Perché raccontiamo storie? Per capire chi siamo


trilogia delle erbacce

Quanto si deve “svelare” nel primo capitolo di un romanzo? Soprattutto: che cosa bisogna scrivere per indurre il lettore a leggere, almeno, il secondo capitolo?

Questa è la classica questione che si pone chi racconta storie. Chi scrive storie. Ed è giusto che sia così.

Tuttavia forse bisognerebbe farsene un’altra: a monte, diciamo. Chiediamoci allora perché raccontiamo storie.

Colpire il lettore

Sono questioni che io, mentre scrivo, non affronto affatto. Semmai lo faccio in un secondo tempo. Ma in quel “secondo tempo” già mi rendo conto che a mia insaputa (?), ho già agito in quel preciso modo. Insomma: ho gettato un’esca, e ho fatto in modo, in chiusura del capitolo, di incuriosire il lettore.

Non si tratta di trucchi, o forse sì. Di sicuro ci arrivi dopo aver letto un bel po’. Dickens, Tolstoj, Dostoevskij, Cormac McCarthy, Carver, King. Perché l’ispirazione magari è bella: d’un tratto hai una frase che può essere un buon incipit. Però non basta. E non è nemmeno sufficiente leggere i classici. Perché ora sei qui.

In questo mondo dove le storie ci sono sempre; però devi adottare uno stile e un linguaggio capace di parlare ai lettori di adesso. Ecco perché non bastano i classici; e nemmeno l’ispirazione.

Occorre un po’ di mestiere; di abilità. Chiedersi: zia Flannery (O’Connor), che ne direbbe? ‘Sta roba, colpisce il lettore? E gli impedisce di capire che cosa lo colpisce, e da dove arriva la sberla? Perché allora, lui, disorientato, procederà. Vorrà capire da dove è arrivato quel colpo.

Ecco: forse (forse), è tutto qui, ma è molto difficile. Voglio dire: devi colpire il lettore in modo che sia indotto a proseguire nella lettura. Però non devi farti scoprire, non devi svelare le tue mosse, le tue carte. Almeno per un po’…

Non credo affatto di essere un esperto. Infatti plani su questo blog e come vedi non ci sono corsi da acquistare.

Al massimo puoi leggere qualche mio racconto (“Nei libri ci sono pistole” oppure: “Buon Natale”); lo devo fare per indurre chi arriva su questo blog a comprendere che io, esatto: scrivo sul serio. Non vendo “soluzioni chiavi in mano per sfondare su Amazon”.

Non credo che esistano.

Però sto lavorando a un romanzo, dopo la “Trilogia delle Erbacce” e “L’ultimo giro di valzer”. E questa come vedi è anche l’occasione per pensare e riflettere su quello che si combina. Sul metodo che si usa, e magari anche su quello che ne uscirà (o che spero ne uscirà).

Però questo modo di procedere, che tende a suggerire (o imporre?) l’incipit vincente; il finale avvincente; la trama seducente. Sembra mettere in ombra il ruolo che ha (o che aveva?) quella cosa chiamata “Letteratura”.

Ma forse dovrei scrivere: “storia”.

Rompere le scatole.

Ma prima di spellarti le mani con gli applausi, lascia che ti spieghi. Perché alla fine non sarai più così d’accordo.

Ormai la letteratura che rompe le scatole è quella che si fa carico di ribadire l’ideologia che va per la maggiore. Il libro “importante” deve essere quello che denuncia. Che si incarica di distribuire “Love & Peace”. Che si fa carico di ammaestrare il lettore, di rieducarlo per far sì che, finalmente, esca dal medioevo.

Quello che non si occupa di tutti questi alti scopi, è visto con sospetto. Con apprensione:

E dove vuole andare a parare, questo qui? Cosa ha in mente? E se fosse il MEDIOEVO travestito?”.

 

La letteratura che dura non si occupa di rieducare o ammaestrare nessuno. Perché SA che ciascuno è libero, e questo “ciascuno” è libero di andarsene al diavolo con i mezzi e la compagnia che più gli aggrada.

Se capisci questo, arrivi al cuore della letteratura. Siccome l’individuo è un abisso, che fai?

Lo vuoi riempire con gli esempi?

Le lezioncine edificanti?

Le belle letture e i bei film pieni di bei temi?

No.

L’unico compito che ha chi racconta le storie è raccontare che cos’è l’essere umano, e non spiegargli come dovrebbe essere.

Fine.

P.S: visto che alla fine NON siamo d’accordo?

21 pensieri su “Perché raccontiamo storie? Per capire chi siamo

  1. Difficile o impossibile catturare qualcuno oggi come oggi. E col passare dei giorni, dei mesi, degli anni sarà sempre più impossibile. Nel 2012 Amazon portò l’autopublicazione in Italia. Chi non ci è riuscito 6 anni fa ha una bella gatta da pelare. La miglior storia del mondo, o anche la peggiore, come la rendi accessibile? Mah. Ecco forse dovrei iscrivermi a uno di quei costosi corsi di cui parli. Spendere 3000 euro per scoprire magari che manco loro lo sanno 🙂

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  2. L’uomo ha fame di storie, basta vedere come si accendono gli occhi di un bambino appena pronunci la fatidica frase: C’era una volta… Per fare una storia ci vogliono i trucchi del mestiere.Siamo come i novelli alchimisti che studiano un vecchio stregone. Non si scappa, se la storia non sa di niente, la magia si spezza e gli occhi si spengono

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    • Forse questa fame arriva da quando siamo scesi dagli alberi, e ci siamo trovati a che fare con… La coscienza? La consapevolezza che non ervamo più uniti alla natura, e che avevamo rotto l’incantesimo?
      E per sopravvivere, per rendere meno feroce la solitudine abbiamo sviluppato il linguaggio, e quindi le storie.
      Forse. Chissà…

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  3. Al contrario, sulla chiosa siamo proprio d’accordo: non scrivi per dire al lettore come deve essere. Scrivendo, però, porti con te la tua visione della vita, non qualcosa di vago e impersonale. Per questo non credo che le storie ottimistiche che distribuiscono “love & peace” siano necessariamente lezioncine edulcorate su come si deve vedere il mondo. C’è chi si guarda intorno e vede love & peace. Ne sono certa, visto che sono una di quelli! Ma non perché non vedo il resto, come tu non sei cieco al love & peace. E’ che ognuno focalizza l’attenzione su certi aspetti, perché gli viene spontaneo così. Non c’è rimedio. 😉

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