Come salvare la letteratura


foto marco freccero

 

Di Marco Freccero. PUbblicato il 22 ottobre 2018.

 

Il titolo dell’articolo è parecchio presuntuoso, lo so.
Parecchio tempo fa la blogger e scrittrice Grazia Gironella commentava a proposito della mia nuova storia. Si parlava di fiaschi, e io scrivevo che la letteratura è entrata in crisi quando ha lasciato le osterie per i salotti.

Una battuta, certo; Una semplificazione; anche.
Poi ho iniziato a rifletterci…
Non sembra: ma io rifletto. Magari a sproposito, o male. Ma rifletto.

Il difetto è nel manico

Nel frattempo è saltato fuori che il cinema italiano è in crisi: le persone non vanno a vedere i film. E siccome Checco Zalone lo scorso anno non ha presentato il suo film, incassi e presenza sono crollate. Non solo: qualcuno scrive che mentre calano gli spettatori, i film in sala aumentano.

Ah: siccome la critica militante ha crocifisso Totò, adesso quella stessa critica militante si affanna a dichiarare capolavori qualunque film che abbia successo. Realizzando in questo modo un colpo da maestro: dichiara di aver sbagliato allora, e di sbagliare pure adesso che abbraccia tutto e tutti, senza distinzione alcuna.

Ma torniamo adesso al problema dei troppi film in sala, e degli spettatori che disertano i cinema.

Ricorda qualcosa?

Ma sì, è lo stesso “film” dell’editoria: i libri (l’offerta) aumenta, i lettori o diminuiscono o restano sempre troppo pochi. 

In realtà non ci sono mai stati così tanti lettori come in questi decenni, ma se non ci ripetiamo almeno 3 volte al giorno che le cose vanno malissimo, e che solo leggendo, leggendo, leggendo, andranno benissimo, non siamo contenti.

Intanto l’inferno è pieno di intellettuali che hanno letto e viaggiato tantissimo; e che hanno scodinzolato di fronte al tiranno di turno. Ma questo non bisogna ricordarlo, ché fa tanto démodé.
Questo modo di pensare (leggere abbatte i pregiudizi) è pura superstizione.

La superstizione dei libri

Non c’è differenza tra chi crede che un gatto, o una scala, portino sfortuna (mentre un quadrifoglio porterebbe fortuna…); e quanti biascicano che i libri combattono il razzismo.

Ma avete mai letto Dostoevskij?
Tolstoj?
Céline?
Knut Hamsun?
Cosa leggete, esattamente, se la pensate così? I numeri delle pagine?

L’ho già scritto su queste pagine, ma lo rifaccio.
1938.
Circa 1200 docenti universitari (che hanno letto e studiato: quelli che piacciono tanto perché hanno letto e studiato) sono chiamati a prestare giuramento al regime fascista.
Circa 20 (ma anche di meno), si rifiutano.
E quelli retrogradi sono gli uomini e le donne del Medioevo? Loro erano superstiziosi, mentre voi che la pensate così, siete “evoluti”?

Statemi bene.

Naturalmente la faccenda è complicata assai, come direbbero quelli bravi; e non posso certo individuare o consigliare soluzioni.
Dal mio piccolo sottoscala, dove vivo e regno indisturbato, posso soltanto farfugliare e delirare poche cose.

Gli scrittori italiani? Ehm…

Per esempio: buona parte della letteratura (italiana), non scrive storie che meritino di essere lette.

Io sono abbastanza esterofilo, come si sa: Stephen King; Cormac McCarthy; Flannery O’Connor e via discorrendo. Ma anche gli scrittori del Nord Europa. Non è che io non legga gli italiani: ci provo. Ma passo velocemente ad altro.

Ho letto “Vento largo” di Francesco Biamonti, e ne ho parlato sul mio canale YouTube. Esatto, mi è piaciuto.

Ho letto pure “Il ponte della Ghisolfa” di Giovanni Testori; pure di lui ho parlato sul mio canale YouTube.

Ma nella maggior parte dei casi dopo poche pagine prese dall’anteprima su Amazon, abbandono e passo altrove. Parlo dei “Grandi Nomi”, sia chiaro. Se vai su Goodreads vedrai che leggo autori italiani, spesso autopubblicati.

 

 

Non è solo la scuola dell’obbligo a essere classista, come affermava don Lorenzo Milani. Lo è pure una certa parte della letteratura italiana.

È vero che io non la conosco tutta, né leggo tutti i libri italiani che appaiono; e come diavolo potrei farlo?

Ma se mi avvicino a qualche libro lodato, spesso e volentieri ci trovo la totale mancanza di mestiere (quello che si trova in Dickens, o King per capirci: la capacità cioè di narrare la realtà per come è. Il talento è a disposizione della storia, non dell’ideologia imperante), e il solito, vecchio vizio italiota di salire in cattedra.

Forse è dovuta a una cultura vecchia, novecentesca, secondo la quale bisogna usare la cultura per ammaestrare le masse (il popolo bue), perché non sanno, loro, cosa vogliono.
Noi, acculturati, lo sappiamo eccome.

Chissà se anche all’estero funziona così. Si parte, immagino, dall’ideuzza che la realtà è brutta, sporca e cattiva (e fin qui ci siamo); e quindi occorre riformarla. Cambiarla.
Renderla migliore.

E che c’è di male, si dirà?
Be’, si potrebbe replicare affermando che non serve, è inutile (ed è proprio così); magari ne parlerò un’altra volta.

Il nocciolo non è solo nel tono da maestrino o maestrina che prendono certe storie che si incaricano di questa “nobilissima” missione. 

È il disprezzo e l’odio che c’è dietro.

Perché se mi avvicino a certi autori (Flannery O’Connor; Raymond Carver), io sento in maniera tangibilissima la compassione, l’amore per quegli sciagurati che si aggirano nelle loro pagine. Ed è l’unica cosa che la letteratura dovrebbe fare.

Ricordare a ciascuno che siamo dei miserabili, ma che la miseria alla quale apparteniamo e apparterremo per sempre, non ci impedisce né ci impedirà di costruire cose mirabili.

Caravaggio era un assassino che ha continuato a dipingere capolavori.
Leonardo da Vinci costruiva armi, e dipingeva “L’ultima cena”;
Benvenuto Cellini uccise almeno 3 persone in vita sua; e via discorrendo.

Se vuoi riformare il mondo entra in politica, non rompere le scatole con le storie (ma tanto non cambierà mai nulla, tranquillo. Così avrai sempre qualche appello da firmare, non è meraviglioso?).

Viceversa se leggo qualche pagina di Chimamanda Ngozi Adichie (il difetto non è solo italiota), o Silvia Avallone, o ancora di Alessandro D’Avenia o Gianrico Carofiglio, mollo tutto in 10 secondi netti e me ne torno a leggere il buon Fedor Dostoevskij o Flannery O’Connor.

Guarda caso in Dostoevskij non mancano le osterie e bettole… Vorrà dire qualcosa? 

In conclusione? Se vuoi scrivere devi puntare a diventare la stella delle osterie, non dei salotti.


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9 pensieri su “Come salvare la letteratura

  1. oddio che la letteratura italiana non sia la top lo so ma qualcuno merita e non parlo di Baricco e company ma ad esempio Pederiali forse poco noto ma sicuramente efficace nel raccontare storie. Però lo sai che i russi non riesco a digerirli, come Carver. Torniamo nelle osterie? Allora torniamoci

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  2. Tonk!
    Ahia… mi sono alzata in piedi per applaudirti, scordandomi di essere pure io nel sottoscala! 🙂
    Qui però non si chiamano osterie, ma trattorie! E ci sono trattorie che costano più dei ristoranti stellati! 😀

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  3. Trovo verissimo quanto dici sulla scarsa attenzione che gli autori italiani prestano alla nuda storia, e anche sulla mancanza di compassione verso i personaggi. Sembra che debba esserci sempre qualcosa di più figo, che sia il rimescolare a vuoto la negatività o (più spesso) la meravigliosa voce dell’autore. (Grazie per avermi citata. :))

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