Dostoevskij e i russi all’estero – Una riflessione su “Il giocatore”

foto marco freccero

 

Di Marco Freccero. Pubblicato il 15 ottobre 2018.

 

Un libro piccolo, scritto in condizioni terribili, eppure molto importante nella vita letteraria di Fedor Dostoevskij. E che racchiude al suo interno molto di più di quel che sembra a prima vista.

Il libro in questione è “Il giocatore”. Ma che cosa contiene di così interessante e notevole da scriverci sopra addirittura un post? Innanzitutto è Dostoevskij: mica cotica.

Ecco cosa leggerai in questo articolo:

 

Siccome questo articolo è un viaggio…

 

Dostoevskij è in trappola!

Questo libro viene scritto, come molti sanno, in condizioni disperate (tanto per cambiare). Il buon Fedor, che non aveva molto spirito pratico, era finito nelle grinfie di un editore senza scrupoli che gli aveva estorto un impegno impossibile da mantenere.

Scrivere e consegnare in un mese un romanzo. Altrimenti l’editore avrebbe avuto il diritto sulle opere, edite e inedite, di Dostoevskij per alcuni anni (mi pare una decina): senza mai corrispondergli un solo rublo.
Praticamente una catastrofe.

Fedor non sa che fare. Ha un’idea in testa, ma come riuscire a metterla su carta? Per fortuna un amico gli propone di assumere una stenografa: è la sua salvezza. Lei è Anna Grigorevna Snitikina, che diventerà in seguito sua moglie.

Lavorando a ritmi forsennati, i due riescono nell’impresa che pareva impossibile. L’ultimo giorno, Dostoevskij si reca dall’editore per consegnare il manoscritto: non c’è.

Si reca alla casa editrice: hanno l’ordine di non ritirare niente. Sembra la fine. Ancora una volta sarà la moglie a venirgli in aiuto: gli consiglia di recarsi al più vicino commissariato di polizia, per farsi rilasciare una ricevuta del plico. Fedor c’è l’ha fatta. È riuscito a rispettare la consegna, e l’editore resta con un pugno di mosche in mano.

Il romanzo in questione, scritto in un mese è, appunto, “Il giocatore”.

Leggi: Come Dostoevskij si autopubblicò (non è uno scherzo)

Un romanzo meno ovvio di quanto appaia

Il romanzo “Il giocatore” ha come protagonisti i russi (e qui non sembra esserci una grande novità, vero?); solo che questa volta questi “esemplari russi” non sono in Russia, bensì all’estero.

In una cittadina tedesca (Rulettenburg: in origine questo doveva essere il titolo del romanzo), dove le case da gioco, i casinò e soprattutto le roulette la fanno da padroni. E che fanno questi russi: bruciano montagne di denaro, ovvio.

La storia è narrata in prima persona da un giovane che fa parte di questa specie di “corte” dove a spiccare è “il generale”. Un uomo che spende e spande, si rovina insomma, come facevano molti possidenti russi di quell’epoca nelle case da gioco dell’Europa intera. Il giovane non conosce il gioco, ma imparerà presto.
Quindi il primo, superficiale livello di lettura è quello che spinge a dire:

“Ci troviamo di fronte a un’opera contro il demone del gioco!”.

No.

A Dostoevskij non interessava questo aspetto. Lui non era certo il tipo da prendere un reperto dalla realtà (vale a dire: i russi all’estero che si rovinano gettando nelle fameliche bocche delle roulette montagne di rubli), per farci una storia dal sapore sociologico e pure psicologico (benché quest’ultimo aspetto ci sia eccome: il giovane protagonista, inesperto del gioco, offre a Dostoevskij la possibilità di “vivisezionare” la psicologia dei giocatori, con mano ferma e abile).

Io farei una stupidaggine del genere: scriverei una storiella dove la denuncia, tanto di moda ai nostri giorni, avrebbe il centro. E sarebbe una storia stupida, orribile e superficiale, e proprio per questo avrebbe un potenziale, enorme successo.

Dostoevskij ha altro per la testa perché quella situazione “estrema” gli permette di cogliere 2 piccioni con una fava.

Ha insomma, altro da dire che le stupide denunce da rotocalco; per esse ci sono appunto le inchieste giornalistiche. Lui è uno scrittore, un romanziere. Punta molto più in alto.

Cosa voleva dire Dostoevskij?

Prima di capire che cosa voleva scrivere davvero Fedor, riflettiamo su quanto gli era accaduto.

“Il giocatore” viene pubblicato nel 1866. Nel 1849 Dostoevskij era stato arrestato, condannato a morte, graziato di fronte al plotone di esecuzione e quindi spedito a scontare la condanna in Siberia.

Per farla breve (perché il post diventa davvero troppo lungo), lui ha detto “Addio” a quelle idee che lo avevano attratto e forse sedotto (anche se io non ne sono mai stato convinto): le idee socialiste. Lì non c’è nulla di buono.

Ma in questo romanzo, astutamente, il buon Fedor non prende di mira e di petto esse; fa molto di meglio.
Perché mette alla berlina (e sotto accusa): l’Europa.

Ricordiamoci che Fedor ormai non guarda più all’Europa come faro di progresso e di civiltà. Lo fanno le élite russe (che lui disprezza, contraccambiato), che bramano a tutti i costi a una sorta di trapianto di Francia sul corpo moribondo e troglodita dell’uomo (e della donna), russi.

Solo le idee che provengono dall’Occidente salveranno la Russia e la porteranno nel secolo della civiltà e del progresso. Il resto? Il resto deve bruciare.

Dostoevskij adesso ha occhi solo per il popolo russo, la sua fede e la sua saggezza.

Conosce i drammi della sua nazione, ma crede con forza che la salvezza non arriverà mai dall’Occidente (da lì solo rovina), che propala le idee socialiste, atee, che considera la religione ortodossa un fardello di cui liberarsi al più presto per gettarsi, finalmente, nelle braccia del progresso che tutto risolve, tutto appiana, tutto consola.

La salvezza è già in Russia, già agisce in terra russa: la salvezza è la Russia stessa, ma solo se saprà rivolgersi non a idee “esterne”, ma alla sua fede cristiana.

Dostoevskij con “Il giocatore” sposta il terreno dello “scontro” nel territorio del “nemico” (l’Europa); in quell’area geografica coi “polaccuzzi”; i “francesuzzi”; i tedeschi tra i più stupidi popoli del mondo (poi andrà in Svizzera, e dovrà rivalutare i tedeschi.

Da rammentare però che a Ginevra perde una figlia, lui ritiene per imperizia del dottore e dell’infermiera: ecco la ragione del suo rancore verso gli svizzeri).

All’attacco dell’Europa

Attenzione: questo suo “attacco” all’Europa è anche un attacco a quei russi, ricchissimi, che perdono tempo e sperperano denaro. Qualche riga fa avevo scritto che con questo libro Fedor coglie 2 piccioni con una fava.

L’altro piccione è appunto il russo che se ne va all’estero a sperperare. Il russo ricco ma ottuso, che diventa agli occhi dei progressisti europei un clown, un pagliaccio che scialacqua; perfetto esempio della vecchia Russia che deve bruciare, morire, sparire dalla faccia della Terra.

Ma: questi progressisti europei non possono fare a meno di scodinzolare di fronte a queste caricature: perché hanno il denaro. Lo gettano nella case da gioco certo, ma qualcosa finisce loro in tasca.

Questi russi “ridicoli”, che lui tratteggia con mano chirurgica e cattiva, hanno però un pregio che gli europei non hanno. Non è solo l’essere russi, (ovviamente). Essi hanno il grande animo tipico dei russi. Il che è molto dostoeveskijano.

Il russo che non perde mai il contatto con la sua terra è, nella sua bassezza, un gigante rispetto a qualunque altro miserabile che striscia sulla superficie del mondo.

Rispetto ai polaccuzzi, ai francesuzzi con le loro idee socialiste, troneggia; ed è ancora più grande di quei russi che hanno rinnegato la loro terra e la fede per abbracciare l’ateismo e il progresso dell’Occidente.

Un russo meschino, ubriacone, vigliacco e ladro, ma autenticamente russo, fedele alla sua terra e alla sua religione, sarà sempre superiore a qualunque francese scettico, ateo e onesto che si crede “uomo” solo perché crede nel progresso e nella morte della religione.

Prima di chiudere sul serio: non è un romanzo pieno di sermoni. Di prediche. Al contrario: c’è l’immancabile, tormentata storia d’amore (un classico di Fedor: se l’amore non è sangue e dolore ed espiazione, non è amore); ma Dostoevskij è un grande romanziere e sa che per arrivare al punto, si deve procedere per sottrazione.

Lui mostra, indica, descrive; quello che lui vuole dire lo dice eccome. Ma non lo trovi solo tra le parole, o nelle parole. Lo trovi anche in quello che arriva, e poi se ne va (chissà che cosa voglio dire! Leggilo e forse lo capirai).

Alla prossima.


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16 thoughts on “Dostoevskij e i russi all’estero – Una riflessione su “Il giocatore”

  1. L’ho letto, come anche altri di Dostoevskj. Di questo in effetti ricordo benissimo la sua frecciata ai tedeschi che “soffocano” l’amore di una giovane coppia perché prima di sposarsi un uomo deve essere “rispettabile” (quindi avere una posizione, soldi, ecc.) e così costringono i giovani ad attendere e attendere per vivere il loro amore, tanto è vero che quando infine possono sposarsi sono ormai austeri come i genitori che hanno soffocato la loro passione. A differenza dei russi che, senza fare troppi calcoli economici, se due giovani si amano gli permettono di amarsi, anche se ovviamente ciò implica che passeranno il resto della vita indebitati e in condizioni precarie. Calcolo razionale versus irrazionale umanità, in un certo senso.

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    • Poi però passa in Svizzera e deve rivalutare i tedeschi. “Qui il ladrocinio è un sistema”, diceva (più o meno). C’è però da dire che a Ginevra gli morì la figlia, e lui si era persuaso che fosse colpa del medico e dell’infermiera.

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  2. Caro marco Freccero, complimenti per la bella recensione. Una domanda: puoi spiegare meglio il concetto di sottrazione per uno scrittore come il grande Fedor che sembra invece “cantarle molto chiaramente” ai suoi connazionali che hanno perso la fede e si lasciano incantare dalle sirene dell’occidente? Due parole in più per capire cosa intendi mi piacerebbe sentile. Grazie.

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  3. Bravo Marco, hai fatto una bellissima analisi, come sempre, mi viene voglia di leggere questo autore su cui ho una lacuna totale. Lo metto tra i libri del desiderio.

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  4. Scrivi delle bellissime analisi, sono davvero ammirata. C’è molto da imparare da tutto questo. Terribile però pensare che certe cose non siano mai cambiate dopo tanto tempo, e mi riferisco a certi loschi individui 😦

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  5. Ho terminato oggi di leggere il romanzo, ed è stato piacevole leggere il tuo post con le impressioni così fresche in mente. La tua analisi è precisa, e ci mancherebbe, visto che sei su un autore che ami molto. Ho apprezzato il libro, in particolare per l’introspezione e la capacità di rendere appassionante, anche in assenza di una trama articolata, la situazione dei personaggi (che tipo, la nonna!). Sento solo la mancanza di un’evoluzione nei personaggi, anche senza lieto fine. Bravino, però! XD

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