Perché l’industria del libro si avvia al tramonto (forse)?


 

foto marco freccero

 

di Marco Freccero. Pubblicato il 31/12 /2018

 

 

È possibile che l’industria del libro si avvii al tramonto? O forse è una delle tante profezie destinata a non avverarsi? Da molti anni si annuncia la morte del romanzo (mi pare dalla fine degli anni Sessanta, in Europa; intanto Gabriel Garcia Marquez scriveva “Cent’anni di solitudine”); del rock; del blog. Eppure sono tutti qua a tenerci compagnia. 

I fax invece se ne sono andati senza disturbare troppo; senza bande musicali o squilli di tromba. 

Di certo l’industria del libro da anni è sollecitata da forze e attori che una volta non esistevano affatto. Una su tutte: Amazon; ma non è solo la creatura di Jeff Bezos a impensierire gli addetti dell’industria del libro. Sembra infatti che ci siano un insieme di attori che stanno lavorando per…

Un momento: siamo davvero certi che quello che sta per accadere sia di certo la catastrofe, e non un modo originale per cambiare? 

C’era una volta il libro…

Il libro è da un bel pezzo LO strumento che utilizziamo per tramandarci il sapere, le informazioni, le tradizioni e chi più ne ha più ne metta. Anche il divertimento passa attraverso di esso. 

Voglio solo ricordare che quando il signor Gutenberg mise a punto la tecnologia dei caratteri mobili, qualcuno pure allora parlò della morte della cultura. Perché il libro finiva in mano a tutti (no: in mano a chi poteva permettersi quella spesa; di certo erano opere più economiche di quelle preparate dagli amanuensi. Ma erano comunque costose). Ogni volta che qualcuno ha reso più popolare uno strumento, un mezzo, c’è sempre stato qualcun altro che ha urlato al complotto, alla fine del mondo.

Per esempio: l’istruzione obbligatoria. Avrebbe annientato il sapere perché chiunque (vale a dire: pure i bambini poveri), con la loro ottusità avrebbero di sicuro abbassato il livello di conoscenza, e ingenerato un’involuzione nella società tale da condurla al collasso.

Possiamo aspettare magari una mezz’oretta ancora: forse il collasso ha trovato traffico in tangenziale…

 

Traffico o no, meglio muoversi con un certo stile…

 

Come sai, la Terra non solo gira sul proprio asse, ma “procede”; nel senso che il progresso tecnologico continua imperterrito il suo cammino. Quindi una volta c’era solo il libro; poi è arrivato un po’ di tutto: radio, cinema, televisione. Adesso Internet. 

Gli spazi a disposizione del libro si sono ridotti. Il progresso tecnologico ha sì sollevato la persona da un mucchio di lavori pesanti (l’agricoltore di oggi non è quello di 90 anni fa, anche se resta una professione impegnativa). Più tempo libero ha significato non più libri; ma uso del tempo in modo differente.

Più radio, televisione, cinema; e poi blog, reti sociali, siti, videogiochi. Un sacco di persone, ma davvero un sacco, ritengono (ancora), che tutto passi attraverso il libro. Se non passa attraverso questo mezzo non è istruzione. È perdita di tempo travestita da cultura.

Quello che sfugge è di che cosa stiamo parlando. 

È una questione di competizione

Il punto che sfugge è che non stiamo affatto ragionando di UNO strumento valido, e tutti gli altri no. Né siamo di fronte a delle “presenze” noiose e presuntuose che infastidiscono il libro e tutta l’industria che ci gira attorno. La faccenda è molto più interessante, cari miei (e care mie).

Qui siamo di fronte a un evidente competizione e chi ne esce malconcia è proprio l’industria del libro. 

Come tu sai io gestisco un canale su YouTube; e secondo te di che cosa parlo? Dei merletti di Burano? Della ceramica di Savona? Di come produrre birra? No: di libri (e di cosa altrimenti?).

Iscriviti al mio canale YouTube

Non sono pochi gli youtubers che parlano anche di serie televisive: perché le guardano. Perché sanno che il loro pubblico le guarda (io no, nessuna). Tutto tempo che viene sottratto alla lettura, si capisce.

Il libro, e l’industria del libro, stanno perdendo alla grande questa competizione perché… È ovvio. Si tratta di media differenti, e questi nuovi media non si limitano a intrattenere il pubblico; ma lo formano. Sono rapidi, costruiti bene, parlano un linguaggio che viene recepito e assimilato più rapidamente.

Ormai persino io che sul mio canale YouTube parlo sì di libri, ma spesso di nicchia, sto per toccare il numero di 800 iscritti. Buona parte di essi non sa nulla del mio blog. Ma le immagini attirano; sono facili.  

Certe serie televisive aiutano i giovanissimi a creare le relazioni con gli altri; spiegano loro come ci si deve comportare in una certa situazione; affrontano argomenti considerati importanti (il che dovrebbe impensierire: che ne facciamo dei genitori, della scuola? Pensioniamo tutto? Pare di sì).

Una volta questa formazione era affidata a un certo tipo di libri, e qualcuno si incaricava di vagliare che fossero adatti (e questo per alcuni era un male, per altri una questione di saggezza e di buonsenso). 

Ma il libro non è rapido; non è veloce. Credo anche che un certo tipo di libri contengano una dose di dolore: infatti occorre separarci dagli altri per apprezzare (per esempio), “il grande Gatsby”. E pochi hanno voglia di sottoporsi a una simile cura.

 

 

I video, le serie televisive costruiscono un’appartenenza. Sembra di essere parte di un processo evolutivo inarrestabile e fondamentale.

Alcuni youtuber ormai svolgono la medesima funzione degli “eroi” di un tempo. È a essi che molti giovanissimi si rivolgono per avere consigli di un po’ tutti i tipi. 

Il libro è stato scalzato dalla sua funzione di formatore. E piaccia o no: le persone usano videogiochi, serie televisive e cinema (oltre a Youtube) per formare la loro cultura. Disprezzare questo stato di cose non cambierà di un millimetro la situazione; forse sarebbe meglio cercare di capire dove sta il problema.

Che ne sarà del libro?

Un po’ di tempo fa Jonathan Franzen ha dichiarato che il suo romanzo “Le correzioni” (uscito nel 2001), aveva venduto 1,6 milioni di copie. “Purity” si è fermato a circa 300.000. Dove diavolo sono finiti i lettori di Franzen, e i lettori in generale?

Ma su Netflix!

La mia idea è che il libro non sparirà, stritolato dalla competizione dei nuovi media. Il problema semmai è che continuiamo ad affrontare il libro con idee e schemi molto vecchi. Gli editori che hanno davvero capito l’ebook si contano sulle dita di una mano. La maggior parte procede con fusioni, taglio del personale, appalti esterni, adozione degli inutili DRM Adobe. L’ebook? In fondo non è che un libro che si legge su uno schermo.

Ne siamo sicuri?

Ne sei certo?

Insomma: l’industria del libro invece di capire cosa accade, accusa il colpo (anzi: i colpi), frigna, batte i piedi per terra, invoca provvedimenti per salvare le librerie (salvo poi aprire colossali centri commerciali spacciati per librerie, dove si trovano le solite pubblicazioni), chiede inutili campagne pubblicitarie per promuovere la lettura (del libro: ancora si crede che SOLO il libro garantisca la cultura). 

 

Un’immagine di quella cosa chiamata “libro”

 

La verità? Non sanno cosa farci con ‘sto libro. Diminuiscono i lettori (certo: se uno legge un post come questo non è un lettore. No: è uno Stradivari). I ricavi. Le spese aumentano. 

Credo che se a tanti editori Mefisto offrisse la possibilità di risolvere per sempre il problema del libro premendo un semplice pulsante (e farlo sparire): lo premerebbero volentieri. Ma si capisce. Non sono ancora in grado di capire come la tecnologia possa intervenire per renderlo davvero un interlocutore autorevole del XXI secolo. Lui da solo, sta già facendo un eccellente lavoro. È però zavorrato da una visione ottocentesca: mettiamo un po’ di tecnologia (vale a dire: il digitale), in questo mezzo, e vediamo che ne esce.

Ne escono ben poche cose.

La mia certezza: il libro resterà ancora a lungo uno strumento (uno dei tanti), per imparare e trasmettere conoscenza e sapere. Ma il modo non potrà affatto essere quello che abbiamo sotto gli occhi. Semmai questo è il rischio che spinge il libro sempre più ai margini. Dire che la tecnologia lo sta minacciando, è dire una sciocchezza. Io credo che solo la tecnologia salverà il libro. Il libro ha bisogno di più tecnologia, non di meno. Non deve vivere in una specie di riserva; protetto e tutelato come i panda e con pochi sacerdoti e fedeli che vegliano sulla sua purezza. 

Il libro “moderno” nasce quando Gutenberg mette a punto la… tecnologia dei caratteri mobili; e questa tecnologia viene infusa nel libro. Lo trasforma e noi abbiamo questo parallelepipedo cartaceo (io no: preferisco il digitale), che si è fatto inondare da quella tecnologia, sino a essere in un certo senso trasfigurato.

Il libro del “futuro” vivrà non perché tutelato da ridicole leggi, e regolamenti. Ma perché avrà indossato la tecnologia; perché solo lei potrà garantirgli un posto di assoluto rilievo nella conservazione e nella trasmissione del sapere e della conoscenza.

Ah. Buon 2019.


 

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20 pensieri su “Perché l’industria del libro si avvia al tramonto (forse)?

  1. Franzen ha venduto meno copie di Purity perché Le correzioni è un grande libro ed era difficile replicare. Io ho iniziato Putity ma non sono andata oltre le 50 pagine, forse anche molto meno. Forse lui si sarà dato spiegazioni imputando colpe a Netflix o altre diavolerie ma la verità è che Le correzioni è di serie A e Purity no.
    Bon! E ora che ho dissacrato e massacrato Franzen auguro a te e ai tuoi lettori (persone molto intelligenti) un buon 2019 🙂

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  2. Ci vuole, caro Marco, un attenzione per la lettura che lo smart phone ci ruba. Non a me personalmente, ma vedo mio marito, lettore medio comunque amante dei libri, si diverte con me alle fiere eppure in questi giorni di divano, niente i libri non li prende in mano. Stanchezza ovvio, c’è da riposarsi, ma il giochino sul telefono, la chat con gli amici, sono mezzi di evasione più immediati e hanno spesso la meglio, peccato che in verità diano davvero molto ma molto meno di un libro. Un caro augurio per il nuovo anno, ti leggo sempre con piacere.

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  3. I fax se ne sono andati, sei sicuro? Ma se la TIM vuole il reclamo ad un numero di fax e nasconde la propria casella PEC?! :O
    Qualche tentativo di “evolvere” c’è stato, per la verità: c’erano i libri distillati di Centauria, che fine hanno fatto? Un sacco di debiti, un bell’affare davvero. Poi ci hanno provato in Mondadori con i Flipback, i libri che si leggono in verticale e stanno tutti nel palmo di una mano. Dove sono anche questi? Per non parlare del Flook (beh, qui hanno proprio sbagliato nome, se lo sono tirati addosso il flop!! 😀 ): acquistavi il libro cartaceo e dentro c’era un codice per scaricare un’app sul telefono e qui aggiungevi contenuti multimediali al libro, all’interno di questa app. L’hanno lanciato con un titolo di Federico Moccia per attirare i giovani, ma non ha funzionato. Dal 2015 hanno aggiunto solo 4/5 libri fatti così, l’esperimento è morto come gli altri.
    Insomma, loro ci provano anche, ma per ora niente.

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  4. 800 iscritti su YouTube? Ottimo, il tuo canale è destinato a crescere perché parla di libri con video brevi (li seguo sempre anch’io fino in fondo che non ho mai tempo!) i libri continueranno a esistere, magari in eBook, anche se ci saranno sempre lo stesso i libri di carta, forse in numero inferiore, ma ci saranno ancora per un po’. Chi ama leggere continuerà a farlo, in un modo o nell’altro, secondo me. Altra osservazione che vorrei fare è che spesso le serie TV traggono spunto dai libri (esempi recenti L’amica geniale, I bastardi di Pizzofalcone, Rocco Schiavone) quindi i libri ci saranno ancora…buon 2019

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  5. industria del libro morta? Certo se si rinchiude nel suo recinto e non entra in competizione con le altre tecnologie. Diceva così Bill Gates che l’host sarebbe morto e sostituito dal pc. Parlo della fine anni 80. Eppure continua ad essere l’asse portante dell’industria. Certo ha cambiato look ma è sempre lui. Dicono che lo smartphone ucciderà il PC. Sarà ma non ci credo. Così anche per il libro.
    Buon 2019

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  6. Ben detto! Non c’è niente di più mortale di questo modo di “proteggere” le cose imbalsamandole e mettendole in una teca. Tutto cambia, vivaddio, e più che capire dove stia il problema, sarebbe il caso di smettere di appiccicare l’etichetta “problema” a tutto quello che non possiamo ancora capire e conoscere. Di nuovo, buon anno! 🙂

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