Autoeditoria: intervista allo scrittore Daniele Savi

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Sì, anche ad agosto qui si procede nelle interviste. Questa volta tocca a Daniele Savi che ci dirà la sua su autoeditoria e non solo. Quindi?
Quindi: buona lettura

Su questo blog si parla spesso di “autoeditore” invece che di “autore che si autopubblica”. Che ne dici: ha senso, oppure si tratta di un inutile cambiamento di definizione?

Ha senso e concordo con la spiegazione che dai spesso nei tuoi articoli. Non è un cambio di definizione, ma di paradigma. Essere autoeditore è l’unico modo di interpretare il self-publishing. Molti non lo capiscono, all’inizio, compreso me.

Per te che cosa significa essere un autoeditore? O meglio: è cambiato il tuo modo di affrontare la Rete, il tuo lavoro di autore, quando hai deciso di “fare sul serio”?

La maggior parte degli autori alle prime armi pensa che autopubblicare significhi scrivere un romanzo nei ritagli di tempo, rileggerlo qualche volta e poi metterlo su Amazon, facendo un po’ di promozione su Facebook. Pian, piano, sulla mia pelle, ho capito che non è così. Non riguarda tanto la Rete, in realtà, se non intesa come strumento di networking. Essere un autoeditore, come è noto, significa affrontare il progetto di un romanzo da un punto di vista che include diverse professionalità, non soltanto l’autore. Investire su di sé, in termini temporali, ma anche economici. Vuol dire far editare il proprio testo da un professionista, perché nessuno può essere editor di sé stesso, e no, la mamma o il fidanzato non vanno bene. Impaginare professionalmente e realizzare una copertina graficamente accattivante e che trasmetta il giusto messaggio. Vuol dire anche essere un po’ matti, perché richiede tanto impegno e probabilmente è più facile avere successo comprando i gratta e vinci! Non vi attira più tanto, vero?

Quali sono, a tuo parere, i miti da sfatare attorno all’autoeditoria?

Le due facce della stessa medaglia: che sia la rovina del mondo editoriale, e che sia una grande opportunità per chiunque abbia scritto un buon libro. Balle. È un modello di auto-imprenditoria e ne segue le stesse regole, che spesso non sono legate alla qualità, così come nell’editoria tradizionale, ma a volte fanno emergere anche qualche gemma. Non mi appassiona nessuna delle due fazioni: sia chi si inalbera per “la fuffa che permea il self”, sia chi si eccita per “la democrazia del self”.

Il problema più grande per un autoeditore è quello della discoverability: farsi trovare dai lettori. Secondo te, qual è la prima mossa da fare: blog? Gruppo Facebook? Twitter? Google AdSense? (Oltre ad avere scritto un’opera almeno interessante, è ovvio). Oppure è tutta fuffa e conta solo la fortuna?

Non è tutta fuffa, ma sono strumenti. Non funzionano da soli e neanche con tanta buona volontà. La fortuna non esiste in quanto divinità benevola verso alcuni, ma esiste il caso, che è una buona parte del successo di qualsiasi impresa. Come diceva il Vate: uno su mille ce la fa. E io, che mi occupo di disoccupazione per lavoro e volontariato, so bene che gli altri 999 non sono tutti incapaci.
Non è solo questo, però. A mio parere, il segreto del successo di qualsivoglia attività, nel mondo moderno e forse anche in quello antico, sono le competenze relazionali. Alcuni le hanno molto sviluppate fin dalla nascita, e in questo senso sono fortunati. Altrimenti le devi acquisire. Io ne sono nato totalmente privo e per molti anni le ho sottovalutate, perché era difficile. Ora sto cercando di recuperare il tempo perso. Questo per me è il primo passo, altrimenti anche aprendo un blog, o una pagina Facebook, non si va da nessuna parte. A meno di essere molto fortunati.

Puoi rivelarci, se ti va, gli errori commessi nella costruzione della tua piattaforma di fan?

Quello di cui parlavo nel punto precedente. Puoi conoscere tutte le tecniche, aprire un blog, sfornare mille idee creative al giorno, essere su cento social, ma in realtà se non sei capace di costruire e curare le relazioni, che siano fisiche o virtuali, non serve a niente. In assenza di un cospicuo budget di comunicazione, è chiaro. Pensateci: se i manuali del tipo “dieci tecniche per arrivare a 10.000 follower in una settimana” funzionassero davvero, avremmo tutti 10.000 follower.

Per questo, sebbene tu mi abbia chiesto un’intervista da autoeditore, non mi sento ancora tale. E forse mai lo sarò. Perché? Te lo spiego nella risposta alla prossima domanda. (Sì, prevedo il futuro!).

“Studiare il mercato, individuare il pubblico, e poi scrivere di conseguenza la storia”. Concordi con questa strategia, oppure la consideri una strada che porta a produrre libri sciatti e uguali?

Non concordo, nella maniera più assoluta. Non tanto per ciò che citi come conseguenza, probabilmente chi è abbastanza bravo e ha la giusta motivazione può produrre buone storie anche seguendo il mercato e non i propri interessi, ma perché per me la scrittura non è realizzare un prodotto cartaceo o elettronico e venderlo.
La scrittura è il viaggio, sono le ore passate davanti a uno schermo o passeggiando per la città, perdendosi nel mondo dei propri personaggi. È l’esplorazione di sé attraverso quello che ogni autore instilla inevitabilmente in ogni personaggio e storia, anche le più fantasiose. Anzi, sono proprio quest’ultime le più efficaci allo scopo. È il motivo per cui preferisco generi come la fantascienza e il fantasy.
Non scriverei mai, per esempio, romanzi rosa perché più appetibili. Attenzione: non è un giudizio su questo genere. Per quanto mi riguarda la lettura è prima di tutto intrattenimento e stimolo per l’immaginazione. Ognuno deve trovare le storie che più lo aiutano in questo senso, sia come lettore che come autore.
Insomma, per me scrivere è terapia e palestra, che serve poi nella vita di tutti i giorni e nel lavoro. Certo, tutti noi sogniamo di vendere un milione di copie e ritirarci a fare i romanzieri in una bella casa al mare o in montagna. Non è la mia motivazione principale, però, e negli ultimi anni tra self-publishing, crowdfunding, web marketing e cose del genere mi sono resoconto che, nell’ambito della scrittura, non mi interessano. Colpo di scena!

Pensi che sia necessario frequentare dei corsi di scrittura creativa (oltre a leggere tantissimo)?

Non sono un tipo da corsi o manuali. Quindi dico: necessario, no. Subito dopo ammetto di sbagliarmi, quindi dico anche: utile, sì. Per quanto mi riguarda, fondamentale è il confronto con gli altri. L’esperienza e le critiche anche feroci fanno crescere molto più di qualche ora di corso. E sono lezioni che spesso fanno molto male, ma si ricordano più facilmente. Non abbiate paura, quindi, di intrufolarvi in quei covi pirateschi che sono i gruppi di aspiranti scrittori e confrontarvi con i vostri pari (o, meglio, con chi è più bravo. Nel mio caso non è difficile trovarne).

Le cose che un autoeditore deve fare assolutamente

Amare con passione erotica ogni sfaccettatura dell’autoeditoria. Conoscerne ogni professionalità richiesta e se non si è in grado di fare da sé al meglio, delegare a chi lo fa per lavoro, pagandolo il giusto. Altrimenti meglio scrivere per diletto e impegnare le proprie energie in progetti più realizzabili.

Le cose sulle quali non vale la pena perdere tempo ed energie

50 metodi per vendere tremila copie. 50 trucchi per avere più like. Probabilmente è più utile 50 sfumature di grigio.

Quali sono i libri di formazione alla scrittura da leggere a tutti i costi?

Come ho detto, non sono un tipo da libri di scrittura, quindi lascio questa risposta a chi è più esperto di me. Solo per te, dico che anche io ho amato Niente trucchi da quattro soldi, di Carver.

 Puoi raccontarci a cosa stai lavorando?

Il mio ultimo romanzo è in una fase di sospensione, dopo il lavoro di stesura e varie revisioni dell’anno scorso, e la campagna di crowdfunding di quest’inverno, cancellata come alcuni sanno per l’insoddisfazione nei confronti del soggetto che la ospitava. Continuo a rivederlo ogni tanto, migliorandolo grazie anche ai suggerimenti di amici e amiche più esperti che nel frattempo hanno letto le bozze. Attendo inoltre con ansia la risposta di un editore, che mi piacerebbe mi accogliesse nel suo team di autori.
Nel frattempo mi sto occupando di molte altre iniziative per la mia associazione ReAgire (http://reagireinsieme.org), che riguardano narrazione, storia, immaginazione e riqualificazione professionale.
E, se riuscirò a far nascere e crescere il progetto che più mi sta a cuore, in futuro insieme ad altri amici trasformerò professionisti milanesi in coltivatori di idee. T’è capì?


daniele saviDaniele Savi nasce nel secolo scorso (ma solo vent’anni prima del giro di boa), sin dalla gioventù la sua vita è stata influenzata da due istinti primari: l’interesse nella tecnologia in tutti i suoi aspetti, in qualsiasi cosa sia nuovo e moderno, e la voglia di sperimentare ed espandere la mia fantasia e creatività (ho iniziato scrivendo piccoli racconti sulla macchina da scrivere meccanica di mio padre, prima della diffusione dei personal computers).

È uno scrittore. Ama scrivere. Questo è il motivo per cui è anche un Personal Writer. Creo racconti personalizzati per chiunque voglia fare un regalo indimenticabile a una persona speciale, un amico, un parente, una bella ragazza…

Ha anche pubblicato un manuale tecnico su FastWeb, edito da Tecniche Nuove, e due romanzi di fantascienza sulle mirabolanti avventure dell’Astronave Hope.
Altre informazioni sono disponibili sul suo sito Web.

14 thoughts on “Autoeditoria: intervista allo scrittore Daniele Savi

  1. Mi piace la filosofia di Daniele, molto concreta e disincantata. Il self publishing è auto imprenditoria, ci sono persone che se la cavano meglio con l’auto promozione e altre no. Personalmente sto tra le altre no . Ma non mi abbatto. Alle spalle un romanzo pubblicato da una casa editrice che ho lasciato e un manuale in self, perciò sto ancora cercando. La cosa vera è che scrivere è un lavoraccio molto serio. In bocca al lupo Daniele per i tuoi obiettivi, molto importanti, non solo per quanto riguarda la scrittura

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  2. risposte equilibrate che denotano maturità e concretezza, anche se Savi spergiura il contrario. L’autoeditoria è impegnativa come ha detto. Serve investire su un buon editor – e non è facile perché molti preferiscono lavorare per le CE e solo distrattamente accettano di fare editing per chi fa self -, servono competenze o rivolgersi a un graphic per le copertine, serve compenze per l’impaginazione. Insomma nulla di scontato per produrre un buon prodotto.

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