra l’altro risiede tale “Bonaparte Napoleone” professione “Imperatore dei Francesi (dimesso)”, ma lui pare ignorarlo.
Il suo capitano torna a bordo con un pacco, e dopo gli chiede, sul letto di morte, di andare a Parigi e consegnarlo, nel massimo della segretezza, a una certa persona. E non batte ciglio. Non gli viene un dubbio, un sospetto. Mai pensa: “Un attimo! Non è che magari…”.
Niente.
Pensa alla sua Mercedes (la fidanzata), e a nient’altro.
Forse una delel lezioni che Dumas voleva ricordare sta (anche) qui: tieni gli occhi aperti sulla realtà. Non hai idea di quali brutti tiri possa architettare a tuo danno…


 

12 thoughts on “La vendetta di Edmond Dantès

  1. Risposta un po’ criptica, ma che mi convince abbastanza: la realtà è contraddizione e lievità (non leggerezza) al contempo. Tutto quello che fila liscio su un unico binario, o che si arrabatta in mille contorsioni, non è reale.

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    • In effetti è un po’ criptico. E potrei chiedere: ma contraddizione e le “mille contorsioni” non fanno a pugni tra di loro? Se realtà fosse “semplicemente” tutto quello sul quale l’individuo ha facoltà (potere?)? (Anche questa non è tanto nitida!).

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      • Aspè, aspè, prima chiariamo di quale realtà stiamo parlando 😛 Al momento io parlo di libri, o meglio di libri che rappresentano la realtà in modo più o meno veritiero. Per me i libri che rappresentano la realtà al meglio sono quelli che riescono a rappresentare le contraddizioni della vita con uno stile… onesto? Diretto? Sincero? Non riesco a rendere bene l’idea. Uno stile che ti faccia sentire come immediate e naturali anche le cose più incomprensibili della vita. Ho un gusto molto influenzato dai tempi. Se fossi nata 200 anni fa (e se avessi saputo leggere) avrei avuto gusti differenti.

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      • Vediamo. Io cercavo di capire che cosa fosse la realtà per chi scrive. È esatto quanto scrive Carver sull’onestà, e quanto dici tu. Ma la realtà che cos’è? Possiamo dire: “Allora, io racconto la realtà con onestà”. E dal pubblico una manina si alza e l’omino o la donnina attaccata alla manina chiede: “Sì ma, cos’è la realtà? E poi, di che cosa vorrebbe parlare se non di realtà?”.

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      • E’ una domanda un po’ filosofica (che di per sè non è un male, eh!)
        Secondo me la realtà non esiste. O meglio, esistono tante piccole isole di realtà collegate da stretti canali. Due persone possono avere un terreno comune, ma una buona parte della loro realtà rimane incomunicabile a chiunque. Stessa cosa a livello personale: non vivo nella stessa realtà che vivevo 5 o 10 anni fa, e a volte mi chiedo quale parte di me sia rimasta. Il compito della scrittura (o dell’arte in generale, se vogliamo) sarebbe proprio quello di ricreare la realtà, di ripercorrere i collegamenti tra le singole realtà e far sentire il fruitore parte di qualcosa di più grande.

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      • In effetti, mi sta scappando di mano! 🙂
        E allora io ti dico: sei certa che la realtà non esista? Prendi uno smartphone: per te è uno smartphone. Per l’indigeno della foresta amazzonica è una tavoletta attraverso la quale agiscono diversi spiriti. Quindi possiamo osare, e affermare che c’è una realtà, ma cambiano i modi di interpretarla…

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      • Mh, sì, su questo sono d’accordo. Anche per me esiste quel livello di “realtà là fuori”, ma penso anche che sia inaccessibile, se non appunto attraverso la sensorialità e il contesto, che cambiano da persona a persona e quindi formano le isole di cui sopra. Si nota che sono lontana anni luce dalla mentalità scientifica. Mio cugino è un epistemologo, un filosofo della scienza, e mi ha detto proprio che crede nella “realtà là fuori”, che gli interessa quella. Quando parlo come un filosofo postmoderno si fa delle grasse risate: “ma voi credete che la verità non esista!” Gli sembriamo molto divertenti, dei folli del Signore.
        Forse stiamo dicendo la stessa cosa, solo con una lente d’ingrandimento diversa. Basta che qualcuno tiri fuori Kant, e siamo a posto.

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      • È possibile, forse diciamo le stesse cose. Io comunque non ho nessuna formazione: né scientifica né umanistica. E credo che sì, c’è una realtà là fuori. Forse per questo che siamo scesi dagli alberi? Per darle la caccia?

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