“Cosa vuole il lettore” non è una faccenda che ti riguarda

Questo è un argomento che ritorna spesso su queste povere pagine, hai notato? E già: ma è inevitabile. Non è una mancanza di idee (come potresti argutamente, e in modo arbitrario, pensare). Però vedo che spesso in giro un sacco di persone (guru, non guru, aspiranti guru), che si pongono il problema. Vale a dire “Che cosa vuole il lettore”?

Che cosa vuole il lettore

Come se fosse un mio problema. 

Il mio motto, se così vogliamo chiamarlo, da sempre o quasi è:

Il lettore non sa quello che vuole. Glielo devo dire io.

Fine.

Non è farina del mio sacco ma arriva anche e soprattutto da ciò che diceva Steve Jobs, uno dei fondatori di Apple.

Certo: l’obiezione è facile. Non puoi paragonare le mele con le pere solo perché crescono sugli alberi. Un conto è fondare un’azienda di computer; un conto è raccontare storie. A questo aggiungiamo anche che io per tenere in piedi la mia teoria prendo alcuni esempi clamorosi. Ed evito con cura di citare ben più numerosi esempi di consenso e successo meno stellare, ma di indubbio valore. E che è nato e si è sviluppato proprio grazie allo studio del target. Del pubblico insomma.

Affrontiamo un problema alla volta: la mia affermazione che sa tanto di aspirante suicida. Come detto, si tratta di un’affermazione che ha dalla sua una serie di fatti incontrovertibili (come scrivono quelli davvero bravi).

Vale a dire. Se osservo i casi letterari di questi ultimi anni (che hanno venduto a vagonate), scopro (ma non ne sono affatto sorpreso), che non dovevano essere casi letterari. Perché il lettore non voleva quel tipo di libri.

Harry Potter; la trilogia Millennium; Twilight (Vampiri? Dopo Dracula? E chi sarà lo stupido a comprare una storia di… Ah. Qualche milione?); e via discorrendo.  

In realtà chi racconta storie deve solo preoccuparsi della storia. Non del lettore. 

Questo produce inevitabilmente un’obiezione.

Quante probabilità hai che quella storia riesca a vendere qualche centinaio di copie?”.

Come vedi non mi sogno nemmeno lontanamente di usare la solita parola “Successo”. Parlo di qualche centinaio di copie (200, 300 al massimo) che in Italia rappresentano comunque un successo enorme. 

Non parlo di fare la bella vita e di campare appunto con la scrittura. 

Ma di certo le probabilità di tagliare un simile traguardo sono minime.

Eh sì!

Adesso ti dirò la verità. La mia Trilogia delle Erbacce non è mai nata da uno studio approfondito del mio target. Non ci ho mai pensato. Non ho speso settimane o mesi cercando di profilare i lettori suddivisi per sesso, età, provenienza geografica, titolo di studio, capacità di spesa…

Niente del genere.

Lo so che non è il modo di fare. E non contento ho scelto i racconti: ben 3 raccolte di racconti (e anche un romanzo a 4 mani).

copertina l'ultimo giro di valzer

Anche nella scelta del tipo di storie ho di sicuro sbagliato tutto. Perché ovunque si ripete, come un mantra:

Romanzo! Romanzo! Romanzo! Devi scrivere un romanzo!

Ma l’ho fatto, ricordi? 

Ho scelto i racconti perché mi piaceva l’idea di scrivere racconti: fine.
A me questa faccenda che l’autoeditoria ti regala un pacco alto così di libertà; ma che poi devi seguire il vento altrimenti non ti schiodi, non è mai piaciuta. 

Se posso scrivere e pubblicare le mie storie, scrivo le mie storie. Non mi devo sentire piegato o costretto a raccontare un certo tipo di storie perché il mercato così vuole e desidera.  

Questo produce, come si sa, una serie di problemi.

Qualcuno dice che una buona comunicazione marketing aiuti a incontrare non il successo (qui in Italia non è possibile), ma un certo consenso.

Non lo escludo!

Marketing

Povero me, che dovrei spiegare ai miei pochi lettori come sta procedendo il romanzo delle Orcadi (perché procede, cosa credi?): e invece!

Invece sono qui a parlare di marketing. Moi. Come se al lettore goloso di storie interessasse qualcosa. 

Come se a me interessasse qualcosa. Eppure lo devo fare.

Il blog è una rudimentale forma di marketing. Chi plana qui ha una “vaga” idea di che cosa lo attende.

Quindi sa bene che troverà qualcuno che ha intenzione di piazzare la sua merce. Ovviamente nessuno ha voglia di buttare soldi, né di mettere mano al portafogli per comprare, tutto giulivo, i miei libri perché da qualche parte ho scritto:

Compra il mio libro!!!!!”.

Non lo farà mai. Non lo farei nemmeno io, sia chiaro. 

Chi sei?

Cosa fai?

In questo blog cosa ci metti?

Che ci piazzi?

Esatto. Prima di darti la fiducia le persone vogliono sapere se… Non è sempre così, certo.

Per esempio.

Un sacco di gente consiglia di andare a vedere come i libri simili al tuo genere sono presentati su Amazon. In realtà spesso si tende a sbagliare bersaglio.

Perché ci si rivolge (per esempio: nel mio caso), ai racconti di Raymond Carver. Nulla di più sbagliato.

Lui ha un nome (io no).

Ha un editore coi fiocchi alle spalle (Einaudi; io no).

Eccetera eccetera.

Quindi dovrei rivolgermi non a lui: bensì a quanti sono riusciti a ottenere un buon consenso con i loro racconti. Fine.

Qualcuno bravo ha scritto che un libro riscuote successo e consenso quando incontra dei bisogni inespressi. Bella definizione, vero? Questo incontro innesca la miscela più o meno esplosiva che ti lancia nell’Olimpo del successo (o quasi). Diavolo, se ci pensi su è proprio una bella definizione.

E il passo successivo? Come fare per raggiungere quelle persone che hanno questi bisogni inespressi? Come convincerli che tu, sì proprio tu, sei la soluzione ai loro bisogni inespressi?

C’è da farsi venire il mal di testa, vero?

Credo che non ci sia alcuna strategia né soluzione, in realtà. Sì, magari la mucca viola aiuta. Magari se azzecchi la formula giusta su come fare gli annunci su Facebook in maniera efficace riesci a vendere. 

Non ne sono molto convinto. Per una ragione molto semplice. Dopo che questi segreti o formule sono diventati democratici, e alla portata di tutti: non funzionano più.

Non mi sono scordato dell’altra obiezione: uso la stampella degli Harry Potter e compagnia cantante per sostenere un’ipotesi che in realtà si basa su fatti discutibilissimi. Non perché non siano fatti; ma perché sono “eccezioni”, come il tipo che entra in tabaccheria, compra per la prima volta un biglietto con 2 euro e becca 2 milioni di euro tondi tondi. Non vuol dire nulla. Ecco: Harry Potter è come quel tipo che entra in tabaccheria e per la prima volta in vita sua compra un biglietto.

Ma davvero sei arrivato a leggere sino a qui?

Credo che ci sia del buono in questa obiezione. Ma non indebolisce la mia idea: sono io che devo dire al lettore cosa vuole. Faccio quindi una scelta di campo, con tutte le conseguenze che ne conseguono. Potrei scegliere altrimenti e consegnare al lettore quello che vuole? Forse.
Avrei più successo? Difficile rispondere; ma diciamo che se ti metti sulla scia di una certa “corrente”, probabilmente hai più possibilità.

Alla fine devi decidere se sfruttare le possibilità; o creare opportunità.

Concludendo?

Me ne vado a scrivere qualcosa sul mio romanzo delle Orcadi, che è meglio.

Alla prossima.


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14 thoughts on ““Cosa vuole il lettore” non è una faccenda che ti riguarda

  1. Il marketing a pagamento funziona solo se spendi almeno, e sottolineo almeno, 100 euro al giorno in pubblicità. Non lo dico io, ma lo dicono gli autori best seller self-publisher su Amazon. Punto. Il resto sono bubbole mediatiche. Non interessa nemmeno una buona scrittura.
    Io apprezzo i tuoi racconti e, mentre scrivi il romanzo sulle Orcadi, pubblica pure il IV volume delle erbacce, ma fallo direttamente tu su Amazon, altrimenti potrebbe sparire da Amazon e riapparire come pubblicazione ex novo e così io non posso poi più avere accesso ad eventuali aggiornamenti perché il prodotto che ho acquistato in origine non è più disponibile.

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  2. Da un lato mi dico che posso scrivere bene soltanto quello che ho voglia di scrivere ed è nelle mie corde. Questo suona molto ragionevole. Però esistono molti generi che mi piace scrivere, e questo rende il discorso sull’assecondare i gusti del lettore meno assurdo… ma non per questo meno difficile da maneggiare. Certo che ce n’è di passatempi meno complicati, eh? 😉

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  3. fare marketing? Costa. Ne vale la pena? Questo è il punto dolente. Se fosse sì, tutti lo farebbero ma in realtà non basta. Serve molto altro. Una buona storia, una buona spinta – sì il classico calcio nel culo per mandarti in orbita – e tanto tempo a disposizione.
    E’ sufficiente?

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  4. Il lettore non sa quello che vuole. Glielo devo dire io.
    È un’affermazione molto interessante. Che rende il marketing il fulcro centrale. Giustamente tu ti chiedi quale sia in questo contesto il ruolo della storia. Ecco, se è ancora dentro di noi, vuol dire che ci siamo persi qualcosa. Scrivere è l’unica risposta

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  5. “People don’t buy what you do; they buy why you do it.”
    Dici di non seguire i guru, e in realtà, senza saperlo(?), ne stai seguendo uno. E l’hai pure citato, senza citarlo. E senza linkarlo. 😉

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