Autopubblicazione o casa editrice: cosa scegliere?

nuova copertina non hai mai capito niente

Autopubblicazione, oppure casa editrice (piccola, seria, non a pagamento)?
Come forse sai io da tempo ho scelto la prima, e continuo in questo campo (dei “Se” e dei “Ma” che questa soluzione comporta ci sarà tempo per parlare). Però ho deciso di fare un po’ di chiarezza; in primis per me. Poi magari, pure per te.

Autopubblicazione: una possibile definizione

Un autore indpiendente non può (più) limitarsi a premere il mitico tasto “Pubblica” su Amazon. Né è una strategia molto efficace piazzare tutto a 0,99 euro. Un tempo tutto questo funzionava perché eravamo in pochi. Adesso siamo in tanti, forse persino troppi. 

Un autore indipendente ormai deve investire: nella copertina. 

Nel marketing.

In una strategia che gli permetta di scoprire e consolidare la sua nicchia (e di ingrandirla sino a renderla, magari, un po’ meno nicchia).

E quando dico “investire” significa mettere mano al portafogli. Oltre ovviamente a dedicare tempo ed energie (rubate alla scrittura).

Se invece trovi un editore, potrai dedicarti solo alla scrittura (be’, insomma. Forse. Anzi: No).

I pregi dell’autopubblicazione

Vediamo i pregi, o punti di forza, dell’autopubblicazione.

Sei tu che scegli il prezzo delle tue opere; se alzarlo o abbassarlo. Se e quando metterlo in promozione. 

Sei tu che scegli la copertina (meglio affidarsi però a un professionista: io ho scelto Tatiana Sabina Meloni). 

Sei tu che decidi il tuo editor (per esempio: l’ottima Sara Gavioli).

Sei tu che decidi quando pubblicare la tua opera e su quali piattaforme; se solo digitale, oppure digitale e cartaceo (probabilmente la soluzione migliore).

E sei ancora una volta tu che studi e attui una strategia di marketing per pubblicizzare al meglio la tua opera. Oppure (se hai soldi da investire), ti affidi a un esperto di marketing.

Sai sempre (sempre), quello che vendi. E quanto guadagni.

Soprattutto: i diritti della tua opera sono sempre tuoi. Ti appartengono. 

I difetti dell’autoeditoria

Ma non si tratta di “Rosa & Fiori Inc.”. Ribadisco un concetto che tu fingi di non comprendere: ti conosco, mascherina! E il concetto è: devi spendere dei soldi. Stop.

Magari può persino succedere che per una incredibile sequenza di fattori che si creano ogni due/trecento anni qualcuno ci riesca e faccia il botto senza quasi alzare un dito e pubblicando sulla piattaforma WattPad (con tanto di refusi).

Succede. Ne sono certo.

Ma accade anche che uno con 2 euro entri in una tabaccheria, e compra il biglietto vincente da 2 milioni di euro.

Quindi?

Quindi non significa nulla. Se non ti sbatti, se non ti dai da fare, se non inventi qualcosa (o non ti affidi a un professionista che a pagamento, lo fa per te), sai che ci potrai fare con i pregi dell’autoeditoria?

La birra (magari! Nemmeno quella).

I pregi di una casa editrice

Anche se un sacco di gente le considera morte e sepolte (mmmm. E i morti secondo te organizzano il Salone del Libro?), sono sempre tra di noi. Una casa editrice seria, anche piccola e non a pagamento, tanto per cominciare prende sotto le sue cure il tuo testo. 

Lo edita alla perfezione (senza chiederti un euro). 

Crea per te una copertina (e lo credo bene! È il suo lavoro). 

Spedisce comunicati stampa, sollecita recensioni, organizza alcune presentazioni presso le librerie, o interviste presso radio o televisioni locali. Tutte cose che nel paradiso dell’autoeditoria (che come ho cercato di dimostrare NON esiste), sono compito tuo.

COMPITO TUO.

Alcune case editrice ti staccano un assegno come anticipo (sì, hai letto bene); e alcune ti fanno avere il rendiconto annuale delle vendite. A quanto ne so, Mondadori è una delle poche che lo fa.

In pratica: tu scrivi, e tutto il resto è affare della casa editrice. Bello, vero? 

I difetti di una casa editrice

Esatto, ci sono i difetti. Per esempio non hai voce in capitolo su prezzi o promozioni, e nemmeno copertina. 

Soprattutto, firmando il contratto, cedi i diritti sulla tua opera alla casa editrice per un certo numero di anni. In pratica è come se non fosse più tua (ma poi tornerà a te, certo). Ma se nel frattempo qualcosa andasse storto, riprendere i diritti della tua opera potrebbe essere una faccenda un tantino complicata.

Non è detto che arrivi l’anticipo. 

Non è detto che la casa editrice ti invii il rendiconto delle vendite (anche quelle grandi, certo).

Se la casa editrice è piccola non c’è da sperare molto in promozione, fiere, interviste, presentazioni. Sono tutti aspetti costosi e se hai a che fare con una piccola realtà editoriale, ci sono discrete possibilità che ti dica: “Puoi fare tu? Grazie!”.

Cosa scegliere: autoeditoria o casa editrice

Lo so che tu vorresti che io (autoeditore con 9 libri alle spalle, uno però pubblicato con la casa editrice 40K) ti dicessi la parola definitiva.

Alcuni dei miei ebook

copertina starter kit per blogger

 

Se non lo farò (perché infatti non lo farò per nessuna ragione al mondo), è perché lo scopo di tutta questa tiritera è quello di mettere nero su bianco alcuni punti di forza, e di debolezza, di entrambe le soluzioni.

Poi toccherà a te scegliere.

Di certo l’autoeditoria ti impone un mare di impegni che ti allontanano dalla scrittura. E questa ha invece bisogno di tempo.
Io per esempio quest’anno non pubblicherò nulla di nuovo. Sto lavorando al romanzo delle Orcadi (lo chiamo così, ormai), che uscirà nel 2019 (verso la fine?). Perché voglio fare con calma. Magari riuscire a combinare qualcosa di meglio con questo blog. E rendere il mio canale YouTube più interessante.

Alla prossima…


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47 thoughts on “Autopubblicazione o casa editrice: cosa scegliere?

  1. Non sono del tutto d’accordo sul fatto che la piccola (seria) casa editrice ti permetta di dedicarti esclusivamente alla scrittura.
    Credo che gran parte della promozione tocchi comunque all’autore.
    In ogni caso io sto valutando l’autoeditoria assoluta, ovvero senza amazon né altra piattaforma, vendendo direttamente ebook dal proprio sito. Una follia? Forse. Ma già che fa tutto l’autore, non vedo perché dovrebbe dare gran parte delle royalties a qualcun altro.

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    • Condivido in tutto quanto detto da Silvia. Anch’io, ora, farei la stessa cosa. Vendere in proprio è la soluzione migliore. Io lo feci, tempo fa, addirittura con un cartaceo e ho venduto spedendo direttamente i libri.
      Si può fare 😉

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      • Complicato, dice Marco? No, se si organizza bene il digitale riesce bene. Per il cartaceo, serve sempre una stamperia e quella costa. Spedire costa. I pagamenti? Via Paypal o bonifico – tanto nel giro di 48 ore al massimo arrivano nel conto. Sul digitale hai costi bassi, prossimi allo zero. Ad esempio per gli epub uso un plagin in Libreoffice e Sigil. Tutto gratuito con risultati professionali che posso verificare con epubcheck, prodotto usato da tutte le piattaforme. Per il mobi – formato kindle – ho due alternative: mobicreator, prodotto acquistato da amazon per toglierlo dal mercato, ma perfetto, o il software di amazon di KDP. E’ vero che esiste calibre ma il prodotto finale non è mai perfetto. Tutti prodotti che non richiedono conoscenze specifiche e quindi alla portata di tutti.
        Per il cartaceo il discorso è più complesso e articolato. Se la preparazione non è complicata, la stampa lo è. Si deve trovare la stamperia, poi fare prove di stampa per verificare i risultati, infine fare la provvista per soddisfare i potenziali clienti. Fattibile ma non agevole.

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      • Per il cartaceo o ci si affida a StreetLib o ad Amazon e non si spende nulla, in realtà. Col POS la stampa del libro avviene solo quando il cliente lo acquista, anche una sola copia. Ormai la tecnologia permette queste meraviglie 🙂

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    • Uhm… io sull’autoeditoria assoluta ho qualche riserva. La prima si chiama Lo Stato Italiano Pantalone. Ovvero fare vendita diretta sul proprio sito per lo stato significa attività di impresa, quindi occorre la partita iva ed emettere fattura al singolo cliente/lettore. Pertanto uno scrittore puro, a meno che venda parecchie migliaia di copie, almeno diecimila, non potrebbe farlo, perché per la partita iva solo l’inps nella quota fissa ammonta a 3.800€ l’anno. Potrebbe tentare chi ha già partita iva, ma sempre per l’inutile stato burocrate occorrerebbe fare aggiungere il relativo codice Ateco. E dulcis in fundo, i proventi dalla vendita dei libri sarebbero tassati come redditi irpef nei vari scaglioni e non come diritto d’autore grossomodo al conveniente 15%.
      Anch’io ci ho pensato, ma lo stato italiano è quel che…

      Figurati che in questo momento sono nel dilemma se chiedere ai lettori se desiderano avere il secondo libro del commissario autografato con dedica.
      Glieli spedisco io. A occhio e croce, almeno cento lettori fan disposti ad avere la dedica li avrei. A livello economico sarebbe pure conveniente, cento libri venduti direttamente mi darebbero 600€ di margine, anziché 300€ con Amazon.
      Però come si fa all’atto pratico? Oltre a dover spedire cento libro, c’è da considerare il pagamento. Come dovrebbero pagarmi? Ricarica con poste pay, bonifico o abilitare il pagamento con la carta di credito sul sito?
      Farei impazzire il commercialista su come inquadrare fiscalmente questa cosa.
      Ma francamente, il dubbio maggiore, a livello di rapporto con i lettori, non è che mi faccia impazzire l’idea di chiedere i soldi in chat su Facebook e farmi girare la foto della ricevuta di pagamento.
      Mi piacerebbe accontentare i lettori con la dedica sul libro, però all’atto pratico, non ne sono molto convinto. Questo è un limite evidente del self.

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      • Secondo me è meno complicato di quello che sembra. Con la p.iva nel regime dei minimi paghi in proporzione al fatturato, anche per quanto riguarda l’inps. Nel mio caso, per esempio, potrei aggiungere la categoria ateco relativa all’ecommerce oltre a quella che ho già. L’importante è che non superi sull’attività principale i limiti imposti per legge.
        Certo, se devi pagare chi ti imposta l’ecommerce sul sito e il commercialista apposta per quello, può essere che in effetti non ne valga la pena.
        Però, secondo me, si può provare. 😉

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      • La mia partita iva è purtroppo a regime ordinario, quindi non ho nessuna agevolazione. 😦
        Ecco, allora sperimenta e mi fai sapere. 😛

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    • Secondo me sì, è un po’ una follia 😉 Quindi in bocca al lupo. Seguirò con interesse l’evoluzione.
      Vero: spesso la piccola casa editrice ti dice: “Pensaci tu”, e infatti l’ho sottolineato. Ma non escludo che possa accadere. Mi pare che la “Neo” sia sì piccola ma si dia da fare. Occorre fantasia, genialità.

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  2. Credo che per ognuno valga una risposta diversa, frutto dell’esperienza o del timore-speranza di imbroccare la strada giusta. Non è facile. Essere autoeditori è un bell’impegno, essere sotto editore e non esserne soddisfatti per quanto tutelati e aiutati nei campi in cui si è meno “capaci” spesso è illusorio. Insomma come in tutti gli ambiti ci sono i risvolti della medaglia anche qui. Partendo dal fatto che il prodotto-libro deve essere di valore si deve andare incontro a ciò che di più si avvicina al gusto personale, ben coscienti dei limiti di entrambi.

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    • Io credo che buona parte delle persone fatichi a comprendere le opportunità dell’autoeditoria. E carichi di eccessive aspettative l’editoria ufficiale (che spesso sarà pure ufficiale ma è poco seria). Se queste persone capissero che cosa possono realizzare “davvero” (no sogni di ricchezza quindi, né di gloria) con l’autoeditoria, riuscirebbero ad avere qualche soddisfazione. Piccola ma genuina perché costruita da essi.

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  3. Con l’editore non è detto che la copertina la scelga lui, i miei 3 romanzi pubblicati con goWare sono tutte mie proposte valutate e rielaborate dal grafico. Sai, Marco, ogni opzione giustamente ha pregi, difetti, limiti e spesso si scoprono un po’ strada facendo, soprattutto l’editoria: ogni editore (serio siamo tutti d’accordo e se non ti manda i consuntivi di vendita anche se non è EAP serio non è! E pure questo lo scopri dopo che hai pubblicato!) è a sé. Molti piccoli comunque rampanti saranno a Torino e tocca dar loro merito dell’investimento che fanno. Io sto rivalutando l’editoria tradizionale, dopo 4 anni con un editore assolutamente serissimo ma digitale: nonostante il print on demand, non essere alle fiere e avere difficoltà con le presentazioni mi sta un po’ stancando. Ho provato col self e non ci sono assolutamente tagliata, per il resto si può anche agire in campo misto a seconda del titolo.

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    • Il problema del self è quello. Non solo devi vincere la naturale diffidenza altrui (“Ecco un altro che scrive!”), ma fatichi a organizzare qualunque evento, e a presentarti. A proporre il tuo lavoro. Credo che alla fine ci si riesca se vendi. Quello è il “segreto”: quando realizzi dei numeri importanti improvvisamente inizi a essere interessante. E spesso vendi per puro caso. Io ho partecipato solo a 2 presentazioni organizzate da Morena, con la quale ho scritto un romanzo a 4 mani.

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  4. Io ormai ho superato il concetto di Autoeditoria. Credo che la forma più corretta sia Scrittore Indipendente.
    Esiste lo scrittore dipendente, la quasi totalità, ovvero coloro che per esistere dipendono dall’editoria, e quindi dipendono anche dalle logiche di mercato, dai trend del momento o dal gusto dei direttori editoriali. Lo scrittore indipendente, invece, esiste a prescindere dalle logiche dell’editoria.
    Inoltre, nulla vieta allo scrittore indipendente di poter pubblicare da solo o tramite editore. Ad esempio Riccardo Bruni, in radice scrittore indipendente, è riuscito in quello che io auspicavo da tempo anche per l’Italia, ovvero la cessione separata dei diritti. Lui ad esempio ha ceduto per il suo romanzo arrivato anche allo Strega, i diritti dell’ebook ad Amazon Publishing (quindi Amazon editore) e i diritti per la versione cartacea alla Nave di Teseo di Elisabetta Sgarbi.
    Essere presenti online, essere presenti in libreria, pur partendo dalla concezione che se nessun editore vuole pubblicare il prossimo libro, c’è sempre il self publishing.
    Io credo che nella concezione moderna di scrittore indipendente, si racchiuda lo scrittore che di volta in volta valuta le migliori opportunità per il suo libro e sceglie se andar da solo, o appoggiarsi in tutto o in parte a un editore. Avere nella forma mentis questa flessibilità, di esistere per i propri lettori a prescindere e poi seguire i vari canali che gli si aprono, credo che possa essere una soluzione flessibile adatta proprio ai nostri tempi.
    Anche perché, il focus che molti scrittori perdono di vista, non è pubblicare, ma arrivare ai lettori. Lo scrittore moderno, deve puntare su questo, ad avere lettori. Il come si pubblica è semplicemente la conseguenza per raggiungerli al meglio.

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    • Tu non conti però: sei nell’Olimpo :D.
      Chi invece si barcamena con una/due vendita al mese (quando va bene), nemmeno si sogna di valutare le migliori opportunità: semplicemente non ne ho. I sbagli li conosco tutti (l’aver tolto anni fa da Amazon i miei racconti, che vendevano, ed ero uno dei pochi che ci riuscivano per esempio), credo che abbia ucciso nella culla buona parte delle mie possibilità di emergere un po’. Pazienza.

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      • Decisamente lontano dall’Olimpo. Molto lontano. Vedo autori self che fanno numeri superiori ai miei. Ho cercato di capire perché e credo di aver trovato delle risposte. In questo primo anno ho indovinato alcune cose e sbagliato molte altre. La differenza vera nel self, la fa l’algoritmo di Amazon. Bisogna entrare nelle sue grazie, è molto difficile, però col secondo sarà proprio quello che tenterò. E sbagliare, e fallire, è la probabilità più certa.

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      • Io ho ormai smesso di cercare di capire. Credo che ci sia della follia nella logica, anzi è preponderante; quindi è inutile studiare. Almeno per me. Metadati, parole chiavi, e chi più ne ha più ne metta. Non ho mai cavato un ragno dal buco.
        Scrivo e basta.

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  5. Alcuni… (molti?) nemmeno ti fanno editing. Alcuni fanno copertine da brividi. Ma come nel 2018 gli editori non editano e fanno brutte copertine? Sì. E tantissimi non hanno un addetto stampa per i comunicati e per la promozione. Alcuni manco fanno gli e-book… perché il profumo della carta

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    • Ah! Il profumo della carta. Quando ci avvolgi la bresaola! O il salame?
      Ma forse intendevi un altro tipo di carta, vero? 😉
      A volte penso che sia anche colpa nostra. Siamo troppo autoreferenziali. Pensiamo al nostro prodotto e non a sufficienza all’ecosistema che dovremmo costruire…

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      • 🙂 Mi fai venire fame 🙂 A me viene più facile pubblicizzare i prodotti libreschi altrui, anche perché se vai da qualche parte a pubblicizzare il tuo sei di parte e nessuno ti considera, non che ti considerino se pubblicizzi altro. Oggi ci sono troppi testi. Comunque la verità aleggia nella mia novella sul self-publishing che sarà una mazzata sulle gengive 😀 .

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  6. Lo sapete qual è il brutto di questa faccenda? Che i lettori non ne sanno nulla. Dico sul serio. Manca un’informazione chiara e precisa di come funziona l’editoria tradizionale (sopratutto costi e ricavi) e l’autoeditoria o self-publishing o “hai messo il libro da solo su Amazon”. Non lo sanno. E spesso sono io a dovergli aprire gli occhi. L’ultimo caso è di un’amica incappata “per gioco” sull’EAP (“ma è normale no che io debba pagarmi le mie copie no?”) e impossibilitata di pubblicare da sola l’ebook (sconsigliato dal suo editore, perché non ne è capace). E’ da un anno che cerco di scrivere un “Navigare informati” su questi aspetti terra-terra, con i conti della serva, ma è una fatica trovare dati certi, le cosiddette “fonti”. Se qualcuno vuole darmi una mano, ben venga. (Che se aspettiamo che pubblico io… arriva l’apocalisse… 😀 )

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      • Quelli dell’editoria tradizionale. Le percentuali di royalties, che si “vocifera” ma di chiaro e preciso non c’è nulla. Né possiamo usare immagini di contratti postate sui social e poi subito rimosse. E nessuno ti mostrerà un suo contratto. A meno ché non usiamo la formula del “nei corridoi si dice così. ma se qualche casa editrice vuole smentire mostrandoci il suo contratto standard, noi siamo qui per pubblicarlo, in chiaro”

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      • Ah che ci vuole.
        Editoria cartaceo, royalty dal 5 al 15%. La distribuzione varia caso per caso. Dipende da vari fattori. Considera che un top editore per un esordiente di norma parte dall’8%. Se ti affermi passi al 10%, se diventi un top puoi raggiungere il mitico 15%. Però si vocifera che Dan Brown et similia riescano a strappare anche il 20% e oltre. Infatti, spesso i direttori editoriali si lamentano che i super bestseller sono sicuri, ma tra anticipo e royalty massime sono un bagno di sangue.

        Le percentuali sull’ebook sono un po’ più incerte. C’è molta confusione, per la serie, ciascun editore prova a tirare più che può. Da chi li mette allo stesso valore del cartaceo (ma nell’ebook c’è il passaggio in meno del distributore). Comunque un valore che ho sentito spesso per l’ebook è il 25% di royalty.
        Ma attenzione, le royalty si calcolano sul prezzo di vendita, iva esclusa. Esistono realtà furbette, tipo un famoso editore che pubblica solo ebook, che pratica il trucchetto in cui offre sì il 25%, ma tolte le spese, ovvero la percentuale dello store online e quindi il valore reale delle royalty sull’ebook scendono a un 17%.

        Poi ci sono voci di corridoio abbastanza certe, sugli editori piccoli e grandi che praticamente non pagano.
        C’è un editore, piccolo/medio, ben distribuito, che paga le royalty a partire dalle mille copie vendute. Ovvero, praticamente alla quasi totalità dei suoi autori, non paga nulla. Ma non è grave, se esistono scrittori disposti a firmare simili contratti, non sarà una cosa grave. XD

        Ah, ultima nota, anche per quel che diceva Marco nel post, ovvero i rendiconti sulle vendite devono fornirli tutti gli editori, nessuno escluso, è una clausola del santo benedetto diritto d’autore.

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      • Quello delle royalty pagate se e quando ci sono un paio di eclissi sole/luna nella stessa ora e nel medesimo giorno è (abbastanza) risaputo. O forse no. Come dice Barbara si tratta di aspetti poco conosciuti. Quello che mi pare incredibile è che le persone non sanno o non vogliono, capirci qualcosa. Seguono il primo che passa e che gli racconta una bella favola…

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      • Come fonte occulta e anonima, sì! Ma non hai altre possibilità. Nessun editore ti dirà mai i suoi dati. Né vuole che i suoi contratti vengano divulgati. I dati che ti ho rivelato sono frutto di anni e anni di studio, mica cotiche! 😛

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      • Certo, c’è anche chi dà zero. Ma se parliamo dei contratti da Mondadori a Fazi, per dire dai grandi ai medi di qualità, si va dal 7 al 15%.

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      • Bookabook è in effetti un altro mondo a parte, perché parte dal crowdfunding ma finisce come casa editrice. Direi che sta in un “limbo” nel mezzo tra gli altri due mondi.

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    • Mettiti al lavoro, dunque! E pazienza per l’Apocalisse 😉
      In effetti mi stupisce sempre questa mancanza di informazioni. Mi lascia senza parole: ma allora ‘sto Web a che serve? Se non sei nemmeno in grado di cercare un po’ di informazioni prima di accettare qualunque proposta… Boh!
      Metti sotto i pinguini, orsù. E produci 😀

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  7. Neanche io sono d’accordo su tutto. Quella di cui parli è un’editoria ideale, non la norma. Le copertine sono di rado ben fatte e non è inusuale ormai che chiedano di farla agli autori. Basta guardarsi in giro per vedere copertine di CE con immagini trite e ritrite. L’editing è quasi sempre solo una correzione di bozze, quando ti va bene, o una revisione molto alla buona. La promozione poi non ne parliamo, spesso inesistente. Alcuni piccoli editori ce la mettono tutta, ma restano comunque indietro. Spesso fanno solo il cartaceo. Quanto alle royalties, quelle delle CE sono una miseria, vanno dal 2% al 10% (nel nostro caso di autori sconosciuti). Io avevo il 5%.
    Se hai un editore puoi solo scrivere? Eh no, neppure gli autori pubblicati da editori più famosi possono permetterselo.

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  8. Per la mia esperienza devo ammettere che l’autoeditoria mi piace di più, perchè so sempre quante copie vengono vendute e la quota guadagno è anche molto più alta, inoltre posso autogestirmi con cartaceo, promozione e tutto il resto. Con la CE non è sempre possibile (alcune CE coinvolgono l’autore per la cover ma non è detto, io non sono stata coinvolta per la cover, anche se la copertina scelta secondo me è bellissima e io stessa non avrei saputo scegliere meglio), però non so se ci sarà mai il cartaceo ed è un peccato con una cover così bella. In ogni caso non potrei mai scegliere l’autoeditoria pura, già faccio fatica così, figuriamoci. Affidarsi a una piattaforma come Amazon o StreetLib permette comunque di avere un supporto al quale io non saprei rinunciare…

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    • Di certo ti offre una libertà che altrove non trovi. StreetLib mi piace(va), adesso non so. Per quest’anno non pubblicherò nulla di nuovo, nel 2019 ci penserò con cura per capire cosa fare e come muovermi.

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  9. Sono d’accordo con Silvia, piccole case editrici spesso hanno i difetti di entrambi i sistemi : non rendicontano, non promuovono non ti considerano se non hai già un bacino consolidato di vendite potenziali. Scrivere è già difficile, pubblicare una vera epopea. Io forse non ci sono tagliata

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  10. Direi che le tesserine del puzzle sono state tutte messe sul tavolo, da te e dai commentatori. Non c’è una sola verità, ma considerazioni da fare su se stessi e sui propri libri, che secondo me sfociano nell’elasticità di cui molti parlano: decidi volta per volta come muoverti, consapevole delle possibilità reali, però. Io lo sono da pochissimo, per esempio. Quanto al piccolo editore tanto attivo, che non ti lascia da solo a promuovere il tuo libro e ti fa un buon editing… dov’è questa mosca bianca? Me la sono persa. 😉

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