Il problema del self-publishing (spesso) sono gli autori self-publishing


 

foto marco freccero

 

di Marco Freccero. Pubblicato il 14 gennaio 2019.

 

 

 

Arrivo in ritardo a dire la mia, ma la dico. Anche durante l’estate c’è stata un po’ di polemica nelle acque stagnanti dell’autopubblicazione italiota (leggi: la classica tempesta in un bicchier d’acqua). 

Vale a dire il rapporto tra blogger di libri, e autori che si autopubblicano. 

I secondi (alcuni, non tutti), si indignano perché i primi non si genuflettono all’istante davanti alle loro opere. Che sono dei capolavori, ça va sans dire.

A questo punto dovrei ricordare che il 90% di tutto quello che si pubblica (quindi: anche l’autopubblicazione) è spazzatura. Che non si può pretendere di piacere a tutti, e che un autore che pretende questo dovrebbe interessare i blogger che si dedicano alla psichiatria. 

Il punto è che tutto questo mi è venuto a noia, ormai.

In questo paragrafo uso “pervicacemente”

Quando in apertura di questo post ho scritto che si trattava della classica tempesta in un bicchier d’acqua, è perché è proprio così. E il nemico degli autori che si autopubblicano non sono coloro che stroncano le loro opere (Vladimir Nabokov stroncava Dostoevskij: quindi? Quindi: “Libraio della malora, passami un altro Dostoevskij!”).

L’autore indipendente non ha capito un accidente. È ancora all’asilo nido. Crede che tutto gli sia dovuto solo perché ha scritto qualcosa. Soprattutto, restando pervicacemente all’asilo (quanto mi piace “pervicacemente”), rifiuta di crescere e di assumersi le proprie responsabilità. 

“Pubblicare” è alla portata di qualunque scimpanzé con un po’ di dimestichezza con la tecnologia. Quindi non è una grande notizia. 

La grande notizia? Eccola (devi continuare a leggere)

La grande notizia è che l’autore indipendente, se abbandona l’asilo nido (e solo se abbandona l’asilo nido), è l’alfiere di un modo nuovo di fare editoria. Purtroppo se resta in questo stato pre-umano (e se poi ha pure il diritto al voto…), non comprenderà mai che (per esempio), la casa editrice affronta l’argomento libro come sempre. Come se non fosse accaduto nulla.

Il digitale? Sì, certo: prendo il file, lo rendo compatibile con l’iPad oppure il Kindle, et voilà. Ehi, non dimentichiamo di piazzargli un bel DRM Adobe (intanto su YouTube continuano a crescere i video che spiegano come aggirarlo; ma facciamo finta di niente, dai!).

E non vedono (gli autori indipendenti), che (per esempio), il mercato non esiste più. 

Esistono i mercati. 

È il mercato, bellezza. Non basta esserci

 

Se leggesse, e se fosse davvero interessato al libro e alle prospettive che si sono aperte grazie alla tecnologia, sarebbe incappato in un testo interessante, anche se vecchio di anni; ma attuale. Un testo che parla di “Coda lunga”.

https://youtu.be/Gr4vkSPhNdY

Per farla breve: una volta c’era il mercato: grosso, massiccio, che garantiva enormi profitti. Poi è arrivata Internet e sono sorti i “mercati”; piccoli, di nicchia, non garantiscono forse i ricavi enormi che molti sognano, ma permettono di camparci su bene. (Il mercato “grosso” continua a esserci, questo è naturale).

Questo modo di pensare è vecchio; mi sta bene per le case editrici. Soprattutto quelle vecchie, pestano i piedini e subito il Governo fa una bella legge che rimanderà il redde rationem di qualche tempo (Ma sì, ci metto pure il latino in questo post: fa sempre colpo!). E poi? E poi basta. E pure l’autore che si autopubblica agisce alla stessa maniera. 

  1. Non cerca di costruirsi una piattaforma di lettori
  2. non lavora con altri professionisti per migliorare la propria opera (lettori beta? Editor? E a che servono? Ho scritto un capolavoro!);
  3. non sa gestire le critiche.

 

 

È un vecchio che se ne sta all’asilo e frigna quando qualcuno gli fa notare che la sua prosa è un orrore. Ed è ovvio che reagisca in questo modo: non vede le occasioni che la tecnologia gli offre. Né scorge le opportunità. Per lui si tratta solo di arrivare a firmare il contratto con Mondadori. 

Vecchia mentalità, appunto. 

Si è scrittori se firmi con Einaudi o Mondadori; lo sei solo quando “Essi” ti danno il placet. Nell’Ottocento c’erano uomini e donne più moderni di costoro. Ecco perché si infuriano quando qualcuno dice loro: “Guarda che quest’opera fa abbastanza schifo”.

Il piano lineare che hanno costruito (Ho scritto un romanzo magnifico; lo pubblico; cerco qualche blogger che me lo recensisce alla grande; passa il signor Mondadori che legge le poche righe dell’incipit riportate dal blogger, cade dalla sedia (commozione cerebrale, pronto soccorso: “Dottore, lei non capisce! Ho letto un manoscritto che è un capolavoro!!!!! Mi deve dimettere perché IO SOLO posso pubblicarlo), si inceppa. Anzi, salta in aria.

In Italia Carla Monticelli è una delle poche scrittrici indipendenti che campa di scrittura. Scrive di fantascienza (ma non solo), e sapeva bene che tentare la strada della casa editrice sarebbe stato difficile e snervante. Perché di nicchia, e per la casa editrice sarebbe stato dispendioso investire denaro con la scarsa probabilità di veder rientrare i soldi. Ancora adesso è un genere che guarda soprattutto alla produzione statunitense, e nonostante “Guerre Stellari” e compagnia, rimane marginale nell’industria del libro italiana.

Lei ha fatto da sé. Col tempo, senza fretta ma con piccole azioni mirate, ha conquistato il suo pubblico. Non ha perso tempo con chi le diceva di lasciar perdere, oppure che le sue opere non erano interessanti. Era consapevole di quanto sta succedendo persino in questo Paese. Puoi pubblicare e guadagnare lontano dalle case editrici. Senza avere alcun contatto (e contratto), con esse. E se per caso una casa editrice avesse accettato la sua offerta, oggi NON camperebbe della sua scrittura.   

Nuova mentalità, appunto.

C’è una nicchia trascurata dalle case editrici. Mi avvicino; la studio. Entro in contatto con essa. Nel frattempo curo la mia produzione letteraria (editor; beta lettori; grafico per la copertina: tutti lavori che si pagano), in modo da arrivare pronto all’appuntamento quando il libro sarà pronto. Nel frattempo partecipo per esempio a forum, siti; commento se ho qualcosa da dire; scrivo post se ho qualcosa da dire.

Alla fine presento la mia opera che ottiene interesse perché il pubblico ha imparato a conoscermi. Sa chi sono; ho parlato (un po’), di quello che stavo scrivendo. Ho raccolto opinioni, idee, suggerimenti, suggestioni; alcune cose le ho accolte, altre rifiutate).

La nuova mentalità vuol dire che non ho bisogno di un placet di una casa editrice. Scrivo. Affronto questo mestiere con professionalità.
È un mestiere.

Se stai ancora leggendo queste frasi: capisci al volo come queste diatribe per me abbiano un interesse pari a zero. Certo, è bello avere delle recensioni; dei blogger che parlano bene delle tue opere. 

Ma se sei un autore indipendente e non accetti che la tua opera possa non piacere a qualcuno (o a più d’uno): “Houston, abbiamo un problema!”.

Se pensi che il tuo lavoro (trovare la tua piattaforma di lettori), possa essere svolto da qualcun altro; o che la magia possa mettere il turbo alle vendite: “Houston, abbiamo DUE problemi”.

L’autore indipendente è un precursore: ma solo se accetta (per esempio) di investire in copertina, beta lettori, ed editor. Il tempo della pubblicazione fai da te con copertine tirate via, credo che sia finito.
Morto e sepolto. 

Nell’autopubblicazione si ha a che fare con l’artigianato

 

L’autore self-publishing è uno che non si rende ancora conto di che cosa sta per succedere al libro. E la novità arriverà non dalle case editrici (stanno litigando se fare o no la fiera del libro a Milano); né dai critici (pensano che uno che si autopubblica è un povero mentecatto).

Ma dalla tecnologia. E solo un autore indipendente può cogliere tutte le opportunità che ne verranno.

26 pensieri su “Il problema del self-publishing (spesso) sono gli autori self-publishing

  1. In effetti è un problema che non è più un problema. Oramai è una cosa decisamente antipatica da leggere di gente che maltratta i blogger. Bisogna sapere in mano di chi si finisce, frequentare il blog e capire come la pensa la persona e poi se si prende coraggio e si è proprio convinti, si contatta senza pretentedere nulla.
    Che Rita Carla Francesca Monticelli viva di scrittura, nel senso che i ricavi economici sono tali da poter paragonare la scrittura a un mestiere con un buon salario, credo che non sia affatto così, ma che faccia più di tanti altri andando per la propria strada, questo sì.

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    • Che io sappia, lei l’anno scorso, o 2 anni fa, aveva scritto quello. Non so se poi ci riesca ancora.
      Il punto di certi autori autopubblicati è che pensano davvero di essere degli eletti ai quali tutto si deve. Sono imbevuti di fuffa, credono che basti scrivere e tutto quello che si mette per iscritto è perfetto. Boh. Buon per loro.

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      • Prima di tutto, ti ringrazio per avermi citato come esempio virtuoso. 😉
        Visto che mi state facendo i conti in tasca ( ^_^ ), specifico che per due anni la scrittura è stata la mia principale fonte di reddito (l’ho scritto chiaramente sul mio blog alla fine di quegli anni) e avrei potuto vivere solo di quella. Non l’ho fatto, perché non sarebbe stato saggio.
        Negli ultimi due non è così, anche perché non ho pubblicato molto (appena due libri in italiano, di cui uno un mese e mezzo fa, e niente in inglese), ma fortunatamente ciò che ho guadagnato prima mi dà la tranquillità economica per ancora qualche anno. 🙂
        D’altronde quello dell’autore non è un lavoro da “stipendio fisso”. Ci sono periodi in cui si guadagna bene e altri in cui si guadagna poco. Anche per questo non smetto di essere una traduttrice freelance (ma di fatto si parla comunque di scrittura), anche perché così mi pago i contributi (con le royalty non posso versare contributi).
        Da diversi mesi, ancora prima dell’uscita del nuovo libro, le cose si stanno di nuovo muovendo nella direzione giusta, anche perché credo di aver almeno in parte ammaestrato le pubblicità su Facebook. E poi ci sono altri progetti in cantiere.
        Insomma, in questo momento credo proprio di non potermi lamentare. 😉

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      • 🤣 Non volevo farti i conti in tasca, ma sei una delle poche persone che non ha timore di spiegare cosa fa e quali sono i risultati. E poi presto(?) ci dovrebbe anche essere il tuo libro sul self-publishing: o sbaglio?

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  2. Io sono sia autrice che blogger. In quanto tale, mi capita di essere contattata senza che l’autore nemmeno si presenti o saluti (e, dopo segnalazione o recensione, RINGRAZI) o mi capita di leggere di “scrittori” che non leggono da anni (perché non hanno avuto tempo, ma hanno fatto tante altre cose formative, meno che un corsettino di scrittura) ma che hanno completato una storia bellissima, che li emoziona, che sono sicuri che venderà. Certo, dopo averla fatta passare sotto l’occhio critico della mamma. Io accetto ancora qualche libro self solo perché conosco personalmente autori che hanno sempre auto-pubblicato ma che si fanno davvero un mazzo tanto e sanno quello di cui stanno parlando. Non conoscessi questi eroi, non li accetterei più come linea guida del blog. Mi sa che ci scrivo un post pure io…

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    • Sono curioso di leggere la tua esperienza 😉
      La responsabilità è anche di tanti “guru” che vendono la strategia vincente, il corso, eccetera, a un prezzo (ovviamente), stracciato e solo per questa settimana. Potrei farlo anche io. Non lo faccio perché so che è fuffa. Se esiste qualcosa di imprevedibile, di folle, è proprio l’editoria (tutta). E allora? Allora meglio scrivere il meglio che si può senza badare a quello che succede. Vendi 10 copie? Grazie a quei 10. 15? Grazie a quei 15, eccetera eccetera. Senza farsi venire mal di stomaco o di testa.

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  3. Io ho avuto un’evoluzione: c’è stato un tempo in cui credevo che nell’autopubblicazione si nascondesse una risorsa utile, poi la risorsa utile è diventata solo una comodità e il self mi è caduto dal cuore (non è un mistero.) Resta il fatto che il mondo di convinti aspiranti che scrivono e pubblicano perché tanto è facile rende la vita difficile a quella parte di autori indipendenti seri che vogliono fare bene le cose: non è più uno scontro fra chi crede nel selfpublishing e i suoi detrattori, ma tra i “selfisti” improvvisati, che rovinano la piazza, e gli “indi”, che non riescono più a trovare il loro giusto spazio. Insomma, è diventata una guerra civile. 🙂

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    • Ellapeppa! E’ la prima volta che concordo con la tua analisi sul self e dovevo dirtelo. 😛
      Riguardo alla guerra civile non so, io sono isolazionista, faccio strada indipendente. Anche se si scannassero non me ne fregherebbe niente.
      Un tempo ero per affermare la dignità del self, ma anche questa tematica ormai per me è in disuso. Anch’io mi sto evolvendo.

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      • La dignità, eh. È un po’ come dire la dignità dell’editoria: non c’è. Ogni autore ha la sua (forse).
        Però mi sono intrufolato in una risposta a un commento che non era nemmeno io. Questa se non è una guerra civile, di certo è prevaricazione! 😃

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      • Come intrufolato, questa è casa tua!
        Certo la dignità del self, perché qualcuno la negava con forza a quei tempi, ma era una battaglia per le cause perse. Perché ci sarà sempre qualcuno che dirà che il self è schifezza a prescindere. E molti di questi sono anche editori importanti o agenti che contano.
        Poi se volessimo parlare di editoria, oggi una importante addetta ai lavori mi ha raccontato delle chicche editoriali da… vabbè, soprassediamo.

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  4. “Il problema non è il problema. Il problema è il tuo atteggiamento rispetto al problema. Comprendi?” Jack Sparrow, Pirati dei Caraibi – La maledizione del forziere fantasma
    (ndr. riferito all’autore self publisher improvvisato)
    Mai che li ascolti qualcuno, i pirati. In rum veritas! 😀

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  5. Pingback: Ancora sul self-publishing: quando certi mezzi diventano popolari - silviaalgerino.com

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