Il sorriso – Racconto inedito di Marco Freccero

foto marco freccero

 

di Marco Freccero. Pubblicato il 12 novembre 2018.

 

Nuovo racconto. Ebbene sì. C’è ben poco da aggiungere tranne il solito:

Buona lettura.

Il sorriso

Il bambino,  tra gli 8 e i 10 anni, indossava una maglia azzurra a maniche corte, corti calzoni su un corpo troppo grasso, e sulla spalla destra lo zaino rosso della scuola. Arrivò al portone di legno, prese dalla tasca posteriore il mazzo di chiavi, lo aprì, lo richiuse e salì sino al primo piano con la testa ciondoloni. Sul pianerottolo sbuffò, la maglia sotto le ascelle era umida di sudore. 

Chiuse con un sospiro la porta alle spalle, si fermò nell’ingresso e a occhi chiusi mormorò: “Che ci sia da mangiare, che ci sia da mangiare”. Li riaprì.

Attraversò il breve corridoio e arrivò in cucina. Posò lo zaino su una sedia. La madre alzò lo sguardo dal cellulare; era appoggiata al lavandino e teneva tra le dita tozze della mano sinistra una sigaretta.

«Ma sei già qui?» disse.

Il bambino fece sì col capo. Guardò il tavolo pieno di riviste; il lavandino con i piatti da lavare e la tazza della colazione che aveva posato lì qualche ora prima. Piegò le labbra pallide verso il basso.

«Avrai fame».

Il bambino annuì.

«È che c’ho avuto un sacco da fare» disse la donna, e soffiò in alto il fumo della sigaretta. «Però stai a sentire cosa facciamo. Ti prendi 20 euro dal portafoglio e scendi a prenderti qualcosa al negozio qui sotto, dei cinesi. Costa poco e fanno bene da mangiare. È sempre aperto. E così non laviamo nemmeno i piatti. Il resto lo rimetti a posto».

Lui si passò la lingua sulle labbra; ma non disse niente. Aprì un cassetto dell’armadio, prese il portafoglio e da quello una banconota da 20.

«Vieni subito a casa».

Lui non rispose, uscì e scese le scale.

Si diresse alla panetteria che si trovava sull’altro lato della strada, sull’angolo della via che conduceva alla spiaggia. 

Entrò, salutò la ragazza coi capelli rossi e un drago tatuato sul braccio sinistro, e chiese una fetta di focaccia. Pagò e uscì. Quando fu sul pianerottolo di casa aveva già finito di mangiare. In cucina prese lo zaino e si ritirò in camera. Sulla soglia sentì appena la voce della madre che gli chiedeva qualcosa: forse della scuola, forse del pranzo. Lui disse: «Sì», e chiuse la porta alle sue spalle.

Per il suo bene si erano separati. Dopo anni di liti un giorno, di ritorno dalla scuola, gli avevano parlato assieme. E assieme gli avevano spiegato che per il suo bene si lasciavano. Era ormai un ometto, e di certo capiva che c’erano dei problemi e per questo era meglio che ciascuno andasse per conto suo. Non cambiava nulla per lui perché gli volevano sempre bene, forse persino di più. 

Però lui aveva sentito dolore, lo stesso, forse persino più forte, di quando loro litigavano e sentiva le urla, i colpi. Non capiva come questo dolore, identico all’altro, potesse fargli del bene. Potesse diventare un bene.

Erano passati otto mesi da quella separazione. A scuola Rebecca gli aveva detto: «Adesso sei come me», e gli aveva dato un bacio sulla guancia. Lui non aveva risposto nulla, non aveva reagito; forse era stato un sogno, quel bacio.

La madre adesso non diceva niente; ma lui era certo che ci fosse qualcuno. Non era suo padre. Lei non ne parlava; se ne stava con quel telefono in mano tutto il giorno e non faceva più niente. Peggio di prima quando le cose andavano male perché litigavano, però qualcosa combinava; da mangiare per esempio.

Sorrise.

Prima o poi lo avrebbe scoperto; ma era troppo occupata al telefono per rendersene conto. Era talmente da un’altra parte che non badava nemmeno al resto che si tratteneva; ai piatti che non si vedevano. Ma non gli faceva paura essere scoperto. Anzi; mentre tirava fuori dallo zaino i libri e i quaderni, si rese conto di essersi già stancato. Aprì un cassetto della scrivania e lì gettò il resto, senza nemmeno contare quanto avesse accumulato: oltre 50 euro, forse persino 70. E lei sempre col telefono in mano. 

C’era del bello in quello che combinava di nascosto, perché era qualcosa di davvero suo, l’unica cosa che gli appartenesse mentre tutti, attorno a lui, decidevano e sceglievano per lui. Era come l’ombra. Alzava la mano, l’abbassava; muoveva la testa: l’ombra era lì con lui. Sua. Roba sua. Ma lei non la vedeva ancora, forse nemmeno immaginava che proprio lui ne avesse una.

Lui doveva fare come le balene: respirano e poi tornano giù. Lui era giù, e aveva bisogno di ossigeno. Di essere scoperto, per poi tornare laggiù con più forza. 

Intrecciò le dita grassocce sul piano della scrivania. Forse doveva prendere più soldi, senza aspettare che lei glielo concedesse. Fissò l’idea a lungo come fosse un disegno che aveva fatto e decidere se era bello, gli piaceva; oppure no. Infine crollò piano il capo. Doveva capire, lei. Accorgersene. Doveva combinare qualcosa che le facesse alzare gli occhi dal telefono e lo vedesse infine emerso, con la sua ombra bella grande. 

Si alzò in piedi e l’idea era lì, massiccia e calda come un forno. Si spostò nella dispensa. Lì recuperò la bottiglia di alcol. In camera mise i quaderni sul pavimento, e versò sopra il liquido. Prese il copriletto, le lenzuola del letto e le mise al centro della stanza, e li bagnò anch’esse di alcol. Entrò in cucina e sperò che sua madre non parlasse, non lo notasse. Accadeva così di frequente. Lei invece disse: «Tutto bene».

«Tutto bene» rispose. Aprì un cassetto e prese un accendino, uno dei tanti, mentre con la coda dell’occhio sbirciava la madre e le sue labbra beate da quanto vedeva sullo schermo; o leggeva. In camera appiccò il fuoco a un lembo del lenzuolo; non attese oltre e uscì dalla stanza. Disse: «Vado a comprare un quaderno».

«Ce li hai i soldi?».

«Sì», ma era già sul pianerottolo.

Camminò sulla via con le mani in tasca. Passò davanti alla cartolibreria, a quell’ora ancora chiusa, e proseguì. Si voltò e alla sua destra la vide. Nera. Nitida. La sua ombra.

Sorrise.

15 thoughts on “Il sorriso – Racconto inedito di Marco Freccero

  1. Però, la mi scusi sior Freccero, ma lei è sempre qui a dire che i racconti non ci devono avere la morale. Ma qui la morale e c’è bella e buona! Un bel “cara mamma, smettila di guardare il cellulare e preoccupati di tuo figlio, che ti dà a fuoco la casa!” No? 😀

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