Vasilij Grossman e il male: a margine de “Uno scrittore in guerra”


 

di Marco Freccero. Pubblicato il 28 gennaio 2019.

 

Un po’ di tempo fa (prima dell’estate del 2018 forse), ho letto il libro di Vassilij Grossman dal titolo “Uno scrittore in guerra”. L’editore ancora una volta è Adelphi mentre la traduzione è di Valentina Parisi.

Come si può comprendere dal titolo, si tratta della narrazione che Grossman fece della guerra, al seguito dell’Armata Rossa. Lui fu su tutti i principali fronti: Stalingrado, Crimea. Mosca, e poi sino a Berlino attraverso il campo di sterminio di Treblinka. Da quell’esperienza ricavò un mucchio di materiale che poi troveremo nel suo libro forse più celebre: “Vita e Destino”.

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I rischi di uno scrittore giornalista

Quello di cui voglio parlare però è qualcosa di un poco diverso. Mi rendo conto che una simile lettura si presta a un sacco di argomenti tutti interessanti. Per esempio il ruolo del giornalista al seguito dell’esercito, con tutti i rischi che ne conseguono. E non parlo solo di quelli relativi a essere feriti, uccisi o a cadere prigioniero delle truppe tedesche (Grossman era ebreo, e rischiò più di una volta di finire in mano alle truppe naziste). 

Né mi riferisco a un’altra minaccia con la quale questo enorme scrittore russo giocò in maniera inconsapevole. Perché raccontava ciò che vedeva, quindi ben distante dalle “richieste” della propaganda; proprio per questo la truppa, e molti ufficiali, lo apprezzavano e preferivano parlare con lui, che con altri giornalisti. Già questo lo metteva in una posizione difficile; ma lui negli appunti (che non gli furono mai sequestrati, neppure in seguito quando finì nel mirino dl KGB), scriveva davvero di tutto. Dello scoraggiamento dei soldati (il che era male); dei disertori fucilati (il che era IL male assoluto). 

Piccola digressione: compare, in questo libro, un Tolstoj, ma per poche righe: adesso non ricordo se un nipote (probabile), o un cugino del celeberrimo scrittore russo. Scrisse anche dei racconti di fantascienza, e divenne popolare (vinse, mi pare, il premio Stalin), per un libro proprio in onore di Stalin. E non ho potuto fare a meno di pensare a quale distanza siderale c’era tra Lev Tolstoj, e questo suo parente. Lev che si fa cacciare dalla Chiesa ortodossa, che alla fine viene “sorvegliato” dagli agenti dello Zar, perché pericoloso per il potere assoluto.
E questo discendente che scrive per far piacere al potere, che ne è uno dei tanti ingranaggi.
Ennesima dimostrazione, se mai ce ne fosse bisogno, di quanto l’esempio sia pura fuffa. Alla fine decidiamo noi che indirizzo dare alla nostra vita.

Ma allora di che diavolo parlerò in questo post?

C’è una frase interessante in questo libro “Uno scrittore in guerra”: una frase. Ci sono milioni (?) di frasi, ma questa chissà perché mi ha colpito in un modo particolare. Eccola.

Qualcosa di eterno

Nella cittadina di Landsberg nei pressi di Berlino dei bambini giocano alla guerra sul tetto piatto di una casa. Mentre a Berlino, in questo stesso momento, l’imperialismo tedesco sta ricevendo il colpo di grazia, qui i bambini dalle gambe lunghe, le nuche rasate e le frange bionde, armati di spade di legno e bastoni, si trapassano l’un l’altro, saltando di qua e di là con urla selvagge, acute. Qui sta nascendo una nuova guerra. È qualcosa di eterno, impossibile da sradicare”.

 

Incredibile vero? La Germania è allo stremo. Pochi giorni, o settimane, e ci sarà la resa. Hitler si suiciderà nel bunker, ma prima i bombardamenti degli Alleati martelleranno quel Paese giorno dopo giorno, mentre a terra le truppe dell’Armata Rossa, e americane, avanzeranno paese per paese, casa per casa. 

I bambini giocano alla guerra.

Si potrebbe liquidare la faccenda affermando che avevano negli occhi, nella testa e nel cuore anni di propaganda; ma non potevano non vedere la distruzione e il dolore. Non distante; ma a pochi metri. C’è sempre una cifra imprevedibile nell’essere umano: dai buoni esempi, come dai cattivi, non ricava nulla. Poiché sceglie. E quei bambini che urlano, alcuni dei quali probabilmente ancora vivi adesso, sono la prova che nel momento più cupo di un Paese, si sceglie. Sempre. 

È la libertà. Loro scelgono di giocare. Alla guerra. Sì, possiamo consolarci che se ci fosse stato un adulto (e c’era) a insegnar loro che… Avrebbero giocato alla pace, forse. E poi, in seguito, avrebbero di nuovo scelto la guerra.
È la libertà.

C’è anche un altro aspetto che trapela dalle pagine di questo libro. 

Quando le truppe sovietiche entrano in Germania, i soldati dell’Armata Rossa violentano le donne tedesche. Grossman ben presto viene a sapere di queste pratiche; ma all’inizio pare non crederci. Poi le imputa a quelli delle retrovie; infine si arrende. La gloriosa fanteria dell’Armata Rossa fa questo genere di cose. Sono gli stessi uomini che ha incontrato a Stalingrado, che ha conosciuto, con i quali ha mangiato, bevuto, parlato o chiacchierato. Uomini che hanno resistito, lottato, rischiato la vita ogni ora, forse ogni minuto (e lui era con essi). Sono stati feriti, hanno dimostrato coraggio e abnegazione incredibile. Lui li ha celebrati, raccontando quello che voleva e che vedeva (non quello che la propaganda richiedeva). 

Credo che Grossman sia rimasto turbato, e forse sconvolto da questi episodi. Certo, aveva visto Treblinka; i forni, e poi le graticole costruite per cercare di cancellare col fuoco il massacro degli ebrei. Ma era certo che i suoi uomini, con i quali aveva condiviso così tanto, non potessero macchiarsi di certi crimini. Essi liberavano il mondo dal nazismo.

Grossman comprende

Non si tratta solo della fascinazione del male; bensì della scelta, libera e consapevole, che ogni essere umano fa. Negli adulti è sempre così (tranne pochi casi che hanno a che fare con le patologie psichiatriche); nei bambini lo è di meno (non credo affatto che sia così, ma scriviamolo pure). Forse Grossman quando vede questi bambini combattere “per gioco”, si rende conto, già forse sapendo qualcosa di quanto accade alle donne tedesche, di come il male sia parte dell’uomo, non un elemento esterno che gli viene insegnato. E che magari si può eliminare con un po’ di letture, viaggi, e buoni esempi.   

Se dare il “tu” all’orrore, al dolore; vederlo radere al suolo case e vite non induce nessuno (adulti o bambini), a smettere il male, è perché è presente una volontà assoluta che viene scelta in maniera consapevole da ogni individuo. 

Per Grossman è l’inizio di una “presa di coscienza” sempre più dolorosa. I “suoi” soldati si rivelano differenti da come li credeva e li aveva raccontati sui giornali. Ma l’intero comunismo in cui credeva inizierà a sgretolarsi sotto i colpi della realtà. Lui, che scriveva solo di lei (la realtà), non solo comprenderà gli errori anche strategici commessi dagli altri gradi dell’esercito e da Stalin (che la propaganda invece dipingerà come roccia e baluardo, oltre che sopraffino genio militare). 

Col tempo arriverà a capire come il comunismo contenga i germi dell’antisemitismo. Lo vede e lo percepisce da certi giudizi che alcuni ufficiali danno (“Tu sei al fronte, ma intanto Abramo fa affari a Taskent”), e da come le violenze sugli ebrei vengono diluite dalla propaganda ufficiale. Perché in guerra non ci possono essere vittime “particolari”. 

È proprio al fronte che Grossman all’inizio della sua avventura di giornalista, e poi di scrittore, inizia a formulare la sua idea di superiorità dei russi, e del comunismo che soli resistono al nazismo. Ed è proprio al fronte che raccoglie i primi indizi della verità. 

Nessuna idea o ideologia è capace di rendere migliore l’essere umano. È lui che sceglie. È lui solo che decide. Da solo.

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8 pensieri su “Vasilij Grossman e il male: a margine de “Uno scrittore in guerra”

  1. Credo anch’io che non siano idee e ideologie a rendere migliore l’essere umano, ma tutto – incluse idee e ideologie – può servire a farci evolvere, e ben venga. Alla fine però esiste il libero arbitrio, e non sono quisquilie.

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  2. “Alla fine decidiamo noi che indirizzo dare alla nostra vita.” Questo è vero. Sebbene sia molto difficile discostarsi dagli insegnamenti ricevuti durante l’infanzia. Quei bambini avrebbero scelto di giocare alla guerra se fossero stati in un’altra nazione? O in un campo di sterminio? O dentro un monastero? Non lo so…

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