A che serve il racconto? A nulla (spero)

trilogia delle erbacce copertine

 

Mentre il mondo brucia (o almeno questo ripete la vulgata; ma non dovresti essere molto sorpreso. Il pianeta si riscalda, giusto?), certe persone continuano a scrivere storie. Peggio: storie brevi, racconti insomma.

Perché? A che pro? Che cosa c’è dietro tutta questa follia? Però attenzione: la follia non è nello scrivere storie brevi. La follia è nello scrivere un certo tipo di storie brevi. Ma anche lunghe. Non ci stai capendo nulla?

Benvenuto!

L’amore vince ogni cosa (si scherza, eh)

Ci sono storie (brevi) scritte bene, e quelle scritte male; e sino a qui siamo tutti d’accordo e infatti procediamo abbracciati e con pacche sulle spalle e bacetti sulla guanciotte perché “L’amore vince ogni cosa”. Però se questa affermazione fosse fondata, per chi scrive sarebbe una seccatura; per fortuna non vince proprio nulla e quindi ci saranno un sacco di storie da scrivere per molto, molto tempo ancora. Storie di brutte persone, capaci però di fare grandi cose.

Come Caravaggio: ammazza un tipo, e continua a dipingere dei capolavori. E Benvenuto Cellini? Ammazza almeno 3 persone in vita sua.

Come si fa a spiegare alla gggente che non sei mai completamente schiavo e servo della tua miseria? Che sei sì un miserabile, eppure capace di produrre capolavori?

Come lo spieghi alla gggente che urla “Dimissioni!!!!!” quando ricevi un banale avviso di garanzia per abuso d’ufficio (un reato da abolire seduta stante), che sei comunque in grado di realizzare grandi cose?
Boh!

Ma torniamo all’argomento del post: scrivere storie brevi per fare che cosa? Per produrre quale effetto? E qui le nostre strade, che procedevano parallele, si separano per non riunirsi più (forse. Anzi, un po’ lo spero).

Le storie (brevi) migliori sono quelle che non producono alcun effetto. Se esiste qualcosa che si avvicina alla perfezione (ma per fortuna non la raggiunge: la perfezione uccide l’essere umano), è “Bartebly lo scrivano” di Hermann Melville. Questo racconto è lo strumento che lo scrittore statunitense usa per dimostrare che cosa la parola può evocare.

Il resto, vale a dire quello che certa critica ha detto di quel racconto, è solo un corollario, banale ma inevitabile. “Critica al capitalismo”; “Anticipazione dell’alienazione dell’uomo divorato dai meccanismi imperialistici”; “La nascita dello strapotere di Wall Street che uccide il diritto alla felicità”; e altre amenità di questo tipo.

Idiozie.

Il racconto migliore è una forma d’arte che non deve chiamare all’azione, ma alla contemplazione. Non deve indurre l’individuo a correre a firmare stupidi appelli, a sventolare bandieroni, a suonare tamburi nelle piazze: “Per un mondo migliore”.

Delle tante forme d’arte che l’essere umano produce, il racconto è più arduo perché nella sua sobrietà (non brevità: chi è breve non coglie l’essenza), deve tenere a bada un sacco di nemici.

Il narcisismo di chi scrive, innanzitutto: il veleno più terribile; ma c’è speranza.

Poi la tentazione di consegnare agli altri qualcosa di funzionale al sistema che, a chiacchiere, si combatte nelle piazze. (In realtà si desidera solo che funzioni meglio. Il servo non vuole la libertà. Il servo vuole un sonno che non sia mai interrotto).

Ancora: il desiderio di produrre effetto. Non mi riferisco di certo all’effetto del successo che può persino capitare, anche se il “come” e il “perché” resta uno dei misteri più bizzarri del mondo.

“Produrre effetto” vuol dire, in pratica, generare un movimento che sposti l’attenzione dall’opera, al narcisismo dell’autore. L’opera è solo un mezzo per avere le luci della ribalta; per questo deve produrre “effetto”. L’autore produce effetto perché ovviamente è impegnato in un’opera titanica.
Riformare il mondo.

Mica cotica. Mica bruscolini.

Quindi a che pro preoccuparsi di creare qualcosa capace di indurre il lettore alla contemplazione? Anzi: è volgare avere simili ambizioni quando “il mondo brucia”.

Non solo: siccome l’opera è un tramite, e deve produrre effetto, deve essere il più possibile distante dall’arte, e vicino all’individuo: così che costui comprenda senza sforzo alcuno. L’arte democratica, per tutti: una delle tante aberrazioni di questa nostra epoca.
Come dire che la montagna è per tutti, democratica: ridicolo.

Lo scopo dell’opera al giorno oggi è partecipare. A che cosa? Ah: a qualunque cosa che dia il “tu” al progresso. C’è una marea di persone da rieducare (pardon: da educare). E occorre partecipare a questo compito immane. Tutti, nessuno escluso.

Aggiungo che il termine “contemplazione” prevede, ovviamente, qualcosa di superiore, e questo è inammissibile. Nel XXI secolo tutto ha, o avrà, una spiegazione semplice per ogni cosa; come lo schermo del televisore. Tutto è comprensibile e assimilabile. Senza alcuno sforzo, o sofferenza.

Di fronte a tutto questo io non posso fare altro che osservare, come uno spettatore delle ultime file però; perché sono uno scarpone, non un artista. E sono un raccontastorie, non uno scrittore. Quindi non intendo certo affermare che la mia Trilogia delle Erbacce sia qualcosa che eleva. Niente del genere, purtroppo, non ne sono proprio in grado. Mi manca il talento, capito?

Però ho almeno compreso l’essenza. E cioè che un racconto dovrebbe indicare al lettore la sua miseria. E provare compassione per essa. E basta.
Se ti pare poco, è perché hai perso, o stai perdendo, la tua umanità.

Ne riparleremo…


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