Di che storie stiamo parlando?

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Questo è uno dei tanti post che scribacchio, e che non interessano a nessuno. E non lo scrivo per sperare di ricevere dei commenti che diranno:

Ma no, che dici? Guarda, mi hai fatto svoltare la giornata. Fratello, dammi il cinque!”.

Lo scrivo proprio perché non hanno alcun senso. Ai lettori non piacciono le elucubrazioni; vogliono leggere storie, ricordi? E invece io somministro questa sbobba (da quanto tempo non leggevi: “sbobba”?).

Di che storie stiamo parlando?

Storie che io scrivo con una certa regolarità, ma ecco: che storie scrivo?

Alla fine credo (credo) di aver raggiunto una risposta che va bene a me, e che mi condannerà all’irrilevanza perpetua. Conclusione che io conosco già da un pezzo, sia chiaro; ma che tenevo in disparte, da una parte diciamo.

Ancora una volta: che senso hanno queste domande? Scrivi e basta.

Sì, e infatti lo faccio. Lo farò, non temere. Adesso però veniamo al senso di questo post, alla sua domanda centrale.

Le storie che un autore scrive (vale a dire: che io scrivo), sono dei processi. Accade qualcosa, e il personaggio reagisce (lo so: semplifico. Ma non posso far diventare questo post un saggio: giusto? Giusto).

Si trova, il personaggio, faccia a faccia con una parte di se stesso che ignorava. Certe situazioni hanno poi la sfrontatezza di andare a scovarlo nella sua caverna: arredata con tutte le comodità possibili. Ma non troppo differente da quella dei Balzi Rossi. E poi?

Be’: se tu credi che la storia sia un progresso, resterai male.

Negli Stati Uniti, durante gli anni Cinquanta, molte persone protestavano perché gli scrittori, tra i quali era presente anche Flannery O’Connor, non erano abbastanza patrioti.

Non desidero renderti migliore perché non esiste nulla al di fuori di me che possa indurmi a cambiare.

Un libro?

Un film?

Suvvia, basta scherzare.
Se al contrario ritieni che lo scopo nella narrativa, sia “solo” raccontare storie al meglio delle proprie possibilità: a mio parere possiamo essere amici.

Una materia prima imprevedibile

Negli anni Cinquanta Flannery O’Connor rivendicava il diritto di scrivere storie che NON celebravano lo stile di vita americano (che aveva vinto su tutti i fronti, o quasi). Di fronte a persone di cultura che chiedevano storie “edificanti”, perché l’America trionfava, o stava per trionfare, lei, e non solo lei, rispondeva: “No, grazie”.

Adesso tu dirai:

Eh! Ma lei voleva eccome insegnare! Quindi la questione è di pura lana caprina”.

Gli indizi sembrano andare tutti in quella direzione in effetti; e come ne uscirò? Sarò capace? Oppure mi sono infilato in un vicolo cieco?

La materia prima con la quale un autore ha a che fare è l’essere umano. Un animale troppo bizzarro per credere che sia possibile tracciarne un cammino logico, lineare.

Già nell’Ottocento i socialisti pensavano che risolvendo certe situazioni economiche, ed eliminando la zavorra, avrebbero costruito il paradiso in terra. Peccato che tutto questo passasse attraverso gulag e tritolo, ma insomma: il paradiso in terra val pure un po’ di morti, no?

Adesso siamo in una situazione analoga. Una certa scienza annuncia il game over: non c’è da essere preoccupati. Tutto avrà una risposta. Ogni problema avrà la sua soluzione.

Non è meraviglioso?

Via la zavorra, il medioevo. Non ti senti già adesso più leggero?

Be’, io dal basso del mio sottoscala posso affermare che uno scrittore con un po’ di sale in zucca (ma poco poco), continuerà il suo mestieraccio. Che non potrà essere affatto quello di educare, correggere, e partecipare al Grande Sforzo per costruire un’umanità migliore.

Non c’è redenzione a questo mondo.

Ma che post tetro. Non si può avere un po’ di felicità, ogni tanto?”.

Lo vedi? Mi condanno all’irrilevanza perpetua.
Ecco perché mi sto rassegnando a non pubblicizzare la mia newsletter; e a tenere un profilo basso. Perché nessuno ha voglia di leggere di uno che parla in questa maniera, all’alba del nuovo Progresso Misericordioso, pieno di Amore e Fratellanza, nonché di Uguaglianza (“Signora mia, non scordi l’Uguaglianza con la U maiuscola, mi raccomando”).

Quindi? Quindi: boh.


 

16 thoughts on “Di che storie stiamo parlando?

  1. Facendo sempre accadere qualcosa che andava a scuotere, spesso con violenza, delle vite vuote, mediocri, improntate sull’apparenza e quindi in definitiva spiritualmente grette, se non ridicole, la O’Connor insegnava parecchio, a mio parere. Insegnava, ovviamente, non in modo sentenziante, non aggiungendo giudizi e pareri, ma semplicemente “mostrando” ciò che poteva sopravvenire in tali e determinate condizioni di ottusità mentale. Che poi è forse, per l’appunto, il modo migliore di fare della buona narrativa. Ossia, dare una bella botta di stimoli al lettore, ma senza che questo se ne accorga troppo 😉

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    • Infatti è quello che lei scrive in “Nel territorio del diavolo”, citando (mi pare) un suo insegnante di scrittura (credo). “Devi colpire il lettore senza che se ne accorga” (o qualcosa del genere. E lei ci riusciva benissimo. 🙂

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  2. Invece mi hai (probabilmente) edificata, inducendomi ad acquistare una raccolta di lavori di Flannery O’Connor. Senza di te, forse non avrei la possibilità di conoscerla. Puoi chiamarlo il potere dell’ignoranza, ma secondo me qui è il potere di Marco Freccero. 😉

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  3. Ecco, mi hai spiazzato. Perché? Beh, manca la domanda delle 100 pistole!! E io adesso che ti rispondo, se non c’è la domanda?! 😀
    Però…ecco, aggiungo un “però”, spero vada bene lo stesso. Però non è che gli scrittori “al lieto fine” vogliano insegnare qualcosa, vincere facile, creare il paradiso in terra. E’ che l’uomo ha questo difetto: vive di speranza. E pure gli scrittori poverini hanno bisogno della loro dose. 😉

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