Bruce Marshall: nel caos riappare l’uomo


candele gialle per parigi

di Marco Freccero. Pubblicato il 18 marzo 2019.

 

 

 

 

“Candele gialle per Parigi” (o “Yellow Tapers for Paris”), è il titolo di un romanzo dello scrittore scozzese Bruce Marshall. Un tempo piuttosto celebre (da un paio di suoi romanzi sono stati ricavati dei film), è di fatto caduto nel dimenticatoio (anche in Scozia). Prima di scendere nei particolari: è un buon romanzo, però non si tratta di un capolavoro assoluto. Sia chiaro: vorrei essere in grado di scrivere qualcosa di così valido; tuttavia non ci troviamo affatto alle prese con una pietra miliare della letteratura del Novecento.  La traduzione italiana ha anche qualche refuso e ho trovato alcuni passaggi che mi fanno ritenere la traduzione imperfetta (“si asciugò i baffi col gomito”).

Parigi, tra il 1934 e il 1940

Lui stesso si considerava un semplice contabile (aveva studiato da ragioniere, e finché i suoi romanzi non ebbero successo fece quello di mestiere). Scherzando, diceva che tra i contabili aveva la fama di essere un grande scrittore; tra gli scrittori di essere un ottimo contabile. Questo me lo rende all’istante molto simpatico e a me vicino.  Leggi: Bruce Marshall scrittore scozzese La storia è ambientata a Parigi, tra il 1934 e il 1940.
Sono anni tumultuosi per quel Paese, uscito sì vincitore dalla Prima Guerra Mondiale, ma con problemi che non sa risolvere. Il protagonista è un piccolo contabile con moglie (malata), e figlia, che deve aiutare i suoi capi a evadere le tasse, a spostare i soldi in Svizzera perché la situazione economica è seria e quella politica non è da meno. 

Intanto in Germania Hitler si prepara… Tutto è visto dalla prospettiva di un contabile che “vorrebbe”; ma non può. Vorrebbe dire quella cosa al suo capo; ma non può. Vorrebbe essere più buono; ma non può. Vorrebbe dire ai suoi amici del bar quello che davvero pensa; ma (tanto per cambiare), non può. Attorno a lui, altri che vogliono, ma soprattutto persone che agiscono. Fanno e disfano, mentre quelli che vorrebbero si limitano ad assistere e ad assentire.

Punti in comune con Irène Némirovsky

Non è solo questo. Perché il romanzo è una interessante radiografia di una Nazione dove la Prima Guerra Mondiale ha prodotto un deserto. Chi ne è uscito pensa che non si può ripetere un’altra guerra (e fino a qui ci siamo, si potrebbe dire); ma soprattutto che è bene badare ai propri affari.
Di fronte alla minaccia nazista che si mangia l’Austria, poi la Cecoslovacchia, tutti sembrano impegnati a ignorare quanto accade.  E qui ho ritrovato un tratto che avevo già incontrato in alcune opere di Irène Némirovsky.

Anche lì, dopo la Prima Guerra Mondiale, alcuni personaggi tornati dal fronte cercavano di recuperare a ogni costo la vita che era stata loro rubata nelle trincee. Senza più badare ad altro che a divertirsi, a vivere e ad arricchirsi. Tra l’altro: Bruce Marshall, che durante la Prima Guerra Mondiale aveva perso una gamba, collaborerà con la resistenza francese contro l’occupante nazista. Vivrà di fatto in Francia, dove morirà negli anni Ottanta del Novecento, nella cittadina di Biot (almeno questo mi risulta).

Nel romanzo di Bruce Marshall il compito della Cassandra è affidato a un ex combattente cieco e mutilato, che riconosce la minaccia che sta tornando, ma ovviamente non viene ascoltato. Viene tollerato solo perché mutilato, altrimenti… Un po’ tutti attorno a lui ignorano le sue parole; ma anche in caso contrario, cosa potrebbero fare? Tra quanti sono occupati a sopravvivere e ad accontentarsi di funerali di terza classe; e quanti preferiscono invece arricchirsi, non resta molto spazio per combinare altro. Fino a quando…

Nel caos, l’uomo

Fino a quando non arriva la guerra. Parigi è evacuata. La linea Maginot che avrebbe permesso ai francesi di “dormire tra due guanciali” non ferma l’invasione. Si fugge. Il Paese precipita nel caos. Petain, considerato da un po’ tutti un galantuomo che non era immischiato negli affari degli altri politici intrallazzatori, firma l’armistizio con le truppe naziste.

È la fine (il romanzo si ferma al 1940: ci saranno ancora 5 anni di guerra). Che cosa resta?  Innanzitutto, è evidente che Bruce Marshall ama(va) raccontare le piccole vite, e aveva una grande e sincera simpatia per quelli che si barcamenano e tirano a campare. 

A un certo punto ho avuto la sensazione che volesse far passare un preciso messaggio: con la guerra la gente tende a diventare migliore. Mi sbagliavo: chi ha perso una gamba sa bene di che cosa si tratta, se si parla di “guerra”. Vero è che ci sono alcuni che anche mutilati hanno elogiato proprio la guerra come momento catartico e meraviglioso; non è il caso di Bruce Marshall.
Questo romanzo illustra la condotta dei diversi personaggi, che di fatto non muta nemmeno quando arriva la fuga dalla grande città. Soprattutto il protagonista, il piccolo contabile, pare come un fuscello in balia degli eventi.

Dopo la morte della moglie, la figlia infine cresce, si sposa, sta per partorire quando si deve abbandonare Parigi e riparare in provincia. Ma lo Stato è saltato, nessuno sa più bene che cosa fare: lui deve rientrare in città perché il suo ruolo nell’azienda (coinvolta nella produzione di armi), è cruciale. Rientra a Parigi per sentire che i tipi come lui devono abbandonare in tutta fretta la città. 

Ma che cosa rende Bigou (il protagonista), interessante? Magari combina qualcosa di eroico? Nulla del genere. Il cuore di questa storia, probabilmente, è che le persone, tutte, trascinate volenti o nolenti nel conflitto, restano uguali a se stesse. Solo quando nel granaio la figlia partorisce, per qualche istante c’è una serenità tra le persone coinvolte, e tutte ormai decise a salvare la propria pelle, che è come un bicchiere di tè caldo in una fredda giornata invernale.
Qualche riga fa ho scritto che mi sembrava di leggere in questo romanzo il messaggio che la guerra “serve”.  Eppure adesso sono invece convinto che sia proprio questo il nocciolo. 

Bruce Marshall non intendeva affatto pontificare sulla bellezza della guerra. Ma constatare come tutte le difficoltà, e la più spaventosa tra di esse è di sicuro la guerra,  mettessero in luce quello che per le persone conta davvero. Ma la rivelazione, se così possiamo definirla, non è straordinaria. Non siamo alle prese con un miracolo, una riscossa, o chissà cos’altro.  Quando tutto crolla, anche i frammenti di umanità, di bontà, che si trovano all’improvviso, in maniera inaspettata, sono essenziali. Questo romanzo, un po’ come Diogene, li recupera e li indica. In maniera sommessa, tranquilla. 

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2 pensieri su “Bruce Marshall: nel caos riappare l’uomo

  1. Ma questo Bruce Marshall è lo stesso Bruce Marshall che si vede qui, in una vecchia intervista televisiva RAI? (forse te l’avevo già chiesto?)
    Parlava anche bene il nostro italiano ed era simpaticissimo! Ascolta cosa dice del suo primo libro!!! 😀

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