Se vuoi scrivere racconti cerca i poveri


 

 

di Marco Freccero. Pubblicato il 25 febbraio 2019.

 

 

Spesso rileggo “Nel territorio del diavolo” un libro di Flannery O’Connor edito dalla casa editrice Minimum Fax (credo ci sia anche in digitale).
Di recente sono capitato (ancora una volta, perché l’avevo letta anche altre volte), su una frase, anzi un pensiero, che lei riportava. Era dello scrittore inglese (ma nato in India), Rudyard Kipling, e parlava dei poveri. La frase era qualcosa di questo genere: Se vuoi scrivere racconti non scacciare i poveri dalla soglia di casa.

E che diavolo significa?

Forse è solo una posa dello scrittore inglese? È possibile. Spesso un autore assume una posa, e poi la delusione è grande quando si scopre, appunto, che si tratta di finzione. Ma: quindi? A volte anche nelle pose ci sono delle intuizioni mica da ridere. Lì forse si nasconde un tesoro.
O forse no.

I poveri conoscono la realtà

Per chi scrive, questo è un ottimo periodo perché l’ideologia dilaga e considera i poveri “oggetto” di discussione, di azione politica, eccetera eccetera. Ma mai protagonisti, e ci mancherebbe solo questo: se “essi” diventassero protagonisti, “noi” rischieremmo di finire male.
Potrei anche aggiungere (e finirla qui prima ancora di iniziare), che i poveri, in realtà, desiderano solo l’attico, la Jaguar e la ricchezza. Quando conquistano queste cose, sono peggio di quelli che li hanno preceduti.

Ma torniamo all’argomento di questo articolo.

Chi scrive dovrebbe cercare i poveri non per far gonfiare il petto di indignazione al lettore. Ma perché più di ogni altra cosa rappresentano magnificamente la condizione (irreparabile), dell’essere umano. In fondo è facile raccontare i poveri, parlare delle loro condizioni; spiegare che sono in quelle condizioni perché ci sono i cattivi (mentre se ci fossimo noi… Sarebbe la stessa cosa, però lo faremmo con più stile).

Di Kipling non ho mai letto nulla, sul serio. Ma esistono scrittori che sanno che scrivere è raccontare come stanno le cose. Dire cos’è l’essere umano; non chiacchierare su come dovrebbe essere. Perché allora non fai letteratura, ma propaganda.

E chi meglio dei poveri sa che cos’è l’essere umano? Chi meglio dei poveri conosce l’arroganza del potere, il sopruso, il diritto (dei più forti)?

Una faccenda complicata. Maledettamente complicata

La grande lezione dei poveri, che i poveri possono dare, credo sia la seguente. Vale a dire: sanno bene che cos’è la strafottenza, il sopruso, la violenza, eccetera eccetera: ma sono pronti a replicare tutto questo e molto altro ancora. Magari amplificato, e moltiplicato per 10.

Tutto questo lo comprendi solo se (e lo riscrivo: solo se) abbandoni l’ideologia che li dipinge come la speranza dell’umanità. E li accetti per quello che sono: esseri umani che scelgono.
Come tutti noi. Come i ricchi.
Ma allora: per quale stramaledetta ragione uno non dovrebbe dire:

“Se vuoi scrivere racconti, non scacciare i ricchi dalla soglia di casa”?

Buona domanda.

Per prima cosa sarebbe assai difficile trovare un ricco sulla soglia di casa; è più facile trovarci dei poveri, o dei questuanti (come mi piacciono questi termini desueti!). Ma se adesso vado a dare un’occhiata alla soglia di casa mia… Un attimo.

Ecco: c’era il tipo del Folletto. Che non è di certo ricco.

E allora?
E allora: il povero è più soggetto all’arbitrio, alla follia della vita. Non è protetto. Il ricco gira in BMW; il povero no. In quella BMW ci sono le migliori tecnologie per la sicurezza attiva e passiva, che il povero non avrà mai.
Il povero conosce la vita e sa che è pura follia. Il ricco al contrario pianifica, programma, stabilisce
ogni dettaglio della giornata e della sua vita.
Il povero: no. Si affida alla sorte; a Dio. Se pianifica, è per scimmiottare il ricco, ma sa, in un piccolo angolo del suo cervello, che da la scimmia e segue le movenze del ricco. E che non ha nulla in mano. Il povero, anche se diventa ricco o ricchissimo, conosce la verità per sempre. Forse anche per questo spesso è peggio del ricco “di nascita”. Il terrore di tornare nella condizione di prima lo fa impazzire.

II ricco crede di poter governare se non il Mondo; la propria vita. Quella è persuaso di tenerla in pugno. Perché il potere e la ricchezza stanno con lui.

Naturalmente un sacco di persone dirà che sono pazzo (sai che scoperta: se scrivi NON sei sano), perché tendo a sminuire. Oppure: a fare della filosofia spicciola. Magari per darmi un tono, per elevarmi.

Nei miei racconti (quelli della Trilogia delle Erbacce), c’è oppure no, un evidente (?) atto di accusa verso quello che succede o è successo? Penso per esempio a “Società civile”; “La gioia che ci hanno tolto“; oppure a “La forma delle bellezza” o ancora a “La fabbrica”. 

Non so se sia un atto di accusa. Dubito che lo sia, perché è del tutto inefficace (per fortuna: detesto la letteratura efficace). Ma anche se lo fosse: sarebbero poca roba se fossero un atto di accusa. Alla letteratura che “accusa”, preferisco una buona inchiesta giornalistica. Lo scopo della letteratura non è “accusare”. Ci manca solo questo.
Lo scopo della letteratura: è l’arte.
Che io non sono in grado di praticare; ma almeno so quale dovrebbe essere lo scopo di chi racconta storie. So che dovrei scalare il Cervino; mentre pascolo alle pendici del monte Beigua.

La realtà 

Chi davvero tiene i poveri sulla soglia di casa, e incontra la realtà (non la sua rappresentazione ideologica), sa che il prossimo Paradiso In terra™ non cambierà di una virgola il destino dei poveri. E questo perché i poveri sono come noi: brutti, sporchi e cattivi. Imprevedibili. E come noi scelgono. 

Quando sei affetto dalla malattia del “Il male è solo una mancanza di conoscenza: viaggia e leggi, e sarai una personcina perbene” (ecco l’ideologia), credi sul serio nell’intento pedagogico di un po’ tutte le cose. Il male c’è perché non ci sono degli esempi illuminanti e progressisti: basta fare cose illuminanti e progressiste ed ecco che tutti gli altri che “sbagliano” senza sapere, si daranno una manata in fronte, ed esclameranno:

Corpo di mille bombarde! Devo pagare le tasse perché la Costituzione dice che siamo tutti fratelli e sorelle!”.

 

E gli ignoranti sarebbero stati le donne e gli uomini del Medioevo? Qui siamo in piena superstizione. Siamo oltre l’ignoranza.

Le persone conoscono la Costituzione ed evadono le tasse; conoscono la Costituzione e appoggiano Cosa nostra; conoscono la Costituzione e spediscono al cimitero la moglie.
Sono libere, e scelgono: il male.

Sapere che ogni individuo sceglie il male in modo consapevole, permette di incontrare la realtà: lurida. Zoppa e bestemmiatrice. Che approfitta di un attimo di distrazione per accoltellarti (alla schiena, ovvio). E i poveri sono perfetti per apprendere questa semplice verità. Loro sono la realtà, e la scrittura serve per incontrarla, non per alterarla. O per raffigurarne un’altra.

Poi è ovvio: preferisco i poveri ai ricchi. Perché i poveri non si scelgono i vicini di casa; i ricchi sì. Montecarlo; Miami. Ronaldo non abiterà affatto a Mirafiori, il quartiere operaio di Torino: si è scelto i vicini di casa.
Per questo proibirei ai ricchi di mettere al mondo i figli, e inviterei i poveri a farne almeno 4. Sanno che la vita è una guerra, e in guerra si combatte. 

I Ronaldo non vivono. Attraversano la vita.


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10 pensieri su “Se vuoi scrivere racconti cerca i poveri

  1. E’ pure una questione statistica: i poveri sono la maggioranza al mondo, i ricchi un esiguo puntino lassù in cima alla piramide della scala sociale. Che se i poveri decidessero tutti insieme di smetterla di scimmiottare i ricchi e rincorrere una ricchezza che non avranno mai, pure i ricchi si ritroverebbero poveri. E invece…
    Però, dove la mettiamo la speranza? Perché alla fine è quella che ci frega eh. La speranza di un mondo migliore, la speranza di cambiare le cose, la speranza che vivere non sia del tutto inutile.

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  2. Wow, che bel post hai scritto. Come non essere d’accordo: i poveri sono quelli che davvero sudano la vita, mentre i ricchi (come i ronaldo) la attraversano, e sono pure noiosi, perché senza pathos, vuoi mettere quelli che devono sbarcare il lunario e non sanno come arrivare alla fine del mese e hanno anche dei vicini antipatici che invece che essere solidali li bullizzano?

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  3. Pingback: Di cosa scriviamo quando scriviamo di vita – Solo io e il silenzio

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