#progettoIOTA: la differenza tra romanzo e racconto (forse)

 

Non è che sentivo il bisogno di scrivere un romanzo, per essere ben accetto (ma da chi, poi? Dai lettori? Questo mitologico essere che c’è, non c’è…).

Come saprai, se bazzichi su questo blog da un po’, mi sono imbarcato nel #progettoIOTA, il cui primo libro arriverà (forse), nel dicembre del 2018.

Ma che cosa significa per il sottoscritto scrivere un romanzo? Dopo aver autopubblicato 3 raccolte di racconti della Trilogia delle Erbacce, e un romanzo a 4 mani dal titolo “L’ultimo giro di valzer”: cosa cambia?

L’evoluzione

Cominciamo ab ovo, come dicono quelli bravi (se metti un poco di latinorum nel blog, all’istante ti considerano una persona molto competente).

Il romanzo non è un racconto più lungo, né il racconto è un romanzo corto perché andavamo di fretta. Si tratta di due faccende parecchio differenti ma per fortuna, egualmente difficili e feroci.

Ci sono un mare di dettagli che mostrano la formidabile diversità e peculiarità di romanzo e racconto. Io ne sceglierò adesso una e proverò a ragionarci sopra. Con un’avvertenza: non aspettarti delle rivelazioni capaci di farti cadere dalla sedia.

Il romanzo permette di conoscere l’evoluzione del protagonista, dei personaggi; di seguirla da vicino e coglierne le tappe più significative.
Mentre nel racconto tutto è molto difficile e arduo perché quello che accade deve essere convincente, e il punto di rottura, la reazione o non reazione a esso, devono essere efficaci, oppure il racconto muore. La concisione e l’efficacia devono ottenere un risultato, altrimenti sono guai.

Nel romanzo il personaggio è lì per evolvere; per questo si scrivono storie. È successo qualcosa e questo qualcosa ha delle ripercussioni mica da ridere sul personaggio. Se all’inizio ci si sfrega le mani, dopo un po’, se si ha un poco di buonsenso, si comprende che è una brutta faccenda. Perché questo comporta dei rischi mica da ridere.
Per esempio: invece di mostrarne l’evoluzione, si finisce col riempire le pagine di chiacchiere. Persuasi che il romanzo sia quella roba che ha un mucchio di pagine.

Pure nel racconto è successo qualcosa (già: altrimenti non lo scriveremmo, giusto?), e ha delle ripercussioni sul personaggio (incredibile! Non ci si crede!). Il nocciolo di tutto è che c’è un’azione compiuta, come scriveva Flannery O’Connor. E riuscire a rendere bene quell’azione compiuta è una sfida parecchio ardua.

Se leggo “Anna Karenina” o “Guerra e Pace” non mi trovo alle prese con pagine di bla bla bla. Ma con Levin e Pierre (spero di ricordare bene i nomi dei protagonisti) che abbandonano uno stato, una condizione, per approdare ad altro. Il lettore legge quei libri perché riesce a seguire il cammino di questi personaggi. E nel mio #progettoIOTA ho trovato qualcosa del genere…

La discesa in profondità

Ci sono tre personaggi; uno è già adesso abbastanza complesso, ma non nel senso che pensi. Vale a dire tormentato, pieno di elucubrazioni e cose del genere (che non sono in grado di gestire, tra l’altro).
No. Per me questo non è complessità.

È un giovane che è già approdato allo stadio terminale della sua evoluzione, ma non lo sa ancora.

Poi ce ne sono altri due. Ecco. Saranno loro, soprattutto uno di loro, che dovrà sopportare il peso della storia, fino alle estreme conseguenze. Lui, e l’altro, sono invece abbastanza “semplici”. Hanno una visione della vita immediata, veloce, priva di profondità. Per questa ragione il protagonista si troverà a vivere qualcosa che lo costringerà a rinunciare ai suoi desideri (fumosi), alle sue aspirazioni (banali).

Non posso aggiungere altro perché… perché non posso.

Come si comprende, il problema è più complesso di quanto appaia a prima vista (no, non scriverò “più complesso che nel racconto” perché sarebbe premiare uno e punire l’altro. Si tratta di due difficoltà differenti). E la complessità si potrebbe riassumere in:

Come riuscire ad accompagnare questa evoluzione senza perdersi, e senza ammazzare i lettori?

Buona domanda. La risposta non la voglio dare adesso, ma mi riservo di tornarci su più avanti. Tanto, il primo volume del #progettoIOTA arriverà a dicembre del 2018. Il tempo per parlarne ancora non manca affatto, vero?

La domanda delle 100 pistole

Be’? Non mi fai gli auguri?


Intanto, dai un’occhiata a cosa dicono i lettori di “Cardiologia”.

 

13 thoughts on “#progettoIOTA: la differenza tra romanzo e racconto (forse)

  1. Ma gli auguri te li dobbiamo fare fin da ora?! Non è un po’ prestino? 🙂
    Da qualche parte ho letto che la differenza tra un romanzo e un racconto sta nel fatto che nel primo ci sono le sottotrame e nel secondo no. Non so se è vero o se basti, però leggendo quello che hai scritto mi viene da riflettere che avere tre personaggi che si confrontano e fronteggiano possa aiutare molto a raggiungere la profondità e la complessità di un romanzo di tutto rispetto.

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  2. Ma come diavolo fai a programmare anche quando terminerai il tuo famigerato #progettojota? Io non ho visibilità di ciò che faccio nemmeno a una settimana… Cmqe, auguri. Ma non portano sfiga, così in anticipo?

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  3. Ti faccio gli auguri, ma come dice Maria Teresa mi sembra di agire con largo anticip 🙂
    Ti confesso che io non ho ancora afferrato del tutto la differenza tra racconto e romanzo…

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  4. Naturalmente auguri, ma anche secondo me è un po’ presto… 🙂 Mi piace comunque l’aggettivo “feroce” applicato al romanzo e al racconto, mi fa venire un mente un cagnaccio e un cagnetto che comunque ti mordono…

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  5. Ma sono come gli Auguri al matrimonio che gli amici dello sposo trasformano in Condoglianze?? 😀
    Comunque sono caduta dalla sedia…ma perché s’è rotta una delle rotelle. Della sedia, non le mie.
    No, no tranquilli, il posteriore ha ammortizzato il colpo… XD

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