Ecco perché la gente adora “Il sosia” di Dostoevskij


foto marco freccero

 

di Marco Freccero. Pubblicato l’11 marzo 2019.

 

Già: perché la gente (non tutta) adora “Il sosia” di Dostoevskij? Perché in quel breve romanzo possiamo assistere a una “evoluzione”. Di come un autore cambia. Di come, dopo il consenso ricevuto con la prima opera, “qualcosa” si metta in moto e spinga l’autore in una direzione differente. Tanto da rompere i ponti con certe conoscenze e amicizie. Ma è grazie a certe “rotture” che si cresce. E che si diventa davvero: Dostoevskij.

E la gente (non tutta), adora quegli scrittori un po’ matti, che osano; che mandano al diavolo convenzioni e mode, per percorrere una strada un poco differente. È quello che fa Fedor Dostoevskij.
Nella Russia si parla di socialismo? Lui parla di cristianesimo. Gli intellettuali parlano di come solo l’Europa salverà la Russia? Lui proclama che solo la Russia salverà l’Europa (e poi il mondo, magari). E questo “poema pietroburghese” (come lo chiama lo stesso Dostoevskij) è probabilmente l’opera che segna la rottura con quelle idee, quegli ambienti.

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“Il sosia” di Fedor Dostoevskij rappresenta forse il caso più interessante di “evoluzione” di un autore. È con questa strana storia, che lui stesso considererà per sempre non riuscita, e più volte cercherà di rimetterci mano per renderla come si deve, che il buon Fedor “svolta”. Cambia drasticamente modo di affrontare la realtà, saluta le élite progressiste di San Pietroburgo (per farsele poi nemiche nel giro di pochi anni), e inizia la sua personale riflessione sull’essere umano.

È quasi strano che tutto questo sia accaduto in un lasso di tempo breve, o abbastanza breve. E sembra così repentino che quanti lo avevano esaltato, in breve lo scaricheranno alla velocità del suono.

Il successo…

Tutto era iniziato con un romanzo: “Povera gente”. Un romanzo che ha un successo enorme, clamoroso, e che gli apre le porte dei circoli progressisti di San Pietroburgo. Viene considerato lo scrittore dei poveri, delle loro “istanze”. Tutti (tutti quelli che hanno letto quel romanzo, ovviamente), si sperticano in elogi per questo giovane scrittore russo (ha attorno ai 25 anni, se ricordo bene), che è arrivato a dare alla esausta letteratura russa (si sa: la letteratura è sempre esausta), nuova linfa e vita. E il buon Fedor non perde tempo: mette mano a una nuova storia. Che gli creerà un bel po’ di problemi…

E l’insuccesso

La nuova storia ha ancora come ambientazione i piccoli: in questo caso c’è in effetti un piccolo impiegato della burocrazia zarista dell’epoca. Fedor si reca più volte al circolo progressista Belinskij e legge qualche frammento della nuova storia alla quale sta lavorando. E l’entusiasmo è ancora alle stelle. Incoraggiamenti, elogi: nessuno sa, oppure non vuole sapere, né si rende conto, che Dostoevskij ha detto “Addio” a una certa visione del mondo, per andare alla ricerca di un’altra. A lui non interessa essere il portavoce dei senza voce. Non è lì lo scopo di uno scrittore.

Quando alla fine “Il sosia” (in russo il titolo però è “Il doppio”), viene pubblicato, l’accoglienza è siberiana. Gelida insomma. 

Perché questa volta non ci si trova davanti alla prosecuzione ideale di “Povera gente”; come forse era lecito attendersi. Ma siamo alle prese con un’opera che va da un’altra parte. 

Forse è con questo “Romanzo pietroburghese” che Fedor dimostra di che pasta è fatto. Non crea qualcosa che tutti si aspettano; ma propone qualcosa di differente. E l’insuccesso non gli farà cambiare idea.

Qui una piccola lezione: sai quei guru che ti dicono: “Studia il tuo pubblico, comprendi quello che vuole e poi scrivi”? Li hai ben presente? 

Sì?

Ecco: lascia perdere. 

Dostoevskij saluta e se ne va

Che cosa aveva combinato Dostoevskij? Se il protagonista di questa storia è un impiegatuccio mediocre, e l’ambiente in cui si muove è il suo riflesso perfetto, Fedor sposta la sua indagine dalle condizioni, al cuore dell’essere umano. Alle sue idee. È questo che suona inaudito alle orecchie dei progressisti che infatti si sentiranno traditi dal loro rampollo tanto vezzeggiato e coccolato, e vivranno questa storia come una specie di pugnalata alle spalle (e di quello si tratta, per fortuna).

Per Dostoevskij non sono le strutture, l’ambiente o l’educazione che storpiano l’essere umano. Fa tutto lui: l’essere umano. Tutto è racchiuso nel suo cuore. Mentre i progressisti sognavano di bruciare la Russia dalle fondamenta sino al tetto per creare l’uomo nuovo e la donna nuova (dopo aver sepolto gerarchia, religione, Zar), Dostoevskij riflette; non sono questi elementi esterni che creano l’infelicità dell’individuo. 

I progressisti di fatto lo scaricano: ha tradito la causa. La loro causa. 

La lenta comparsa del sottosuolo

Ma lo stesso Fedor ne è scontento. Cercherà più volte di metterci mano senza mai riuscirci davvero. Alla fine dichiarerà di aver avuto senz’altro un’idea geniale, ma di averla sviluppata di male in peggio, e affermerà che si tratta di un’opera fallimentare. Che cosa è andato storto? Buona domanda.

Si potrebbe dire che se non ci fosse stato “Povera gente”, comunque “Il sosia” sarebbe stato accolto con freddezza. Non era adatto allo “Spirito del Tempo” che raccontava già allora la favola che l’essere umano fa il male perché le strutture sono cattive e bisogna annientarle per sostituirle con altre (buone, ça va sans dire). Era quindi impossibile che venisse ben accolta una storia che puntava la sua attenzione su quel “sottosuolo” che anni dopo Dostoevskij descriverà così bene. 

Per Belinskij & Co. non esiste nessun sottosuolo, perché esso è semmai il risultato del Medioevo in cui la Russia viene tenuta incatenata da Zar e Chiesa Ortodossa. Spezzate queste catene, l’individuo sarà libero e felice.

Dostoevskij SA di avere ragione. Da una parte c’è una realtà da raggiungere e osservare (e lui usa “Il sosia” con questo intento, e tutte le sue opere saranno un cammino di avvicinamento alla realtà). 

Belinskij & Co. viceversa sostituiscono la realtà con l’ideologia. C’è un sistema di idee infallibile che deve essere applicato in modo ferreo perché il solo che renderà “felice” l’essere umano; anche se non lo vorrà (e chi non lo vorrà sarà punito). Tutto quello che si distacca da esso è provocazione, oppure reazionario. Più tardi si dirà antirivoluzionario (e i gulag dello Zar non saranno eliminati perché utilissimi per punire questi provocatori). 

Ma il punto di forza di quest’opera, che poi si ritroverà anche in altre opere di Fedor sta da un’altra parte. E per capire di che cosa si tratta c’è bisogno di cercarla non tra le dichiarazioni dello scrittore russo; bensì nelle reazioni (nelle stroncature), dei suoi avversari.

Il doppio, non Il sosia

Forse nemmeno lui ha ancora ben chiara questa sua idea; la intuisce, la segue, prova a “fermarla” con questa storia. Ma ci riesce in malo modo. Forse il povero protagonista di questa storia non ha le spalle abbastanza larghe per sostenere una simile storia (anche i personaggi devono avere certe caratteristiche); ma questo non lo credo. Mi pare anzi che Goljadkin sia praticamente perfetto, e il finale bellissimo. 

Goldjakin è dunque il protagonista di questa storia che si svolge a San Pietroburgo. È uno dei tanti impiegati della burocrazia russa, fa il suo lavoro, cerca di non essere scavalcato da altri, e soprattutto di fare buona impressione sui superiori per scalare (un po’), la gerarchia dell’ufficio. È impacciato (o stupido?). Ha un servo che ingiuria volentieri, ma questo non fa né caldo né freddo al servo in questione. 

Non ho mai capito perché in italiano si sia scelto il titolo de “Il sosia” che a mio parere è pure fuorviante, e non “Il doppio” che chiarisce subito tutto. 

Quello che lui intuisce e poi svilupperà nelle opere seguenti, è la libertà dell’essere umano. Ciò che i progressisti non gli perdonano è di raffigurare una realtà dove l’individuo non è MAI vittima, ma sempre e solo artefice; anche della propria rovina. Soprattutto di essa. E ne è sempre consapevole, anzi ne ricava gioia. Nel dolore, la gioia.

Il cammino che Fedor inizia a tracciare con questa storia è uno schiaffo formidabile a quello che sta mettendo radice in Russia; e purtroppo lui è uno scrittore di talento. E questo Belinskij & Co. lo intuiscono sin troppo bene. 

Fedor scrivendo questo libro non solo saluta le élite; ma inizia il suo percorso di libertà. Comprende che in quei circoli si respira una falsa aria di libertà. Tutti sono amici e si spalleggiano fino a quando si accetta l’ideologia; basta distaccarsene e si viene accompagnati alla porta. La realtà per queste persone è una malattia da curare anche a costo di uccidere. Tutto si deve conformare alla loro ideologia. 

Fedor viceversa scrive una storia dove la pazzia prende il posto della realtà (esattamente come nei circoli progressisti che per un po’ di tempo ha frequentato, l’ideologia sostituisce la realtà), ma nella sua storia la realtà vince (ancora), perché il protagonista viene rinchiuso in un manicomio. 

Purtroppo nella storia della Russia l’ideologia andrà al potere e per circa 70 anni quell’immenso Paese ne subirà le conseguenze. 

Forse senza rendersene conto Dostoevskij con “Il sosia” mette alla berlina (o sul banco d’accusa?), proprio il modo con il quale le idee socialiste intendono “curare” l’essere umano. Perché è un’ideologia che si nutre del progressivo dissolversi della realtà, che ha bisogno di annientare la realtà; esattamente come la pazzia di Goljadkin fagocita con il tempo il suo mondo. 

Di certo alcuni dei suoi “amici” progressisti intuiscono questo disegno malvagio (o reazionario) di Dostoevskij; per questo viene messo alla porta. 


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12 pensieri su “Ecco perché la gente adora “Il sosia” di Dostoevskij

  1. Non mi sembrano banali queste riflessioni, anzi… direi molto interessanti. Dostoevskij, con quella capacità incredibile che aveva di scavare nell’animo dei personaggi, era davvero molto in anticipo sui tempi, e come tutte (o quasi tutte) le personalità geniali che si discostano dalla norma non poteva che non essere compreso dalla società dell’epoca. Mi hai fatto venire in mente Cechov, che, pur avendo uno stile e dei contenuti narrativi del tutto diversi, evitava allo stesso modo di mescolare l’osservazione della realtà con l’ideologia, e per tale motivo veniva appunto preso di mira dalla critica contemporanea. Anche lui era uno spirito libero, che credeva solo nella forza intima del singolo individuo…

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    • Esatto! Pure l’ottimo Cechov era ai margini. Eppure credo che sia stato uno dei pochi ad andare a conoscere la situazione nell’isola di Sachalin (se ricordo bene il suo nome), dove i prigionieri politici e non solo erano confinati. E ci andò per vedere e conoscere le condizioni di vita di quelle persone e delle loro famiglie.

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      • Sì, quella era stata un’inchiesta per vedere di persona come venivano trattati i deportati, in quali condizioni vivevano. E ne ha viste delle belle, infatti, come ha poi scritto nel reportage dedicato, che è una vera e propria “denuncia” contro le condizioni igieniche e le malattie, le violenze e i soprusi subiti dai detenuti… Se non ricordo male, questa indagine suscitò diverse reazioni, anche in Europa, costringendo il regime zarista a cambiare alcune regole della colonia penale. Cechov scriveva quello che “vedeva”, non gli interessava mettersi contro le autorità. Aveva coraggio e una grande onestà di fondo.

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  2. Mi sono sempre chiesta il perché i progressisti abbiano scaricato il nostro Dostoevskij. Continua a non essere chiaro. Un autore tanto rivoluzionario non poteva che essere inviso al potere. Non contemplata alcuna mediazione. E il male era per lui destinato a restare tale. Nessuna redenzione

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    • La mia idea è che frequentasse quei circoli per curiosità, e che la prigione, il plotone di esecuzione, la Siberia, lo abbiano convinto che lì dentro non c’era nulla che potesse salvare la Russia. Quello che mi spiace è che le sue idee siano usate da Putin & Co. Forse per questo che ne parlo (o almeno ci provo). Per non lasciare tutta la sua ricchezza e vastità in mano a questi gnomi incapaci di capire.

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