Monologo o dialogo: quale la scelta migliore?

Ogni tanto bisogna proprio ricordarsi che questo è il blog di un tipo ligure che racconta storie, e pertanto è opportuno e pure d’uopo scrivere qualcosa che abbia a che fare con la… scrittura, esatto. In questo modo chi per puro caso casca su questo blog (caro lettore occasionale: ma dove trovi un blog che usa “d’uopo”?) capisce che qui non si parla di cotechini e di testa in cassetta.

Ma appunto di scrittura.

Due piccioni, una fava!

Qualche settimana fa rileggevo un capitolo del mio prossimo romanzo che dovrebbe apparire nel 2019 (chissà in quale mese però…). Avevo lasciato passare un po’ di tempo perché, come dovresti sapere, è necessario procedere coi piedi di piombo. Agire cioè in modo che le scorie si depositino sul fondo, per raccoglierle ed eliminarle. Nessuno aspetta la mia o la tua opera, stai tranquillo.

Rilassati.

Il mondo gira e girerà con o senza le tue storie: e questa è una certezza che fa bene. Ti permette di concentrarti davvero sulla qualità della tua storia per arrivare infine a produrre di qualcosa di almeno interessante.

Ecco perché deve agire sempre con la massima calma quando hai a che fare con la parola. 

Per fortuna chi racconta storie è superfluo.

Ma torniamo al mio romanzo. 

Mi sono reso conto, tra le molte cose che ancora non vanno come dovrebbero, che c’era un lungo, noioso monologo del protagonista. Una faccenda che mi suonava già pesante all’inizio (quando cioè lo scrissi la prima volta); ma ero certo che tagliando qualcosa e sistemando qualcos’altro, ne sarebbe uscito un capitolo con tanto di fiocchi e banda musicale che suonava un allegro motivetto.

Sbagliavo.

Pura noia.

Allora ho cancellato tutto (lo scrittore non è quello che scrive; è colui che cancella), e ho sostituito quello strazio con un dialogo. In questa maniera ho preso 2 piccioni con 1 fava.

  • Ho regalato ai protagonisti del dialogo una maggiore profondità;
  • ho alleggerito le pagine mantenendo (credo; spero!) intatto il senso di quello che intendevo dire con quell’insulso monologo.

Forse (forse), uno degli elementi che più distingue il Novecento (e questo secolo) dall’Ottocento, è la sparizione (o riduzione?) delle elucubrazioni cerebrali, a tutto vantaggio… del dialogo. In fondo cinema, radio, televisione non sono comparse invano; e hanno un ruolo decisivo nella narrazione e nel modo che questa ha di proporsi a chi ascolta, vede oppure… legge.

Certo, ci saranno eccome romanzi dove per trenta, quaranta pagine il protagonista riflette tra sé e sé; ma a mio parere un bel dialogo stringato, secco, è capace di scendere in profondità anche e forse persino di più di un monologo filosofico, o finto-filosofico. Sono necessari, soprattutto i monologhi filosofici? Non lo escludo. E li leggo pure, si capisce, quando me ne capita uno sottomano.

Inutile? Sì, grazie!

Adesso che mi ricordo: qualche riga fa ho scritto che chi racconta storie è superfluo. E magari tu pensi che io stia sragionando (come al solito). 

Chi scrive è utilissimo! Serve!

Be’, può darsi. Ma non me ne farei un vanto. Se butto un’occhiata attorno a me… Per quale ragione dovrei cercare di essere utile a quello che vedo? 

Per migliorarlo?

Orsù, un po’ di serietà: perché scherzare sempre? Come se il miglioramento potesse dipendere dall’esempio, dalle belle cose e appunto dalle belle e buone letture.

Nel mio piccolo cerco a tutti i costi di essere inutile; superfluo. Esattamente come la sabbia che finisce negli ingranaggi del meccanismo e lo inceppa. Ecco: quello dovrebbe avere come obiettivo chi racconta storie. 

A questo punto diventa evidente che per garantire un poco di visibilità alle sue storie costui, o costei, non potrà che scegliere soprattutto l’autoeditoria. Temo infatti che l’editoria sia troppo ingessata per riuscire a offrire quello che serve a chi ha una certa idea di scrittura. Parlo di quella importante, ufficiale, che se ne va al Salone del Libro, oppure altrove. 

Ormai gli scrittori vanno in giro e partecipano ai dibattiti non per quello che hanno scritto (mi pare che il libro sia liquidato in poche battute); ma per quello che pensano.

Lavoro (senza aver mai lavorato);

Economia (senza conoscere la differenza tra utile e fatturato). 

Uno strazio totale.

Starai pensando che mi sono montato la testa. Prima scrivo che sono inutile, poi recito la parte di chi è talmente “ingombrante” che può solo autopubblicarsi, perché troppo scomodo per un editore qualsiasi.
Be’, sì. Mi sono montato la testa. Ma chi racconta storie è così che ragiona, oppure non racconta storie. Fa la lista della spesa.

Ma torniamo alle cose importanti…

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Come si scrive un buon dialogo?

Ti sei mai chiesto come scrivere un buon dialogo? Bene; però la domanda è sbagliata. Perché bisogna capire che il dialogo serve a fornire informazioni; non quelle che intendi tu.

Perché magari pensi che facendo parlare i protagonisti, potrai svelare al lettore come si chiamano, il lavoro che fanno…

Nel libro di Vincenzo Cerami “Consigli a un giovane scrittore”, questo scrittore e sceneggiatore mette in scena un esilarante dialogo per dimostrare come NON si deve scrivere, appunto, un dialogo. Qualcosa come:

“Maria. Tu sai che ho 34 anni e lavoro in fabbrica da sette anni a un milione e mezzo di lire, e che sono libero solo nel fine settimana perché negli altri giorni lavoro dalle sei alle 2 e poi vado a fare dell’extra al bar Pigafetta di corso Italia 24 rosso sino alle nove di sera”.

 

“E tu Roberto sai che io lavoro all’Upim da 8 anni e ho 32 anni e guadagno un milione scarso di lire al mese e ci sono dalla nove alla mezza e poi dalle quattro alle otto festivi compresi e la domenica pure a rotazione”.

Più o meno questo era l’esempio di Cerami, se non ricordo male.

Questo invece è un dialogo tratto da un romanzo di Elmore Leonard. Si tratta di Jackie Brown, dal quale Tarantino, se non ricordo male, ha tratto un film.
Leggilo con calma.

“A quel punto Tyler, quello dell’FDLE, fece le presentazioni. «Questo è l’agente speciale Ray Nicolet, della divisione alcol, tabacco e armi da fuoco. Le dispiace se guardiamo dentro a quella borsa?».

«Se mi dispiace? Perché, posso scegliere?».

«Può dire di no», disse Tyler «e aspettare qui con lui mentre io vado a farmi dare un mandato. Oppure possiamo portarla dentro come persona sospetta».

«Di cosa?».

«Lui vuole solo dare un’occhiata alla sua borsa», disse Nicolet. «Controllerò io che non prenda niente».

«È solo un controllo di routine» disse Tyler. «Okay?».

Jackie tirò una boccata dalla sigaretta, soffiò fuori il fumo e alzò le spalle. «Fate pure».

 

 

A un primo sguardo ci troviamo di fronte a quello che, senza dubbio alcuno, è qualcosa che funziona. È esattamente un dialogo che potremmo sentire in quella circostanza (siamo in aeroporto). Il punto è che un dialogo è sempre il risultato di una sottrazione (non è una novità: la scrittura è sempre sottrazione); e di una manipolazione.

Non si tratta mai di aggiungere, aggiungere, aggiungere; e nemmeno di riportare “esattamente così, perché così è successo, così hanno detto“. Nulla del genere, mai. Se la pensi in questo modo è perché non sei al servizio della storia, ma del tuo ego. È un pasticcio. Se un giorno ti rivolgerai per esempio a un editor di certo ci saranno scontri epici perché tu pretenderai che tutto rimanga così. Proprio perché si è svolto così.
Non c’è dubbio: si è svolto proprio così. Per questo bisogna manipolare. E sottrarre. La scrittura è un mezzo che solo in apparenza riporta quello che è successo (almeno: un certo tipo di scrittura).

Elmore Leonard era famoso per i dialoghi, tanto che veniva definito un maestro in questo settore. Era pure definito il Dickens di Detroit perché ambientava buona parte delle sue opere proprio nella capitale dell’automobile USA.

In questo dialogo il lettore si rende conto che… il coniglio è dentro la borsa (un coniglio metaforico, ovvio). Mentre c’è uno scambio di battute molto semplice e tranquillo (“Le dispiace?”; “Perché posso scegliere?”; e via discorrendo), viene introdotto il prossimo protagonista: il contenuto della borsa che darà dei dispiaceri al suo proprietario. 

È un meccanismo tutt’altro che banale perché mostra una progressione nella storia. Non solo ci sono questi personaggi che parlano, ma c’è il contenuto che parlerà ancora di più. Il dialogo, forse più del resto, viene messo a punto per preparare il terreno a quello che succederà di lì a poco. Non serve per allungare il brodo; nemmeno per “spiegare” al lettore il lavoro del protagonista. Spesso, prepara un’epifania, e questa può essere grande o piccola. Ma di solito c’è sempre un’epifania. Una manifestazione: di cosa? Questo è affar tuo (se scrivi).

Lo scopo del dialogo (perché sulla carta tutto ha uno scopo: non ci sta perché c’è spazio), è di spingere in avanti la narrazione, e mettere a punto il meccanismo. Quale? Quello della narrazione. 

Il difetto più macroscopico del primo dialogo, oltre a essere brutto e illeggibile, è che il suo autore non si rende affatto conto che scrivere è soprattutto artigianato, e intrattenimento. E non spinge in avanti la narrazione: si limita a far piovere sul povero lettore delle informazioni che hanno solo uno scopo: annoiare. 

Artigianato e intrattenimento

Lo so che un sacco di gente inorridisce: intrattenimento? Sì: quella cosa che faceva Dumas, Dickens; che fanno King e compagnia cantante. Persino Dostoevskij lo sapeva, e cercava di adeguarsi a questa semplice realtà.

Anche un racconto come “La morte di Ivan Ilic” di Tolstoj non sfugge a questa regola. Perché prima di intrattenere, Tolstoj fa dell’artigianato di enorme qualità (lui poteva contare su un talento gigantesco). L’artigianato lo fanno quelli che conoscono la verità, vale a dire:

scrivere è artigianato e intrattenimento.

Il resto sono bubbole. 


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14 thoughts on “Monologo o dialogo: quale la scelta migliore?

  1. il monologo deve essere contenuto, a mio parere, perché rischia di annoiare e non porta avanti la storia. Si può usare senza abusare – ne è uscita uan rima non voluta 😀
    Per quanto riguarda i dialoghi anche qui bisogna saperli miscelare per bene, secondo me. Non troppi ma quel giusto mix per far progredire la storia e inquadrare i vari personaggi, perché da come parlano si può capire la loro psicologia.
    Gli esempi vanno benissimo per inquadrare il tema ma essendo decontestualizzati si rischia di prendere una cantonata. Come esempio di scrittura sono d’accordo ma chi scrive deve saper usare bene l’arte del dialogo e del monologo. Mica facile da realizzare.

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  2. E dove lo trovi un blog che usa la parola “bubbole”? 😀
    Non ti sbagli: di Jackie Brown c’è un bel film di Tarantino, anche se i miei preferiti restano Django e The Hateful Eight. Io però non sapevo ci fosse il libro, grazie! 😉

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  3. Sono ben contenta di questa definizione: artigianato e intrattenimento. Niente di troppo serio, ma nemmeno di inutile, secondo me, però se ne può fare a meno senza problemi. Bene bene, ci si può anche divertire, allora. 🙂

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  4. Meglio il dialogo, non a caso esistono personaggi secondari destinati proprio a questi confronti, tipo amici, fratelli, ecc. Di per sé non portano molto alla storia ma almeno danno un po’ di pepe alla scena. A volte il monologo non si può evitare, in caso di solitudine del protagonista, ma quando si può… 🙂

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